Mi sono trovata davanti ad una bellissima tavola di compensato marino. Molte erano le storie che raccontava, io ne ho estrapolata una con uno strumento che va usato con molta cautela, il pirografo. Una penna elettrica che attraverso il calore scalfisce il legno, lo brucia, lo incide non per cancellare ma anzi per esaltare le sue innate venature.
Il compensato marino è realizzato con diversi strati di legno, spesso di mogani africani che vengono incollati, alternando il senso della venatura, con colle speciali che lo rendono resistente all’umidità e alla salsedine.
Ma ritornando alla storia, come tutti i racconti si dipana man mano che si racconta. Io lavoravo e mi accorgevo che le ondulazioni, le forme, diventavano soggetti parlanti. Appena terminata mi appariva, strano a dirsi, come una tavola imbandita, e volevo appoggiarvi dei cucchiai di strane fogge, provenienti da tutto il mondo, ne avevo già una bella collezione, per sedermi ed invitare altri a convivio. Quando, osservandola bene, mi sono accorta di una cosa fantastica che solo l’alchimia potrebbe spiegarmi, forse.
Tre forme in particolare mi richiamavano cose già viste. Riprendo in mano il mio sacchetto prezioso con dentro tutte le cianfrusaglie raccolte qua e là e trovo un legno con un foro, un fuso bucherellato , una conchiglia ed ecco le appoggio sulla tavola, sono proprio loro, gli archetipi.
E la mia tavola diventa un grembo per contenere l’universo.
Il mio laboratorio profuma di bosco e noto un certo piacere anche da parte di chi mi viene a trovare. Tavole di abete, di tiglio, di cirmolo trasformano in una realtà visiva ed olfattiva il mio giardino dei segni. Ho imboccato un sentiero fatto di forme e di suoni della natura, ora il percorso si apre davanti ai miei occhi senza alcun ostacolo e danzo.
Persino il più modesto compensato marino mi racconta la sua storia ed io la scrivo con lui nel viaggio della sua e della mia memoria.
“Allora Marco Polo parlò: – La tua scacchiera, sire, è un intarsio di due legni: ebano e acero. Il tassello sul quale si fissa il tuo sguardo illuminato fu tagliato in uno strato del tronco che crebbe in un anno di siccità: vedi come si dispongono le fibre? Qui si scorge un nodo appena accennato: una gemma tentò di spuntare in un giorno di primavera precoce, ma la brina della notte l’obbligò a desistere -. Il Gran Kan non s’era fin’allora reso conto che lo straniero sapesse esprimersi fluentemente nella sua lingua, ma non era questo a stupirlo. – Ecco un poro più grosso: forse è stato il nido di una larva; non di un tarlo, perché appena nato avrebbe continuato a scavare, ma d’un bruco che rosicchiò le foglie e fu la causa per cui l’albero fu scelto per essere abbattuto. Questo margine fu inciso dall’ebanista con la sgorbia perché aderisse al quadrato vicino, più sporgente..
La quantità di cose che si potevano leggere in un pezzetto di legno liscio e vuoto sommergeva Kublai; già Polo era venuto a parlare dei boschi d’ebano, delle zattere di tronchi che discendono i fiumi, degli approdi, delle donne alle finestre…”
ebano
acero
Questo è un esempio eccellente di come si osserva un oggetto. Goethe nella sua teoria dei colori l’aveva ben sintetizzato nella prefazione “Il semplice guardare una cosa non ci permette infatti di progredire. Ogni guardare si muta in un considerare, ogni considerare in un riflettere, ogni riflettere in un congiungere”.
L’ osservazione di una scacchiera, nelle chiare parole di Calvino, si concentra sulle venature del legno per approdare verso la fine alla luminosa immagine di donne alla finestra; un meraviglioso viaggio mentale fatto di conoscenza e di ricordi.
Cosa c’è di più semplice e nello stesso tempo di più approfondito quando tieni tra le mani una tavoletta di legno e la osservi, se non esaltarne le caratteristiche naturali?
