Archive for the ‘storie di scacchi’ Category

un racconto/a tale – la scoperta di un metodo

ottobre 23, 2015

Approfondendo la ricerca sugli scacchi, mi resi conto che nel prendere nota di tutti i movimenti dei due giocatori applicavo un metodo analitico, mentre nel ricostruire tutti i movimenti in un’unica immagine trovavo la sintesi.

Nella mossa del cavallo avevo scoperto la leva del momento creativo: quel “salto” divenne per me il simbolo visivo di come si possa uscire dalle gabbie mentali e trovare per intuizione i propri personali collegamenti.

Il privilegiare partite di campionato, caratterizzate da poche mosse e da soluzioni eleganti, mi insegnò che lavorare facendo le scelte giuste, sia dei materiali che delle tecniche, mi avrebbe portato più facilmente ad esprimermi senza tradire il mio pensiero. Avevo trovato un metodo di lavoro che potevo applicare, adattandolo di volta in volta, ai miei vari studi. Non un metodo statico o definitivo ma un procedimento snello e aperto alle varianti che nuove idee, nuove situazioni avrebbero potuto suggerire.

Da quel momento in poi fu una scoperta continua, non avrei mai immaginato quanta letteratura, pittura, filosofia gli scacchi avessero ispirato. Fu piacevole sentirsi in buona compagnia.

The discovery of a method

Deepening my research into chess I realised that taking note of all the movements of the two players I applied an analytical method , while reconstructing the movements in one image I found a synthesis. In the movements of the horse I had found the lever of the creative moment: that ‘jump’ became the visible symbol for me of how it was possible to free myself from a mental cage and find through intuition my personal connections.

By concentrating on championship games characterised by few movements and elegant solutions I was taught that in working by making the right choices both of materials and techniques this would lead me to express myself more easily without betraying my thought. I had found a work method that I could apply adapting it time by time to my various studies.. Not a static or final method but a short procedure which was open to variants that new ideas, new situations might suggest. From that moment it was a continual discovery, I would never have imagined how much literature, painting and philosophy ,,chess would inspire. It was pleasant to feel myself in good company.

copertina libro cubo per blog

 

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un racconto/a tale – gli scacchi (3)

ottobre 21, 2015

Per visualizzare questi tracciati usavo il tiralinee e l’inchiostro di china nero su fogli bianchi, rara la tempera bianca su fogli neri per accentuare la vittoria del nero sul bianco. Oppure usavo i nastri trasferibili della Letraset su acetato.

To visualise the tracks I used a drawing pen and black printing ink on white paper, or rarely white tempera on black pages to accentuate the victory of black over white, or more rarely transferable tapes of the Letraset on acetate.

bianco-carls     portisch1

Partite di scacchi 1977, tempera su cartoncino nero e china su cartoncino bianco , 50×50

Nel novembre del 1976, fu allestita una mostra a La Permanente di Milano dal titolo “Il Werkbund – 1907 Alle origini del design”. Tra gli oggetti presentati noto una scacchiera con gli scacchi disegnati da Josef Hartwig nel 1923. E mi viene un tuffo al cuore. Aveva chiaramente disegnato i pezzi ispirandosi ai movimenti e non ai personaggi. In questa fotografia si distinguono facilmente in primo piano il cavallo fatto a L e l’incrocio dell’alfiere. Mi trovavo in sintonia con un artista che aveva lavorato con lo stesso input circa cinquanta anni prima di me. Emozionante!

In November 1976 an exhibition was organised at La Permanente of Milan with the title ’The Werkbund- 1907 The Origins of design’ . Amongst the objects exhibited I noticed a chessboard with the pieces designed by Josef Hartwig in 1923. My heart beat more quickly. He had clearly designed the pieces inspired by the movements and not the characters. In this photograph you can easily distinguish the horse in the foreground designed as an L and the cross of the knight. I was on the same wavelength as an artist who had worked on the same input about fifty years before me. This was thrilling.

scacchiera-per-blog

Scacchi disegnati da Josef Hartwig 1923
in primo piano da sinistra cavallo, pedina, alfiere, regina

Su suggerimento di Fronzoni presentai i disegni sugli scacchi a Ugo Carrega che dirigeva allora il Centro Culturale Mercato del Sale sempre a Milano. Non ci fu molto feeling perché la sua risposta fu una domanda “perchè gli scacchi e non una bella partita a poker?” quasi a lanciarmi una sfida.

Following Fronzoni’s suggestions I presented the chess designs to Ugo Carrega who was then director of the Mercato del Sale always in Milan. I didn’t get much of a response because his reply was a question –‘Why chess and not a good game of poker?’ as if he were challenging me.

Sempre con i miei scacchi e sempre su consiglio di Fronzoni, mi presentai da Armando Nizzi della Galleria d’arte contemporanea Sincron di Brescia. Nel frequentare assiduamente questa galleria ebbi l’occasione di incontrare Bruno Munari.
Venne anche la mia prima occasione di partecipare ad una collettiva della Sincron dal titolo
Tre giorni d’arte a Ciserano, anno 1979. E fu una buona occasione perché Munari che stava per pubblicare con la casa editrice Zanichelli il suo libro La scoperta del quadrato mi propose di inserire due immagini dei miei scacchi. Dopo la pubblicazione, ricevetti una gentile lettera da Christa Bumgarth del Kunst Historiches Institut in Florenz che mi chiedeva una documentazione per i loro archivi dei miei lavori ed io ne fui molto lusingata. Ma purtroppo non risposi, ero alla mia prima ricerca, avevo da poco iniziato il lavoro sulla parola come immagine e non avevo alcuna documentazione da presentare.

