Archive for the ‘la vita istruzioni per l’uso’ Category

il puzzle e percival bartlebooth

febbraio 24, 2009

Nel suo preambolo a La vita, istruzioni per l’uso George Perec descrive minuziosamente la differenza tra un puzzle commerciale solitamente di cartone, tagliato a macchina, e la costruzione di un puzzle di legno preparato da mani abili, le cui tessere sono studiate con furbizia per rendere difficile la ricostruzione dell’immagine. L’autore sa inoltre che colui che vorrà ricostruire il puzzle in un unico pezzo dovrà rifare i suoi stessi gesti, i suoi stessi ragionamenti per arrivare, attraverso l’esame dei singoli pezzi, alla comprensione del tutto.
Chi volesse ricostruire l’intera storia di Percival Bartlebooth, l’inquilino più importante del condominio parigino, può solo farlo collegando tra loro tutti i capitoli che lo riguardano e le notizie nascoste nelle storie degli altri personaggi, ripercorrendo l’itinerario tracciato da Perec quasi che l’autore invitasse il suo lettore a riflettere più in profondità su ciò che egli descrive. Le sue istruzioni invitano ad analizzare bene, attraverso la vita degli altri, la nostra stessa vita.
Sempre nel preambolo Perec, parlando dell’abilità nella scelta di un soggetto per rendere il puzzle sempre più difficile, dalla uniformità di un quadro gestuale di Pollock alle varianti di un quadro quasi monocromatico di Pissarro, prospetta l’idea di un puzzle tutto bianco come “misero paradosso”. Ebbene lì ho trovato la mia sfida. Un puzzle tutto bianco, ben sapendo che oggi dire bianco vuol dire scegliere un certo numero di varianti: bianco di titanio, bianco di zinco, bianco d’argento, bianco luminoso, bianco spento, opaco o lucido e così via.

la-vita-istruzioni-per-lusotutto scorre come in un film-1991

Quando costruii la serie di quadri dedicati a Perec non avevo approfondito come oggi sto facendo il suo romanzo. Ero stata affascinata dalla sua struttura a puzzle e dalla storia di Bartlebooth che del puzzle aveva fatto la sua questione di vita.

All’età di venti anni decise di organizzare tutta la sua vita:
“Per dieci anni, dal 1925 al 1935, Bartlebooth si sarebbe iniziato all’arte dell’acquerello.
“Per venti anni, dal 1935 al 1955, avrebbe viaggiato in lungo e in largo, dipingendo, in ragione di un acquerello ogni quindici giorni, cinquecento marine dello stesso formato (65×50, o 50×64 standard) raffiguranti porti di mare. Appena finita, ciascuna di quelle marine sarebbe stata spedita a un artigiano specializzato (Gaspard Winckler) che incollandola su un foglio di legno sottile l’avrebbe tagliata in un puzzle di settecentocinquanta pezzi.
“Per venti anni, dal 1955 al 1975, Bartlebooth, tornato in Francia, avrebbe ricomposto, nell’ordine, i puzzle così preparati, in ragione, di nuovo, di un puzzle ogni quindici giorni. Via via che i puzzle sarebbero stati ricostruiti, le marine sarebbero state ristrutturate in modo da poterle scollare dal loro supporto, trasportate nel luogo stesso in cui – vent’anni prima – erano state dipinte, e immerse in una soluzione solvente da cui non sarebbe riemerso che il foglio di carta Whatman, vergine e intatto.
“Così, non sarebbe rimasta traccia alcuna di quella operazione che, per cinquanta anni, aveva completamente mobilitato il suo autore. (…)” Paolo Beneforti

Gli artigiani che lo affiancano nell’impresa vivono nello stesso condominio. La signora Hourcade del quinto piano, che aveva lavorato in una fabbrica di cartonaggio e aveva una vasta esperienza (Perec elenca tutti i manufatti che la signora aveva avuto modo di trattare) riceve l’incarico di costruire cinquecento scatole in cui il signor Winkler, del sesto piano, avrebbe dovuto mettere i puzzle man mano che li terminava. Dovevano essere tutte identiche: lunghe venti centimetri, larghe dodici, alte otto, di cartone nero, chiuse da un nastro nero che Winkler sigillava con la cera, senza altra indicazione che un’etichetta ovale sulla quale erano scritte le iniziali P.B. seguite da un numero.