Decido di usare il pirografo, la penna a caldo, che incide il legno in modo non invasivo, e, scelto il percorso, ne esalto quella parte di ritmo più in sintonia con il mio stato d’animo del momento.
il pirografo
Improvvisamente, ecco il salto del cavallo, il momento creativo:
“Ma quando a fare il suo resoconto era il giovane veneziano, una comunicazione diversa si stabiliva tra lui e l’imperatore. Nuovo arrivato e affatto ignaro delle lingue del Levante, Marco Polo non poteva esprimersi altrimenti che con gesti, salti, grida di meraviglia e d’orrore, latrati o chiurli d’animali, o con oggetti che andava estraendo dalle sue bisacce; piume di struzzo, cerbottane, quarzi, e disponendo davanti a sé come pezzi degli scacchi”
C’è sempre un cassetto, una scatola, un sacchetto che accoglie i nostri piccoli tesori: dei legnetti raccolti sulla spiaggia, una conchiglia, una foglia o un fiore essiccato, un seme, un pezzetto di qualcosa, una quisquilia, un sasso colorato. Sono i nostri momenti di debolezza, i nostri pensieri più teneri, i nostri ricordi più cari.
Ed anch’io come Marco Polo appoggio sulla scacchiera di paulonia qualcosa che mi appartiene e la tramuto in dono.
Ho in mano una piccola leggera tavola di legno di Paulownia perché è arrivato il momento per me di ricordare il percorso fatto con questo albero all’inizio dell’anno 2000. Il primo passo è stato quello di informarmi sulle sue origini, le sue caratteristiche, il suo uso.
Princesstree in bloom in April. Photo by Jim Miller
“Gli stupendi, profumati fiori di queste piante sono considerati dai Cinesi il simbolo della divinità; essi dicono che “dalle corolle della paulonia scende sugli uomini la benedizione del cielo”. Per questa ragione è facile trovare enormi esemplari di paulonia nei cortili dei conventi e dei templi. Il nome scientifico Paulownia ricorda Anna Paulowna, vissuta nell’Ottocento, principessa di Danimarca e figlia di Paolo I imperatore di Russia.
I primi esemplari di queste piante, largamente coltivate in Giappone sia nei giardini sia per formare belle alberature lungo i viali cittadini, vennero piantati in Europa nel 1834; in breve tempo le paulonie divennero molto popolari e si diffusero ovunque.”
paulownia wood
Avevo letto anni prima una raccolta di poesie e prose di Hermann Hesse, edite da Guanda, il cui titolo non poteva che affascinarmi: Il canto degli alberi. Ricordavo alcune parole del primo racconto Alberi
la copertina del mio libro
“Quando un albero è stato segato e porge al sole la sua nuda ferita mortale, sulla chiara sezione del suo tronco – una lapide sepolcrale – si può leggere tutta la sua storia: negli anelli e nelle concrescenze sono scritte fedelmente tutta la lotta, tutta la sofferenza, tutte le malattie, tutta la felicità e la prosperità, gli anni magri e gli anni floridi, gli assalti sostenuti e le tempeste superate……
Così parla un albero: in me è celato un seme, una scintilla, un pensiero, io sono vita della vita eterna….” 1919
Stavo accumulando conoscenza, sensazioni ed emozioni ma quale è stata poi la vera molla che mi ha fatto balzare di gioia e lavorare intensamente e con soddisfazione per due anni ? La rilettura de Le città invisibili di Italo Calvino.
In un primo tempo avevo letto con voracità la storia di Diomira, di Ersilia, chiamata dai miei piccoli allievi, la città dei fili, di Bauci, la città sui trampoli, o Smeraldina, la città acquatica, e tutte le altre città, per arricchire la fantasia dei bambini che frequentavano il laboratorio Grimani Restelli di Monza.
Poi, una lettura più pacata per me stessa, ed infine una rilettura solo dei dialoghi tra Kublai Khan e Marco Polo. Dove gli scacchi e la scacchiera tornavano ancora una volta nei miei pensieri, per caso? per fatalità? o per … magnetismo?