Always with my chess and always at the suggestion of Fronzoni I introduced myself to Armando Nizzi of the Galleria d’Arte Contemporanea Sincron of Brescia. By going frequently to this gallery I had the opportunity to meet Bruno Munari. Then came my first opportunity to take part in a collective of the Sincron with the title ‘Tre giorni d’arte a Ciserano ‘in 1979. It was a good opportunity because Munari was about to bring out with the publisher Zanichelli his book ‘La Scoperta del Quadrato’ and he suggested my including two images of my chess. After publication I received a very kind letter from Crista Bumgarth of Kunst Historiches Institut in Florenz which asked for documentation of my work for their archives. I was very flattered but unfortunately I didn’t reply. I was at the beginning of my research and had only just begun the work on the word as an image and I had no documentation to present.

copertinapagina 51 

La scoperta del quadrato di Bruno Munari edito da Zanichelli 1981


Mi accorgo ora che gli anni settanta furono per me momenti di grande impegno e creatività, stimolata da un fervore che mi circondava sia negli ambienti artistici che in quelli scientifici e sociali. I ricordi si accavallano ed è complesso catalogarli cronologicamente: ho l’impressione che la mia attività sia stata impostata tutta in un batter di ciglia.

I realise now that the seventies were moments of intense commitment and creativity for me stimulated by a fervour which surrounded me in artistic, scientific and social circles. The memories overlap and it is complex to catalogue them chronologically. I have the impression that my activity took place in the blink of an eye.

 

 

 

un racconto/a tale – gli scacchi (2)

ottobre 20, 2015

E riflettevo: ogni giocatore parte con una strategia, studia aperture e finali, commette errori, inventa mosse geniali e imprevedibili. Ogni mossa è la testimonianza di un complesso lavorio mentale. Inoltre ero consapevole che man mano che la partita avanzava e i pezzi sparivano dalla scacchiera, nasceva un invisibile tracciato. Era questo che volevo far vedere poiché ero convinta, ancora prima di disegnarlo, che sarebbe apparso come una costruzione dinamica ma anche armonica, equilibrata, sempre nuova.
Decisivo è stato il movimento del cavallo: invece di tracciare una linea ad L come indicato nelle regole del gioco mi ispirò la diagonale che la mano del giocatore traccia trasportando direttamente il pezzo da una casella all’altra. Una diagonale diversa da quella tracciata per l’alfiere, che dava dinamicità all’intero tracciato, creando così nuove linee di forza.
A quel punto mi sono divertita a leggere il vecchio manuale Gli scacchi di Giuseppe Padulli, per conoscere meglio la dinamica del gioco. Nella sua premessa, scritta nel 1928, mi aveva colpito questa frase: “Una partita a scacchi è una piccola opera d’arte! Piccola, ma che sta meravigliosamente a sé stessa, come cosa completa ed organica, tal quale come è piccolo un bambino, ma non per questo men proporzionato e, in certo modo, meno artistico ed interessante.” Lo ammetto, a tutt’oggi non so ancora giocare bene a scacchi, evidentemente mi concentravo su altro.

And I reflected: each player starts with a strategy, studying openings and closures, makes mistakes, invents brilliant and unpredictable moves. Each move is the testimony of a complex mental elaboration. I was also aware that as the game progressed and the pieces disappeared from the board an invisible path was developed. That was what I wanted to see because I was convinced even before drawing it would appear as a dynamic construction but also a harmonious one, always new. The horse’s movement was decisive. Instead of tracing an L line as was indicated in the rules of the game , I was inspired by the diagonal traced by the player’s hand moving the piece from one square to another. A diagonal which differed from the knight and lent dynamism to the whole creating in this way new lines of strength. At this point I amused myself reading the old manual ‘Chess’ by Giuseppe Padulli in order to learn the dynamics of the game better. In his forward written in 1928 I was struck by the phrase ‘ a game of chess is a small work of art. Small but wonderfully itself, something complete and organic like a small child but nevertheless in proportion and not less artistic or interesting.’ I must confess that to date I still don’t know how to play chess well , evidently I concentrated on something else.

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La copertina del mio manuale (una volta era di Giacomo) “Gli scacchi” di Giuseppe Padulli casa editrice A.Corticelli Milano 1940

Poi ci volle solo molta pazienza per trovare e scegliere le più belle partite a scacchi di campioni come Capablanca, Alekhine, Portisch, Larsen, e molti altri, e per trascrivere tutte le mosse una ad una. Un lavoro di traduzione quasi da amanuense.

Then all I needed was a lot of patience to choose the best chess matches of champions like Capablanca . Alekhine, Portisch, Larsen and many others and transcribe all the moves one by one. A translation work similar to that of an amanuensis.

un racconto/a tale – gli scacchi premessa (1)

ottobre 20, 2015

Devo premettere che in quel periodo avevo una carica emotiva forte dovuta al desiderio di esprimere per immagini qualche cosa di invisibile, mai visto, a volte fuggevole come un gesto, un pensiero, una parola. Era una aspirazione difficile ma non impossibile, me ne rendevo conto, ma dovevo imboccare la strada giusta e tutto sarebbe stato più semplice.
L’occasione fu una partita di scacchi giocata in famiglia tra Giacomo e Tommaso. Era come se la vedessi per la prima volta, con occhi nuovi. 

I should say that at that time I had a strong emotional impulse due to the desire to express through images something invisible, never seen, sometimes as fleeting as a gesture, a thought, a word. It was a difficult but not impossible aspiration, I realise, but I had to take the right path and then everything would be easier. The occasion was a game of chess played in my family between Giacomo and Tommaso. It was as if seeing it for the first time with new eyes

3 la scacchiera jugoslava di casa mia

La scacchiera jugoslava di casa mia

In seguito mi sarei data una spiegazione, trovando una frase di Goethe, nella sua prefazione a ” La teoria dei colori, che spiega bene questo fenomeno: Il semplice guardare una cosa non ci permette di progredire.” Se “Ogni guardare si muta in un considerare, ogni considerare in un riflettere, ogni riflettere in un congiungere” abbiamo più probabilità di progredire con coscienza e auto consapevolezza.