la-nascita-del-puzzle-b3

la nascita del puzzle-1991

Oggi, nel riprendere in mano il romanzo, nel ricercare via internet notizie, approfondimenti, critiche leggo che il nome di Bartlebooth nasce dalla sintesi di due personaggi letterari: Barnabooth il miliardario di Valery Larbaud e Bartleby lo scrivano di Herman Melville). Può non sorgere la curiosità del perché Perec li abbia scelti? Ecco allora quello che ho scoperto.
Il primo personaggio nasce dal romanzo A. O. Barnabooth. Il suo diario intimo
“Pubblicato per la prima volta nel 1913, il libro è il diario del viaggio che A. O. Barnabooth, alias Valéry Larbaud, compie per tutto il vecchio mondo a bordo di un vagone letto. In questa personaggio un po’ burlesco, snob e parvenu afflitto dal complesso del proprio denaro, cleptomane per noia, eternamente sedotto dalla bellezza di un alessandrino, di una teiera o dalle spalle di una donna, Valéry Larbaud ha raffigurato se stesso e i miti del suo tempo in maniera indimenticabile. Contemporaneo e amico di Valéry, di Gide, di Joyce, di Svevo, Valéry Larbaud (1881-1957) albergò sempre in sé due anime: l’insaziabile viaggiatore, proteso verso nuovi paesi e nuovi incontri, e l’aristocratico prosatore amante dell’opera raffinata.”*
Il secondo personaggio “Bartleby, lo scrivano, è un piccolo capolavoro di Melville. In un racconto di poche decine di pagine un notaio descrive la storia di un suo impiegato, appunto Bartleby, che lavora per quattro centesimi a pagina di cento parole. Bartleby è lo scrivano più strano in cui si è imbattuto: non cammina, non beve caffè o birra, vive di noci di zenzero e fissa sempre il muro. Vive la sua vita in solitudine, in completa mancanza di amicizie. Melville scrive che “era la sua anima a soffrire” e che “sembrava solo, assolutamente solo nell’universo”. Bartleby è totalmente estraniato dall’ambiente di lavoro. E’ un uomo che non sa parlare e che rifiuta di fare. Ad un tratto inizia a non svolgere più le mansioni a cui era destinato. Ad ogni comando del notaio risponde: “I would prefer not to”(preferirei di no). Quando viene licenziato la resistenza passiva di Bartleby diventa attiva: infatti occupa abusivamente l’ufficio giorno e notte. Una volta tradotto in prigione rifiuta di mangiare e muore di fame.
Quindi due luoghi emblematici: l’ufficio, come momento di vita non autentica, i cui connotati sono lo sfruttamento e l’insensatezza, e la prigione che rappresenta la morte.”**
Due affascinanti storie che fanno ancor più meditare sulla vita emblematica di Bartlebooth, ognuno di noi può trarre le sue conclusioni.

per comprendere meglio la struttura di questo fantastico romanzo potete leggere
http://recevaligia.blogspot.com/2006/07/la-struttura-compositiva-de-la-vita.html
 
 
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il condominio omaggio a Perec

gennaio 15, 2009

Nella mia memoria c’è l’esperienza di un lavoro, dedicato al romanzo di Italo Calvino Se una notte d’inverno un viaggiatore, uno sceneggiato in dieci episodi televisivi . Dieci tele, tante quanti sono i titoli dei racconti contenuti nel romanzo, con un gioco di sovrapposizione di colori.

Calvino rompe lo schema classico del raccontare. La storia dei due lettori protagonisti, un lui e una lei, si può ricomporre in forma unitaria solo attraversando le letture dei racconti, ricostruendo pause, interruzioni, dialoghi.

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se una notte d’inverno un viaggiatore, 1985

Nel romanzo di Perec La vita istruzioni per l’uso la storia è costruita come un grande puzzle: i frammenti delle vite dei personaggi di un condominio parigino, se pazientemente riuniti, formano uno straordinario caleidoscopio di vicende umane. Il personaggio Percival Bartlebooth ne è il più rappresentativo perché del puzzle fa una questione di vita.

Mentre Perec ci mostra il condominio parigino invitandoci ad entrare direttamente nell’interno di ogni singolo appartamento quasi che la facciata fosse trasparente, il mio lavoro è stato quello di inventare con regole quasi matematiche una visione dall’esterno delle singole proprietà dei condomini, suggerendone la visione a puzzle.
Sono quaranta piccole tele modulari, una diversa dall’altra, con un gioco speculare da scoprire. Mi sarebbe piaciuto cedere a pezzi il condominio agli amici per poi, dopo qualche anno, ricomporlo, operazione che non sono riuscita purtroppo a realizzare, in compenso ho avuto occasione di esporre questo lavoro in alcune mostre.

omaggio-a-perec1il condominio omaggio a Perec, 1991

quaranta tele 25×35 più le cornici 1cm di spessore

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particolare del condominio omaggio a Perec, 1991

introduzione a “la vita istruzioni per l’uso”

novembre 26, 2008

Devo a Roberta Giudetti il suggerimento di raccontare come nacquero le mie opere ispirate al romanzo di Georges Perec La vita, istruzioni per l’uso – La vie mode d’emploi – 1978 e ammetto che ora, in questo istante, mi sento euforica ed emozionata all’idea di ripercorrere la mia avventura.