Nel suo preambolo a La vita, istruzioni per l’uso George Perec descrive minuziosamente la differenza tra un puzzle commerciale solitamente di cartone, tagliato a macchina, e la costruzione di un puzzle di legno preparato da mani abili, le cui tessere sono studiate con furbizia per rendere difficile la ricostruzione dell’immagine. L’autore sa inoltre che colui che vorrà ricostruire il puzzle in un unico pezzo dovrà rifare i suoi stessi gesti, i suoi stessi ragionamenti per arrivare, attraverso l’esame dei singoli pezzi, alla comprensione del tutto.
Chi volesse ricostruire l’intera storia di Percival Bartlebooth, l’inquilino più importante del condominio parigino, può solo farlo collegando tra loro tutti i capitoli che lo riguardano e le notizie nascoste nelle storie degli altri personaggi, ripercorrendo l’itinerario tracciato da Perec quasi che l’autore invitasse il suo lettore a riflettere più in profondità su ciò che egli descrive. Le sue istruzioni invitano ad analizzare bene, attraverso la vita degli altri, la nostra stessa vita.
Sempre nel preambolo Perec, parlando dell’abilità nella scelta di un soggetto per rendere il puzzle sempre più difficile, dalla uniformità di un quadro gestuale di Pollock alle varianti di un quadro quasi monocromatico di Pissarro, prospetta l’idea di un puzzle tutto bianco come “misero paradosso”. Ebbene lì ho trovato la mia sfida. Un puzzle tutto bianco, ben sapendo che oggi dire bianco vuol dire scegliere un certo numero di varianti: bianco di titanio, bianco di zinco, bianco d’argento, bianco luminoso, bianco spento, opaco o lucido e così via.
tutto scorre come in un film-1991
Quando costruii la serie di quadri dedicati a Perec non avevo approfondito come oggi sto facendo il suo romanzo. Ero stata affascinata dalla sua struttura a puzzle e dalla storia di Bartlebooth che del puzzle aveva fatto la sua questione di vita.
All’età di venti anni decise di organizzare tutta la sua vita:
“Per dieci anni, dal 1925 al 1935, Bartlebooth si sarebbe iniziato all’arte dell’acquerello.
“Per venti anni, dal 1935 al 1955, avrebbe viaggiato in lungo e in largo, dipingendo, in ragione di un acquerello ogni quindici giorni, cinquecento marine dello stesso formato (65×50, o 50×64 standard) raffiguranti porti di mare. Appena finita, ciascuna di quelle marine sarebbe stata spedita a un artigiano specializzato (Gaspard Winckler) che incollandola su un foglio di legno sottile l’avrebbe tagliata in un puzzle di settecentocinquanta pezzi.
“Per venti anni, dal 1955 al 1975, Bartlebooth, tornato in Francia, avrebbe ricomposto, nell’ordine, i puzzle così preparati, in ragione, di nuovo, di un puzzle ogni quindici giorni. Via via che i puzzle sarebbero stati ricostruiti, le marine sarebbero state ristrutturate in modo da poterle scollare dal loro supporto, trasportate nel luogo stesso in cui – vent’anni prima – erano state dipinte, e immerse in una soluzione solvente da cui non sarebbe riemerso che il foglio di carta Whatman, vergine e intatto.
“Così, non sarebbe rimasta traccia alcuna di quella operazione che, per cinquanta anni, aveva completamente mobilitato il suo autore. (…)” Paolo Beneforti
Gli artigiani che lo affiancano nell’impresa vivono nello stesso condominio. La signora Hourcade del quinto piano, che aveva lavorato in una fabbrica di cartonaggio e aveva una vasta esperienza (Perec elenca tutti i manufatti che la signora aveva avuto modo di trattare) riceve l’incarico di costruire cinquecento scatole in cui il signor Winkler, del sesto piano, avrebbe dovuto mettere i puzzle man mano che li terminava. Dovevano essere tutte identiche: lunghe venti centimetri, larghe dodici, alte otto, di cartone nero, chiuse da un nastro nero che Winkler sigillava con la cera, senza altra indicazione che un’etichetta ovale sulla quale erano scritte le iniziali P.B. seguite da un numero.
la nascita del puzzle-1991
Oggi, nel riprendere in mano il romanzo, nel ricercare via internet notizie, approfondimenti, critiche leggo che il nome di Bartlebooth nasce dalla sintesi di due personaggi letterari: Barnabooth il miliardario di Valery Larbaud e Bartleby lo scrivano di Herman Melville). Può non sorgere la curiosità del perché Perec li abbia scelti? Ecco allora quello che ho scoperto.