Later I was to explain this to myself when I came across one of Goethe’s sentences in his preface to “the theory of colours” which explains this phenomenon.‘A simple look at one thing does not allow us to move forward”. If ” each look turns into a consideration, each consideration a reflection, each reflection a connection”, we have the possibility to progress with consciousness and self awareness.

 libro goethe per blogpagina goethe

La copertina del mio libro – I edizione 1979
pagina 4 della prefazione di Goethe

La rappresentazione di una partita di scacchi era lì davanti a miei occhi: due giocatori, una scacchiera e i trentadue pezzi. Due eserciti uno contro l’altro, il bianco e il nero, per ciascuno un re, una regina, due alfieri, due cavalli, due torri e otto pedoni.

The representation of a chess match was right in front of my eyes: two players, a chessboard, and thirty-two pieces. Two armies against each other, white and black each with a king, a queen, two bishops, two knights, two horses, two towers and eight pawns.

 

gli scacchi di Jorge Luis Borges

aprile 12, 2012

Tenue rey, sesgo alfil, encarnizada
reina, torre directa y peón ladino
sobre lo negro y blanco del camino
buscan y libran su batalla armada.

No saben que la mano señalada
del jugador gobierna su destino,
no saben que un rigor adamantino
sujeta su albedrío y su jornada.

También el jugador es prisionero
(la sentencia es de Omar) de otro tablero
de negras noches y blancos días.

Dios mueve al jugador, y éste, la pieza.
¿Qué Dios detrás de Dios la trama empieza
de polvo y tiempo y sueño y agonías?

gli scacchi di Jorge Luis Borges – opera di Maria Luisa Grimani 2012

l’ultimo del Paradiso

agosto 14, 2008

Show di Benigni L’ultimo del Paradiso su RAI UNO la sera del 23 dicembre 2002

Roberto Benigni declama e spiega con la sua bella parlata toscana l’ultimo canto del Paradiso di Dante Alighieri. Per dirci quanto numerosi sono gli angeli egli divaga nel canto XXVIII rammentadoci questi due versi

E poi che le parole sue restaro,
non altrimenti ferro disvavilla
che bolle come i cerchi sfavillaro.
L’incendio suo seguiva ogni scintilla;
ed eran tante, che ‘l numero loro
più che ‘l doppiar de li scacchi s’immilla.

Benigni spiega il perché degli scacchi, ma per fissarmi meglio la storia prendo in mano il testo de La divina commedia, commentata da A. Momigliano, edita da Sansoni – Firenze. 1951. Alla pagina 799, in calce, leggo le seguenti note:

91.Scindendo l’incendio nelle sue parti, lo moltiplica. Ognuna delle scintille girava nel senso del cerchio sfavillante di cui faceva parte: le scintille sono gli angeli che costituiscono i cerchi

93. s’immilla: verbo coniato da Dante sul solito tipo (”inluiarsi, “intuarsi”, ecc.): entra nelle migliaia, si moltiplica a migliaia. Tutto il verso allude alla leggenda dell’indiano, che invitato dal re di Persia a chiedere un premio per la sua invenzione degli scacchi, chiese tanti chicchi di grano quanti risultavano dal due moltiplicato tante volte quanti erano gli scacchi: ne risultò un numero di venti cifre. S. Tommaso dice: “Multitudo angelorum transcendit omnem materialem multitudinem” (Summa, 1, CXII, 4) Lo stile del v.93 ricorda le compresse sintesi storiche o mitologiche disseminate nel poema: giuochi d’abilità fra letteraria ed enigmistica, di cui Dante doveva compiacersi.


sacrificio di donna bianco Augustin nero Nun vince, mosse 25, anno 1977

disegno originale 1977

divertimento grafico

Una verifica letteraria

giugno 23, 2008

Bianco Larsen vince nero Petrosian, 1977

Bravo Camilleri!!!

La mossa del cavallo è il salto mentale che ci permette di trovare soluzioni brillanti ai nostri problemi. Il protagonista del romanzo conosce la lingua italiana e il dialetto genovese, ma per difendersi da un’accusa infamante, un assassinio, utilizza, durante il processo che si svolge in Sicilia, terra dei suoi avi, il dialetto siciliano. Solo così riuscirà ad evitare trabocchetti linguistici che potrebbero portarlo alla rovina.

Forse anche nella vita di Camilleri romanziere “La mossa del cavallo” si è rivelata essenziale alla sua arte per narrarci le avventure del commissario Montalbano e non solo.

Dal romanzo di Andrea Camilleri

La mossa del cavallo

edizione Rizzoli 1999

“Il cavallo è l’unico pezzo del gioco che può scavalcare gli altri. Si muove in un modo davvero speciale, disegnando una ‘L’: prima di due caselle in orizzontale o in verticale, come una torre, e poi di una casella a destra o a sinistra. Un particolare da non dimenticare: un cavallo che muove da una casella nera arriva sempre in una casella bianca. Al contrario, un cavallo che muove da una casella bianca arriva sempre in una casella nera. Il cavallo può scavalcare qualunque pezzo.” A: Karpov, Il manuale degli scacchi

Sabato 1 settembre 1877

….