Aprendo il romanzo “La vita istruzioni per l’uso” si nota subito accanto al titolo la dedica

Alla memoria di Raymond Queneau –

nella pagina successiva si legge:

Guarda a tutt’occhi, guarda

Jules Verne, Michele Strogoff

nella pagina accanto inizia il PREAMBOLO con l’incipit

L’occhio segue la vie che nell’opera gli sono state disposte

Paul Klee Pädagogisches Skizzenbuch

Mi rendo conto che parlando oggi della mia esperienza è inevitabile arricchirla di particolari che allora erano solo nel mio inconscio ma che oggi sono chiari e forti.

Avevo nella mia libreria il magico libro di Queneau “Cent Mille Milliards de Poèmes” edito da Gallimard nel 1961, ho letto molti libri di Giulio Verne nella mia adolescenza e Paul Klee è uno dei miei maestri che, insieme a Kandinsky, hanno ispirato molti miei lavori. Ero pronta per appassionarmi alla lettura del romanzo di Perec. Questa per me è l’intuizione, la dote di chi possiede una certa capacità di sintesi e di serendipità: il frutto di un lavoro continuo di collegamenti che nasce dalla conoscenza.

Una piccola curiosità: leggo oggi su Wikipedia questa frase:

“Il libro più noto di Perec è, probabilmente, La vita, istruzioni per l’uso – La vie mode d’emploi – 1978, dedicato alla memoria di Raymond Queneau nel quale descrive in modo metodico la vita dei diversi abitanti di un immobile parigino seguendo uno schema circolare (lo schema del cavaliere, ripreso dal movimento del cavallo nel gioco degli scacchi). Con questo libro ha ottenuto il Prix Médicis.”

Gioco degli scacchi ?, la mia prima ricerca artistica, tutto torna, non è emozionante?

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Georges Perec

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la copertina del mio libro

prima edizione BUR – maggio 1989 – Rizzoli

La mossa del cavallo

maggio 31, 2008

Mestre Venezia bianco Canal vince nero Vecsey, mosse 27, 1977

Lavoravo verso la fine degli anni settanta nello Studio di A G Fronzoni, dal quale stavo imparando quanto fossero importanti l’esercizio critico e il rigore formale nel design.

Devo probabilmente alla combinazione tra questa “scuola” e il caso la svolta personale che andavo cercando nel mio lavoro e che si rivelò la prima volta che osservai con particolare attenzione una partita di scacchi.

Ricordo che guardando con attenzione i due avversari, mi chiedevo quanto sarebbe stato interessante vedere la trama delle loro mosse se non addirittura la sintesi della loro partita.

La rappresentazione di una partita di scacchi era lì davanti a me: due giocatori, una scacchiera e i diversi pezzi, i re, le regine, i cavalli, gli alfieri, le torri, i pedoni.

Ogni giocatore ha una strategia, applica una tattica, studia aperture e finali, commette errori, inventa mosse geniali e imprevedibili. Ogni mossa è la testimonianza di un complesso lavorio mentale. Ed ero consapevole che man mano che la partita avanzava e i pezzi sparivano dalla scacchiera, nasceva un invisibile tracciato.

Era questo che volevo interpretare poiché ero convinta, ancor prima di renderlo visivo, che sarebbe apparso come una costruzione armoniosa, equilibrata, originale.

Decisivo si è rivelato il tradurre in immagine la mossa del cavallo: invece di tracciare una linea ad L come indicato nelle regole del gioco usai la diagonale che la mano esperta del giocatore traccia trasportando direttamente il pezzo da una casella all’altra. Una diagonale diversa da quella dell’alfiere, che dava dinamicità all’intero tracciato creando nuove linee di forza. Partite brevi, con poche mosse, erano le più efficaci.

Approfondendo questa ricerca sugli scacchi, (due mie partite furono pubblicate da Bruno Munari nel suo libro “La scoperta del quadrato” edito da Zanichelli, 1977) mi accorsi che nel prendere nota di tutti i movimenti dei due giocatori applicavo un metodo analitico, mentre, nel ricostruire tutti i movimenti in un’unica immagine, cercavo e trovavo la sintesi.

Nella mossa del cavallo avevo scoperto una leva del momento creativo: questo movimento a “salto” diventò per me il simbolo visivo di come si possa uscire dagli schemi e trovare per intuizione i propri personali collegamenti.

Il privilegiare partite di campionato con poche mosse e con soluzioni eleganti mi insegnò a fare scelte chiare risolvendo i problemi uno alla volta. Ottenevo così di arrivare all’essenza delle cose rimanendo il più possibile aderente al mio pensiero.

L’elaborazione di una strategia e la sua traduzione in tattica diventarono per me la scelta del percorso e della tecnica giusta per realizzare le mie opere.

A questo punto mi accorsi di aver trovato un metodo di lavoro che potevo applicare, adattandolo di volta in volta, ai diversi studi sulla natura, ai linguaggi visivi della poesia, alla trascrizione della musica e della danza.

Un metodo, non statico o definitivo,maun procedimento snello e apertoalle varianti che nuove idee, nuove situazioni possono suggerire.

Monza 1987

Buenos Airesbianco Capablanca nero Alekhine vince, mosse 43,1927