Il primo personaggio nasce dal romanzo A. O. Barnabooth. Il suo diario intimo
“Pubblicato per la prima volta nel 1913, il libro è il diario del viaggio che A. O. Barnabooth, alias Valéry Larbaud, compie per tutto il vecchio mondo a bordo di un vagone letto. In questa personaggio un po’ burlesco, snob e parvenu afflitto dal complesso del proprio denaro, cleptomane per noia, eternamente sedotto dalla bellezza di un alessandrino, di una teiera o dalle spalle di una donna, Valéry Larbaud ha raffigurato se stesso e i miti del suo tempo in maniera indimenticabile. Contemporaneo e amico di Valéry, di Gide, di Joyce, di Svevo, Valéry Larbaud (1881-1957) albergò sempre in sé due anime: l’insaziabile viaggiatore, proteso verso nuovi paesi e nuovi incontri, e l’aristocratico prosatore amante dell’opera raffinata.”*
Il secondo personaggio “Bartleby, lo scrivano, è un piccolo capolavoro di Melville. In un racconto di poche decine di pagine un notaio descrive la storia di un suo impiegato, appunto Bartleby, che lavora per quattro centesimi a pagina di cento parole. Bartleby è lo scrivano più strano in cui si è imbattuto: non cammina, non beve caffè o birra, vive di noci di zenzero e fissa sempre il muro. Vive la sua vita in solitudine, in completa mancanza di amicizie. Melville scrive che “era la sua anima a soffrire” e che “sembrava solo, assolutamente solo nell’universo”. Bartleby è totalmente estraniato dall’ambiente di lavoro. E’ un uomo che non sa parlare e che rifiuta di fare. Ad un tratto inizia a non svolgere più le mansioni a cui era destinato. Ad ogni comando del notaio risponde: “I would prefer not to”(preferirei di no). Quando viene licenziato la resistenza passiva di Bartleby diventa attiva: infatti occupa abusivamente l’ufficio giorno e notte. Una volta tradotto in prigione rifiuta di mangiare e muore di fame.
Quindi due luoghi emblematici: l’ufficio, come momento di vita non autentica, i cui connotati sono lo sfruttamento e l’insensatezza, e la prigione che rappresenta la morte.”**
Due affascinanti storie che fanno ancor più meditare sulla vita emblematica di Bartlebooth, ognuno di noi può trarre le sue conclusioni.
Mi fa molto piacere presentare l’ultimo mio lavoro realizzato e presentato in Second Life, alla manifestazione ARENA call for artists, con la collaborazione di Core Tatham a.k.a. Tommaso Correale Santacroce.
Invitata da Roxelo Babenco a.k.a. Rosanna Galvani, owner e curatrice del Museo del Metaverso, e da Arco Rosca a.k.a. Paolo Valente, architetto e coowner con Roxelo di uqbar, ho potuto presentare “La città blog di Sarima”, un’opera fatta di parole, immagini e suoni che racchiude l’essenza del mio percorso artistico per scrivere un libro che suona che canta che balla.
Il video con l’intervista di Roxelo, le immagini della città, la scrittura dell’intervista, e il video dedicato alla comunità internazionale Passsword con il primo ingresso di Sarima Giha in Second Life sono visibili in questi giorni contemporaneamente
la città blog di Sarima – visione dall’alto – foto di arco rosca
Testo dell’intervista di Roxelo Babenco a Sarima Giha:
Maria Luisa Grimani aka Sarima Giha, il tuo percorso artistico è costellato di mostre e di incontri significativi, sia reali che ideali. Puoi renderci una sintesi delle tappe più importanti della tua esperienza artistica?