Lo “scrafaglio merdarolo” di nome scientifico si viene a chiamare “scarabeus sacer”, ma di sacro non ha proprio niente, tiene l’abitudine di fare pallottuzze di merda, d’omo o d’armàlo non ha importanza, che poi se le rotola infino alla tana, gli servono per mangiarsele mentre che c’è l’invernata. I montelusani, che avevano la particolarità d’assegnare la giusta ‘ngiuria a ogni persona che gli veniva a tiro, avevano di subito chiamato “scrafaglio merdarolo” l’intendente di Finanza La Pergola commendator Felice il quale, a stare a quanto si contava, appena gli veniva passata la mazzetta, rapidamente l’appallotolava e se la metteva in sacchetta per andarsela a nascondere in casa, dato che non risultava avesse deposito di dinaro in nisciuna delle due banche di città. Tra le tante pallottuzze di merda che l’intendente si era intanato nei cinque anni di servizio a Montelusa, le più grosse e sostanziose erano state quelle fornite prima dall’ispettore capo ai mulini Tuttobene Gerlando, scomparso in mare durante una solitaria partita di pesca e mai più ritornato a riva, e doppo dal suo successore Bendicò Filiberto, questo sì ritrovato, ma dintra a un vallone e mezzo mangiato dai cani.

In seguito a questi luttuosi eventi, assai restìo chi avrebbe dovuto succedere ai due ex ad occuparne il posto, il direttore generale che stava a Roma aveva deciso di spedire a Montelusa un ispettore capo dotato di tutti gli attributi per rimettere le cose a posto.

Al solo vederselo davanti questo nuovo ispettore capo, lo scrafaglio merdarolo capì subito due cose. La prima era che si stava avvicinando una grandissima carestia di merda e la seconda era che con quell’omo bisognava procedere con cautela, attento a misurare la parola.

Giovanni Bovara, più che un impiegato della pubblica amministrazione, pareva un militare di carriera in borghese. Era un quarantino coi capelli a spazzola e baffi lunghi curatissimi, abito scuro di stoffa bona, dritto nel personale. Aveva occhi cilestri, chiari chiari. Al commendator La Pergola fece ‘ntipatia. Calò gli occhi sulle carte che aveva davanti tenendo con una mano il pince-nez.

“Un sorcio cieco” lo qualificò Bovara che ignorava l’altra ‘ngiuria.

“Lei risulta essere nato a Vigàta, a pochi chilometri da qui”

“sì””

“Dalle note perdonatisi evince che lei, di tre mesi appena, è stato portato a Genova dove suo padre aveva trovato lavoro.”

“Sì”

“E’ scapolo?”

“Sì”

………..

“Lei c’è già stato in Sicilia? Da adulto intendo.”

“No”

“Come certamente saprà, per svolgere il suo lavoro ispettivo, lei ha diritto a una carrozza con relativo gnuri.”

“Prego?”

“Lei non parla il nostro dialetto?”

“L’ ho quasi del tutto dimenticato”

“Allora lei è un siciliano che parla genovese” disse l’intendente stringendo gli occhietti e facendo una risatella che alle orecchie di Bovara suonò come uno squittio.

“E’ proprio un sorcio cieco” pensò. E non rispose.

“Gnuri da noi significa cocchiere” spiegò l’intendente. E continuò….

………..

Faldone B

…….…..

REGIO TRIBUNALE DI MONTELUSA

A S.E. Ill.ma

Il Presidente

Montelusa, lì 5 ottobre 1877

Recatosi presso la Delegazione di P.S. di Montelusa ove trovasi provvisoriamente ristretto Bovara Giovanni per procedere al di lui interrogatorio per il reato di omicidio ascrittogli nella persona di don Artemio Carnazza, il sottoscritto constatava essere il sopradetto Bovara in stato di totale confusione mentale e in preda a manifesta turbativa. Alla mia domanda ove egli fosse nato, rispondeva una volta a Genova e un’altra volta a Vigàta, ma che erasi ravveduto, propendendosi a considerarsi, al momento attuale, nato decisamente a Vigàta.

Alla stranezza di questa asserzione, dopo aver premesso di essere stato un buon giocatore di scacchi sia pur un poco fuor d’esercizio, aggiungeva che, nel corso dell’insonne notte trascorsa nella cella della Delegazione, aveva a lungo meditato sullo schema di gioco e che stimava perciò vincente la mossa del cavallo.

Almeno credo che così si sia espresso, non intendendosi il sottoscritto del gioco degli scacchi.

Faccio presente che questo sproloquio venne fatto in dialetto siciliano, rifiutandosi il Bovara di parlare l’italiano asserendo essere il siciliano l’unica lingua per lui più sicura per non commettere errori.

Alle mie successive domande ha opposto uno smarrito silenzio.

Il dottor Ernesto Lojacono, dal sottoscritto espressamente convocato, ha espresso l’opinione che non sarà possibile procedere all’interrogatorio del Bovara prima di una settimana.

Con osservanza

Giosuè Pintacuda Giudice Istruttore

Lunedì 15 ottobre 1877

Signor Bovara, quando il cancelliere ed io l’abbiamo salutata, lei ha ricambiato dicendo: baciamulimani. Perché ci ha risposto in dialetto?

Pirchì fino a quanno mi trovu in chista situazioni penserò e parlerò accussì.

Guardi che la cosa, ai fini dell’interrogatorio, dato che tanto io quanto il cancelliere siamo siciliani, non ha nessuna importanza

Questo lo dice vossia.

Va bene, andiamo avanti: Lei ha qualcosa da modificare del racconto fatto al delegato Spampinato sul ritrovamento del cadavere?

Nonsi, quanno che lo ritrovai io, ancora non era cadavere. Stava per divintarlo.

Dunque lei in sostanza conferma il ritrovamento di padre Carnazza sulla trazzera poco dopo il bivio Montelusa-Vigàta?

Sissignori.

E come spiega allora che il corpo è stato ritrovato a casa sua?

Se me lo spiega prima vossia, è meglio.

Guardi, ragioniere, che qui quello che deve dare spiegazioni è lei.

Seconno mia, ce lo portarono a casa mia, il morto. Lo misero là pirchì io l’arritrovassi tornando. Accussi mi pigliavano nei lacci: avendo in matinata dichiarato che u parrinu l’avevo trovato in un posto, non potevo la sira stissa tornare in diligazioni dicennu ca inveci u parrinu era a me’ casa. Pigliato di scanto, mi sarei trovato necessitato ad andare ad ammucchiarlo io stesso. E accussì sarebbe stato cchiù facile darmi la corpa dell’omicidio. Ci pari ragiunatu?