Inizio col raccontarvi di un sogno infantile che mi porto dentro da sempre e che mi abbandonerà solo quando non riuscirò più a sognare: scrivere un libro che suona, che canta, che balla.
Era solo una frase che non riuscivo a comprendere, ma ben presto ha preso i connotati di un percorso verso una meta non ben definita, ma che mi porta sempre inevitabilmente là dove voglio andare.
Il percorso è costellato di letture, dialoghi, musica, suoni, danze, di visioni del macro e microcosmo, di sensazioni e di emozioni . Per raccontare dalle fondamenta le mie ricerche ho scritto tre piccoli libri: Storie di scacchi, Il testo poetico come immagine e Il giardino dei segni .
Ho avuto la fiducia di personaggi come Wando Aldrovandi che nella Libreria Einaudi in galleria Manzoni a Milano ha ospitato la mia prima antologica e mi pronosticava ”Grimani… ti capiranno fra cento anni”, di A G Fronzoni, un grafico rigoroso che mi ha insegnato quanto è importante progettare dal più piccolo al più importante dei lavori, di Bruno Munari con il quale ho stretto una bella amicizia ed ho avuto l’ occasione di lavorare al Castello Sforzesco di Milano a Giocare con l’arte.
Come nasce l’ interesse per Second Life e quali caratteristiche di questo mondo virtuale trovi congeniali per un’artista come te?
Second Life è arrivata in un momento della mia vita favorevole a questa esperienza. Stavo lavorando da due anni, e lo faccio tuttora, con il gruppo internazionale “Password” composto da poeti e da artisti che si collegano on line, gli uni per scrivere i loro testi gli altri per tradurre le loro poesie in immagine. Un’esperienza che mi ha permesso di dialogare con il mondo attraverso il programma photoshop ed ho la soddisfazione di dire che l’ho usato da ignorante inventandomi di volta in volta, attraverso parecchi errori, il suo uso. Poi l’occasione di entrare in second life. Sono entrata per esporre alcune mie poesie realizzate per Password. Esiste ancora nella land dell’avatar Core Tatham la struttura portante che mostra i miei quadri. Poi una volta entrata come potevo non esplorare questo fantastico mondo virtuale?
Abbiamo avuto modo di apprezzare la tua installazione “la città blog di Sarima” ad Arena. Un’opera complessa che trae ispirazione dal blog “Il fogliomondo di Sarima”. Vuoi raccontare ai nostri lettori come nasce e come si sviluppa il progetto della città blog, presentato ad Arena in Second Life?
dentro la città – foto di arco rosca
Il blog di Sarima è nato da una idea ben precisa, creare un’opera unitaria interdisciplinare. Finalmente avrei potuto esprimermi contemporaneamente con parole, immagini e suoni, tentando anch’io di realizzare l’opera totale che molti letterati e artisti hanno da sempre inseguito.
Per inciso, so che oggi si parla molto di arte globale, che raggiunge tutti e ovunque eliminando barriere e confini, io mi azzardo a dire che preferisco ancora il termine universale perché per me questa parola contiene in sé sia l’aspetto terreno della globalizzazione che la spiritualità insita nell’uomo. L’universo è un concetto che ci aiuta a pensare all’infinito e all’eterno allargando i limiti dello spazio e del tempo terreni.
Arena mi ha dato la possibilità di far vedere in un’unica immagine il mio blog. La sua realizzazione in second life era un nodo cruciale, conoscendo i miei limiti tecnologici. Per il progetto ho chiesto la collaborazione di Core Tatham a.k.a. Tommaso Correale Santacroce, regista teatrale e web content manager della Fondazione Bassetti, ed insieme abbiamo ideato e creato la città con parallelepipedi più o meno alti a seconda del testo del racconto che si sarebbe potuto vedere, leggere ed ascoltare.
Una città che rappresentasse il Fogliomondo di Sarima con i suoi protagonisti, gli abitanti di Second Life, gli avatar, le loro opere, le loro costruzioni, i loro colori. i loro entusiasmi e non ultimo persino la loro protesta fatta di enormi coloratissimi graffiti che non possono mancare in una nuova città, con il vantaggio che in second life appaiono come fuochi d’artificio e non sporcano le pareti dei palazzi.
Pensi di proseguire nella sperimentazione artistica in World? Quali i tuoi progetti per il futuro?
foto di arco rosca
Di solito quando inizio una ricerca tra lo studio e la sua realizzazione passano di media tre anni. Ora sono in un momento magico per continuare Second Life. Questa esperienza andrà avanti fino ad un suo naturale esaurimento, cioè fino a quando una idea nuova e incalzante si farà spazio.
Password è una comunità internazionale composta da poeti e da artisti che si collegano on line, gli uni per scrivere testi, gli altri per tradurre le loro poesie in immagine. Il suo link è tra i blogroll qui accanto.
Aura Maria Vidales è una poetessa che fa parte del gruppo Password.
Ho scelto e tradotto una sua breve composizione, utilizzando una mia opera sulla pioggia, realizzata su carta con tecnica mista, e manipolando la sua riproduzione fotografica con photoshop.
Cesa el viento
Cesa el viento, la voz nace
y como fruto se abre a la llovizna.
La sombra viva, de fuego, danza.
Aura Maria Vidales
Cessa il vento, nasce una voce
e come frutto si apre alla pioggerella
L’ombra viva, del fuoco, danza
Questa seconda trascrizione nasce dalla fotografia di un altro mio lavoro sempre sulla pioggia
Nella mia memoria c’è l’esperienza di un lavoro, dedicato al romanzo di Italo Calvino Se una notte d’inverno un viaggiatore, uno sceneggiato in dieci episodi televisivi . Dieci tele, tante quanti sono i titoli dei racconti contenuti nel romanzo, con un gioco di sovrapposizione di colori.
Calvino rompe lo schema classico del raccontare. La storia dei due lettori protagonisti, un lui e una lei, si può ricomporre in forma unitaria solo attraversando le letture dei racconti, ricostruendo pause, interruzioni, dialoghi.
se una notte d’inverno un viaggiatore, 1985
Nel romanzo di Perec La vita istruzioni per l’uso la storia è costruita come un grande puzzle: i frammenti delle vite dei personaggi di un condominio parigino, se pazientemente riuniti, formano uno straordinario caleidoscopio di vicende umane. Il personaggio Percival Bartlebooth ne è il più rappresentativo perché del puzzle fa una questione di vita.
Mentre Perec ci mostra il condominio parigino invitandoci ad entrare direttamente nell’interno di ogni singolo appartamento quasi che la facciata fosse trasparente, il mio lavoro è stato quello di inventare con regole quasi matematiche una visione dall’esterno delle singole proprietà dei condomini, suggerendone la visione a puzzle.
Sono quaranta piccole tele modulari, una diversa dall’altra, con un gioco speculare da scoprire. Mi sarebbe piaciuto cedere a pezzi il condominio agli amici per poi, dopo qualche anno, ricomporlo, operazione che non sono riuscita purtroppo a realizzare, in compenso ho avuto occasione di esporre questo lavoro in alcune mostre.
il condominio omaggio a Perec, 1991
quaranta tele 25×35 più le cornici 1cm di spessore
“La filosofia muore più volte” e “c’era una volta un bel colore rosso…” due libri d’artista ispirati al film “Uccellacci Uccellini” di Pier Paolo Pasolini
La filosofia muore più volte
Tre pagine che si sovrappongono e si snodano a somiglianza di ali nere e bianche.
Tutto si muove eppure tutto sembra immobile.
Il pensiero umano più alto, la filosofia, non è bistrattata solo dai sempliciotti, ma spesso viene tradita, strumentalizzata, uccisa anche da chi dovrebbe difenderla.
Ed il finale del film con le piume dell’uccello con i pochi resti del corpo lasciano inorriditi e sgomenti, ma sappiamo che possono preannunciare anche una rinascita: finché l’uomo vivrà anche il suo pensiero libero vivrà.
la filosofia muore più volte… 2008
C’era una volta un bel colore rosso…
In queste due pagine traspare il pessimismo di Pier Paolo Pasolini. Le parole del corvo filosofo: “il cammino incomincia e il viaggio è già finito” ci rammentano la caducità della vita. E ricordo un altro poeta, Ungaretti, che scrisse: “Si sta come d’autunno – sugli alberi – le foglie”. E l’uomo pur sapendo che la sua vita avrà una fine, come si comporta?