Più che ragionato, mi pare romanzesco. Lei avrebbe nemici così intelligenti da inventarsi un piano siffatto?

Vossia pensa di no? Gliela hanno mai contata la storia del molino che prima c’era e doppo non c’era cchiù?

Non le pare una bella alzata d’ingegno per fàrimi crìdiri pazzo? E’ tutta una pinsata per levarmi di mezzo. A Tuttobene l’annegarono, a Bendicò gli spararono e a mia stanno tentando di fàrimi morìri in càrzaru o in manicomiu.

Cambiamo per il momento argomento. Lei conosce la signora Teresina Cìcero, dalla quale ha affittato la casa dove abita?

Sissignori.

Ha avuto con lei una relazione intima?

Nonsì. Io la signora Trìsina la vitti una vota sola, la domìnica istissa che andai alla casa di Vìgata. Arrivò nel doppopranzo, in carrozza, c’era macari un picciotteddru, Michilinu. Mi portò il cavaddru, che m’abbisognava e macari du’ para di linzòla che in casa non ce n’erano. Doppo non l’ho cchiù veduta.

Questi lenzuoli erano quelli con ricamate le iniziali di padre Carnazza?

Lei mi disse che quelle iniziali erano di so’ marito.

Infatti le iniziali dei due uomini combaciano. E quando vi siete rivisti? La donna, a ogni incontro, le portava qualcosa di nuovo?

Signor Giudice, a mia vossia in castagna non mi ci piglia. Io a quella fimmina la vitti solamente una vota. Le altre cose le arritrovai sul tavolino della càmmara di mangiari qualichi jorno appresso.

Anche i due candelabri d’argento?

Macari quelli attrovai una sira tornando.

Non lo stupì il fatto che quella donna, senza motivo alcuno, a sentir lei, abbia fatto un regalo di tanto valore?

Sì, me lo spiai. Ma mi spiegai la cosa. Lei i regali non li faceva a mia, ma a la casa. La voleva fari graziosa, macari per affittarla meglio doppo di mia. Ma pirchì non lo spiate macari a lei?

Non è reperibile: Lei ha idea dove possa essersi nascosta?

Io non saccio manco ondosi che sta di casa a Montelusa.

Che motivo poteva avere la signora Cìcero per rendersi irreperibile? Se non quello d’essere complice del delitto da lei commesso?

Se veramente non si trova, cosa che io saccio ora, ci può essere qualichi altra scascione.

Me ne dica qualcuna.

L’ hanno ammazzata. Opuro l’ hanno fatta scappare sotto minazza di morti.

E perché?

Signor giudice, se vossia la poteva interrogari, quella le contava la verità. E tutto chistu strumento che hanno studiato per fàrimi crìdiri un assassinu non funzionava cchiù.

Lei sapeva che la signora Cìcero era l’amante di padre Carnazza?

Sissi: Me lo disse un barbèri di Montelusa, che po’ è me’ cuscinu. Mi fece l’elenco completu.

Di cosa?

Degli amanti che la signora Cìcero aveva avuto.

Lei l’ ha conosciuto di persona padre Carnazza?

Mi fu presentato da un collega mentre traversavo un corridoru dell’Intendenza. U parrinu era venuto pi una facenna di tasse. Lo vitti quella vota e basta.

Perché è scoppiato in singhiozzi?

Quanno?

Quando, tornando a casa sua al buio, è inciampato nel cadavere.

La raggia.

Si spieghi meglio

Quanno che inciampicai, capii di subito in che cosa ero inciampicato. Ero inciampicato in un mortu, ma soprattutto in un tranello, uno sfondapiede, un lacciolo che m’avrebbe fatto morìri assufficato. Capii subito che quel corpo era quello del parrino e mi misi a chiàngiri. Di raggia, di disperazione.

Il delegato Spampanato ha scritto che lei avrebbe dichiarato d’aver scambiato qualche parola con padre Carnazza prima che morisse.

Veru è.

E che lei alcune parole non le capì, altre invece sì?

Veru è.

Lei ha dichiarato che il moribondo disse, in modo comprensibile: fu Moro cugino.

Nonsi, la cosa non successe accussì. Io, sintendo dire la parola cuscinu, pinsai che volesse un cuscinu per la testa. Però nun saccio dire se in quel momento u parrinu diceva cuscinu ca viene a dire cusscinu o cuscinu ca viene a dire cuginu. La differenzia di pronunzia me la spiegò il signor la Manta, il vicediligatu. Io pinsai che cuscinu fosse cuginu in quanto che sapìva che il signor Moro era cuginu del parrinu e conoscevo macari che tra il parrinu e il signor Moro c’era una grossa lite per una facenna d’eredità. Sapivi macari che il signor Moro ce l’aveva giurata a patre Carnazza. Accussì, mentre corriva a cavaddru verso la diligazione, feci due cchiù due fa quattro. E inveci non faciva quattro, come spiegò il vicediligatu La Manta.

Perché secondo La Manta due più due non faceva quattro?

In prìmisi, mi spiegò che una cosa è dire “fu moro” tutto attaccato e un’autra è dire “fu” puntini puntini “moro”.

In secùndisi, mi fece persuaso che “moro”, in dialettu siciliano, prima significa omo scuro di capelli, doppo significa africanu, doppo ancora significa voce di verbo e doppo doppo ancora cognomi. E’ per scansare il pericolo che una parola venga pigliata pi un’àutra ca io ora parlu sulu in dialetu.

E perciò lei si è convinto che dicendo “moro” il prete intendesse significare “sto morendo”? In altre parole: conferma o ritratta la sua accusa al signor Moro?