Nella sceneggiatura creata per il corvo esiste anche un richiamo ai colori e mi sembrava appropriato, dato il titolo della mostra, “Tintacce – Tintine”, introdurre questo tema. In realtà Pasolini non nomina alcun colore ma esclusivamente il rosso.
“La vita ha i suoi colori! Il colore dell’aridità, il colore dell’abiezione, il colore della paura, il colore dell’ironia, il colore della mancanza di ogni colore! E c’era una volta un bel colore rosso…”
Un elenco di tintacce, dei difetti più abbietti dell’uomo. chiuso in se stesso. che si preoccupa, a scapito degli altri, della sua sopravvivenza e non s’accorge che così facendo accelera il processo della sua morte, tanto da non avere più alcun colore lungo il suo percorso terreno.
Gli uomini tendono inevitabilmente al male e devono lottare tutta la vita per conquistarsi il bene nei valori della pace, della giustizia e della libertà e un filo di speranza Pasolini lo vede nel colore rosso.
Di solito quando si parla di speranza l’abbinamento è con il verde. Perciò ne traggo la conclusione che ogni colore ha in sé l’aspetto positivo e l’aspetto negativo, il rosso simbolo dell’allegria, della gioia può diventare simbolo di guerra, del sangue sparso sul terreno, della violenza,
I valori stanno dentro ognuno di noi, coltivarli e farli crescere è un dovere, non dobbiamo aspettarci che altri decidano per noi cosa è bene e cosa è male, scegliamo pure il nostro colore positivo e sono sicura che si armonizzerà anche con altri colori positivi nel simbolo dell’arcobaleno.
Devo a Roberta Giudetti il suggerimento di raccontare come nacquero le mie opere ispirate al romanzo di Georges Perec La vita, istruzioni per l’uso- La vie mode d’emploi – 1978 e ammetto che ora, in questo istante, mi sento euforica ed emozionata all’idea di ripercorrere la mia avventura.
Aprendo il romanzo “La vita istruzioni per l’uso” si nota subito accanto al titolo la dedica
Alla memoria di Raymond Queneau -
nella pagina successiva si legge:
Guarda a tutt’occhi, guarda
Jules Verne, Michele Strogoff
nella pagina accanto inizia il PREAMBOLO con l’incipit
L’occhio segue la vie che nell’opera gli sono state disposte
Paul Klee Pädagogisches Skizzenbuch
Mi rendo conto che parlando oggi della mia esperienza è inevitabile arricchirla di particolari che allora erano solo nel mio inconscio ma che oggi sono chiari e forti.
Avevo nella mia libreria il magico libro di Queneau “Cent Mille Milliards de Poèmes” edito da Gallimard nel 1961, ho letto molti libri di Giulio Verne nella mia adolescenza e Paul Klee è uno dei miei maestri che, insieme a Kandinsky, hanno ispirato molti miei lavori. Ero pronta per appassionarmi alla lettura del romanzo di Perec. Questa per me è l’intuizione, la dote di chi possiede una certa capacità di sintesi e di serendipità: il frutto di un lavoro continuo di collegamenti che nasce dalla conoscenza.
Una piccola curiosità: leggo oggi su Wikipedia questa frase:
“Il libro più noto di Perec è, probabilmente, La vita, istruzioni per l’uso- La vie mode d’emploi – 1978, dedicato alla memoria di Raymond Queneau nel quale descrive in modo metodico la vita dei diversi abitanti di un’immobile parigino seguendo uno schema circolare (lo schema del cavaliere, ripreso dal movimento del cavallo nel gioco degli scacchi). Con questo libro ha ottenuto il Prix Médicis.”
Gioco degli scacchi ?, la mia prima ricerca artistica, tutto torna, non è emozionante?