Ma quannu mai! Confermo. U parrinu disse chiarimenti che a spararlo era stato so’ cuscinu Moro. Mi deve accrìdiri, signor giudice: in tuttu chistu tempu passato ccà dintra, non haiu fattu chi pinsari alle paroli del parrinu mentre ca muriva….E sulamenti ora pozzo dichiarare che lui fu chiaru e iu inveci non capii. Tant’è veru ca pinsai, all’ultimu, ca m’avesse mannato a fare in culu, rispetto parlanno, dispiratu pirchì non lo capivo. E inveci non mi mannò a fare in culu.

Non la mandò a fare in culo?

Nonsi.

E che le disse allora?

Un mumentu e ci arrivu. Principiamu dal principiu. Quannu il parrinu si adunò ca io gli stavo allato, murmuriò una parola che mi sonò, allura, comu “spaiatu”. Che veniva a significari? Nenti. E quindi pinsai che avesse malamente detto “sparatu”. Ma che bisogno aveva di farimìllo sapìri quanno si vedeva benissimo che era stato sparatu? U parrinu non disse né spaiatu né sparatu. Fece un nome.

Ah sì, Quale?

Spampinatu

Spampinato?

La manu sul foco. Vangelo. Spampinatu.

Il delegato?!

Nun lu sacciu se il diligatu opuro so’ frati Gnaziu.

Il delegato ha un fratello di nome Ignazio?

Sissignori. E il nome so’ era macari nella lista. Me lo fece me’ cuscinu il barbèri.

Quale lista?

Quella degli amanti della signora Cìcero. S’informasse.

Secondo lei dunque il prete avrebbe fatto i nomi di Spampanato e Moro?

Di Spampinatu, di Moru e di…

Vada avanti. Perché si è fermato?

Pirchì ora veni u bottu grossu. Una bumma. Una cannonata. U parrinu fici un terzu nomu, non mi mandò a fare ‘n culu.

Faccia questo nome.

Fasùlo. Non “fa’ ‘n culo”.

Suvvia non scherziamo.

Non sto babbianno, signor giudice. Ci ho ragionato sopra doppo che il signor La Manta m’ebbe spiegatu come funziona u nostru dialettu. Chiarissimamente patre Carnazza disse “ulo” . Cognome. Se avesse voluto dire culu, avrebbe detto “ulu”. E semplici.

Si rende conto di quello che dice? Lei vuole alludere all’avvocato Fasùlo?

Io non alludo, riferisco. E a pinsàricci bonu, nun è una pazzia ca il parrinu facissi questo nome. Abbisogna calcolari che macari lui è nella lista.

Quale lista? Sempre quella degli amanti della signora Cìcero che le fornì suo cugino il barbiere?

Sissignori. In quella lista c’è l’avvocatu. S’informasse. S’appattàrono.

Si spieghi meglio.

Si misero d’accordu, Spampinatu e Fasùlo, per ammazzare il parrinu che gli aveva livàta la femmina e li aveva fatti cornuti.

Anche il signor Moro era nella lista?

Moro non c’era. Ma aviva centomila ragioni per sparari al parrinu. S’accodò. Ficiro una specie di consorziu.

Senta, Bovara, mi pare di ricordare che lei ha dichiarato al delegato Spampanato d’aver visto una sola persona che s’allontanava a cavallo dal luogo del delitto.

Chistu non veni a diri nenti. A sparari sarà stato solamenti unu, macari se lo sono giocato a paro e sparo chi doveva ammazzarlo, ma il parrinu aveva accanito tuttu e lo disse.

Lei non ha riconosciuto l’uomo che scappava?

Quindi lei sostiene che Spampanato, Moro e l’avvocato Fasùlo fecero un patto scellerato per uccidere don Carnazza?

Precisamente. Però…

Continui.

Però continuanno a passarmi la mano supra la coscienza…

Ebbene?

Lu sapi com’è ca succedi, signor giudice. Ca unu parla e riparla sempri l’ istissa cosa e cchiù la cosa si acclarisce dintra di lui. A mia sta capitando accussì. Forsi il signor La Mantìa havi raggione. Quannu u parrinu disse “moro” voleva solamenti significari “staiu murennu” Sissignuri.

Quindi lei restringerebbe il campo ai soli Spampanato e Fasùlo?

Proprio accussì.…..

Mosca, bianco Capablanca vince nero Marshall, mosse 22, 1977

La partita di Duchamp

giugno 16, 2008

Un libro prezioso per chi vede nel gioco degli scacchi una vena di creatività a getto continuo.

“La perfezione dell’edificio mentale che il giocatore neoromantico cerca di raggiungere è minacciata ad ogni momento da ciò che l’avversario fa. Sta a quest’ultimo concedere o negare, in ultima istanza, il sommo piacere, non della vittoria, ma dell’opera d’arte” Ferruccio Pezzato

La partita di Duchamp
edizione Messaggerie Scacchistiche 1994
stralci dal saggio di Ferruccio Pezzato

O bouche l’homme est à la recherche d’un nouveau langage/Auquel le grammairien d’aucune langue n’aura rien à dire. (O bocca l’uomo è alla ricerca d’ un nuovo linguaggio/Al quale il grammatico di nessuna lingua avrà nulla da dire), scriveva Apollinaire esprimendo concisamente quell’anelito di rinnovamento che infiammò un’intera generazione d’artisti d’avanguardia d’inizio Novecento. La Tour Eiffel ed i primi grattacieli di Manhattan si stagliavano già da tempo nel cielo reclamando per il nuovo mondo in rapida avanzata un nuovo linguaggio, una nuova estetica. Ma questi tardavano a venire, trovando ad ingombrare il campo una tradizione che si rispecchiava in logori canoni di una classicità edulcorata e di maniera. Ad essa si opposero movimenti d’avanguardia che misero in discussione i dogmi imperanti. Al “naturalismo” nell’arte si contrapposero il cubismo e l’astrattismo. Nella musica, Schonberg con la dodecafonia e Bartok con le sue ricerche fondate sulla dissonanza proposero un’alternativa all’armonia tradizionale.

Nessun campo della cultura e delle scienze era destinato a passare indenne attraverso quel periodo. Anche per gli scacchi era in arrivo una rivoluzione, rappresentata dall’ ipermodernismo, destinata a mutare profondamente le concezioni teoriche ed il costume di quel piccolo mondo.

Marcel Duchamp, figura chiave nella storia dell’arte del Novecento, fu tra i protagonisti di quella stagione delle avanguardie.. E, in modo singolarmente intrecciato, recitò un ruolo di rilievo anche nelle vicende legate all’ipermodernismo scacchistico.. E’ noto infatti che egli, dopo essere approdato ad una sorta di nichilismo artistico che lo portò a negare ogni qualità estetica oggettiva all’opera d’arte, nel 1923 abbandonò completamente la pittura, nei confronti della quale non mancò in seguito di esprimere pubblicamente anche disprezzo. Da quel momento e per i successivi dieci anni non fu il linguaggio dell’arte ad essergli familiare, ma quello degli scacchi, una passione risalente all’infanzia. Questo richiama in qualche modo alla mente la metafora di “Novella degli scacchi” di Stefan Zweig, in cui il misterioso sfidante del campione, il dottor B., diventa giocatore per incomunicabilità. Ed ancora ci ricorda un altro famoso romanzo di argomento scacchistico, “La difesa” di Nabokov, il cui protagonista Loujine smette di parlare allorché scopre gli scacchi, che così divengono una sorta di strumento di comunicazione con il mondo, il suo linguaggio.

Arthur Kostler trova parole convincenti per mettere in risalto come gli scacchi contengano tali potenzialità espressive , in quanto fondono creatività e poesia, intesa in senso astratto, con la logica, “in un balletto di figure simboliche su un mosaico di 64 caselle”.

Naturalmente, di fronte ad una personalità complessa e poliedrica come Duchamp, le suggestioni letterarie vanno subito neutralizzate. Per comprendere il personaggio bisogna ripercorrerne i passi, prestarsi a seguirne la vicenda artistica senza sorprendersi dei suoi numerosi cambiamenti di costume.

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Walter Arensberg, il quale una volta disse che tutta l’evoluzione artistica di Duchamp gli ricordava da vicino una partita a scacchi, ogni opera corrispondente ad una mossa. E Duchamp, con lo humour che sempre lo contraddistinse, a questi rispose: “Il tuo paragone tra l’ordine cronologico delle mie opere ed una partita di scacchi è giustissimo…..Ma quale ne sarà l’esito finale? Riuscirò a dare scacco matto o dovrò subirlo?” Mettendosi già allora nei panni di un futuro biografo, il protagonista gli regala quel tanto di suspense necessaria per tenere desta l’attenzione del lettore. Ed al lettore da un suggerimento prezioso: pensa alla mia arte, ed alla mia vita stessa, come ad un gioco. Un suggerimento che richiede, o almeno auspica, nel lettore una reazione particolare: chi si vuole avvicinare alla sua opera dovrebbe trasformarsi in “spettatore”, termine che Duchamp intendeva in un’accezione totalmente innovativa per i suoi tempi. Dallo spettatore egli si attendeva un certo atteggiamento della mente, una sorta di intelligenza duttile e coraggiosa, che riuscisse ad afferrare situazioni complesse, non si arroccasse su posizioni precostituite, cercando di cogliere il senso del nonsenso e viceversa. Spettatore come sinonimo di artista, quindi, e, cosa più importante, di pensatore.

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San Sebastiano bianco Maroczy nero Marshall patta, mosse 24, 1977

affinità

giugno 9, 2008

Ho trovato interessante la struttura di questo romanzo-scacchiera.

Una mossa imprevista, una lettera anonima, scatena un dramma.

I personaggi si muovono come pedine nel gioco della verità e nemmeno il sacrificio di uno di loro riuscirà a farla emergere.

Supposizioni, sospetti, inganni, una rete fitta di sentimenti contrastanti, una trama che si può facilmente paragonare alla vita reale, quando, per un qualsiasi motivo scatenante, ci appaiono le nostre e le altrui miserie.

Il Giocatore Invisibile rimane sconosciuto e il gioco delle parti che si è svolto sotto i nostri occhi non chiarisce il mistero dell’esistenza ma ne ingrandisce a dismisura l’ enigma.

Dal romanzo di Giuseppe Pontiggia

Il giocatore invisibile

edizione Euroclub 1979

Dal capitolo XXII

In cima alla scala di legno, che saliva alla balconata pensile della libreria, il professore, deposti la borsa e l’impermeabile, pulì gli occhiali dalle gocce d’acqua e, dopo averli puntati contro il lucernario, che diffondeva una luce grigia sui clienti a pianterreno, si diresse allo scaffale intitolato “Scacchi” e si inginocchiò. Estrasse delicatamente, dal ripiano in basso, il secondo volume, lo esaminò con cura, sopra e sotto, e lo aprì: erano I fondamenti degli scacchi di Capablanca. Lo sfogliò piano, aggiustandosi le lenti, indugiando sui diagrammi, poi lo ricollocò al suo posto.

Tirò a sé con cautela, afferrandolo per la costa con la punta delle dita, il libro successivo. Sulla copertina gli scacchi erano stati fotografati da una angolazione insolita e la scacchiera dilagava all’infinito. Il titolo era: Come non giocare gli scacchi e il testo analizzava gli errori dei maestri in partite decisive. Questo lo posò, con gli occhi luccicanti, sopra la fila di libri dell’ultimo ripiano.

Tornò ad avvicinare il viso ai libri in basso, sfiorandoli con l’indice, finchè ne trovò uno intitolato: Il sacrificio nel gioco degli scacchi.

Lo estrasse, scorse velocemente i capitoli: “la funzione del sacrificio”, ”lo pseudosacrificio”, ”il sacrificio vantaggioso” “il sacrificio preventivo”… “il sacrificio semplificatore”… “il sacrificio sfortunato”. Posò anche questo sopra l’altro, poi tornò in ginocchio. Un libro della Casa Dover rievocava i grandi incontri del passato. Era pieno di vecchie fotografie, sfocate e buie, come quella del torneo di S. Petersburg, del 1914: si vedevano, seduti alla scacchiera, Tarrasch e Laser e, in piedi dietro a loro, in pose diverse, Alekhine, Capablanca e Marshall. Tarrasch, che doveva evidentemente giocare la sua mossa, fissava i pezzi, mentre Laser, calmo, sicuro, il gomito appoggiato sul tavolo, guardava un punto imprecisato davanti a sé. Cominciò a leggere la cronaca di un torneo di New York, della fine dell’Ottocento:

La neve, che cade ormai da tre giorni sulla nostra città, ha trasformato la villa dove si svolge l’incontro, circondata da un immenso parco, in un universo silenzioso. Nel salone sfavillante delle Naiadi, al primo piano, scuola romantica e scuola moderna si fronteggeranno questa sera nelle loro più alte incarnazioni.

Posò anche questo libro vicino agli altri due. La pioggia aveva quasi cessato di cadere e sui vetri del lucernario i rivoli serpeggianti si stavano assottigliando.

“Che cosa fai appollaiato lassù?”

Si voltò e vide Salutati, che lo stava osservando in mezzo ai banconi a pianterreno

“Vengo” rispose.

Infilò la cartella sotto un braccio, posò sull’altro l’impermeabile, prese i tre libri e cautamente, attento a non incespicare lungo la scala ripida, scese a pianterreno.

“Come sei carico. Aspetta ti aiuto” disse Salutati, afferrandogli i volumi. Il professore andò a posare la cartella sul ripiano di uno scaffale, accanto alla porta di ingresso.

Quando tornò, Salutati stava sfogliando i suoi libri:

“Sei sempre affascinato dagli scacchi, vedo.”

“Sì.”

“Ma giochi molto? Sei bravo?” gli chiese incuriosito.

“No.” Rispose il professore con serenità “Ti dirò che più che giocare mi piace rifare le partite degli altri.”

“Non mi stupisce” disse Salutati. Aveva preso in mano Il sacrificio nel gioco degli scacchi e lo andava scorrendo.

“Scusa la mia ignoranza” disse “Ma che cosa è il sacrificio negli scacchi?”

“E’ l’offerta di pezzi all’avversario”

Salutati continuava a sfogliare le pagine.

“Il sacrificio era molto diffuso nell’epoca romantica degli scacchi” aggiunse il professore, mettendoglisi a lato per guardare anche lui il libro. “Oggi molto meno”

“Perché?”

“Perché oggi la teoria è molto sviluppata e sono previsti anche i vari tipi di sacrificio. Perciò è un suicidio offrire pezzi al nemico. Di solito ne approfitta e vince.”

“Già”

“Pochi maestri lo praticano” continuò il professore. “Gli altri preferiscono non rischiare. Vogliono solo vincere o almeno pareggiare. E’ una tendenza universale. Non vogliono perdere.”

…..

Mosca, bianco Capablanca vince nero Marshall, mosse 22, 1977

il gioco degli scacchi

giugno 9, 2008

Mestre Venezia bianco Canal vince nero Vecsey, mosse 27, 1977

Torri, re, regine, alfieri, pedoni, cavalli: un via vai multiforme e multidirezionale, una folla che appare e scompare lasciando comunque dietro di sé una traccia. Traccia che, nata nell’arco di una partita modello, ho reso visibile.

Armoniose architetture che richiamano di più i momenti della costruzione, le impalcature piuttosto che gli edifici, l’atto del “costruire” più che l’opera finita.

Le impalcature con il trascorrere del tempo sono diventate strani graticci, lungo i quali altri pensieri, altre immagini si sono fissate.

Pentagrammi bizzarri sui quali posso scrivere suoni, parole e immagini, creare coreografie per una danza che si evolve e va, oltre i confini del tempo e dello spazio.

Penso all’intera vita di Duchamp vissuta come una grande partita a scacchi. L’importanza dell’apertura, la presa di coscienza di un “inizio”, lo svolgersi della lotta alla quotidianità lungo tutta la partita-vita e il finale, l’importanza della sua stessa conclusione. Un finale dove non si vuole essere né vincitori né vinti ma uscire dalla scena con dignità, una chiusura patta.

E mi sovviene un’altra disciplina: lo yo-ha-kiu del teatro No di Zeami, simile alla gestualità dei miei segni: concentrazione e inizio del segno, percorso deciso e incisivo, chiusura elegante. Potrebbe essere anche uno spartito musicale.

Grazie al preziosissimo dialogo che Calvino intesse tra il Gran Kan e Marco Polo nelle sue Città invisibili, viaggio dentro una partita di scacchi. Incontro vari personaggi e vari oggetti che mi raccontano vite che si intersecano, si sovrappongono, scompaiono. Sotto i miei piedi il pavimento a scacchiera pulsa, respira, vive. Lisci quadri di ebano e acero parlano a chi sa ascoltare, della loro origine di alberi, di chi ha vissuto nei loro tessuti o fra i rami, di come tronchi abbiano viaggiato lungo i fiumi incontrando e vedendo il mondo intero.

In una scacchiera si srotola il mondo intero dei ricordi, delle apparenze. Esso appare e scompare come pulsazione, virtù del virtuale, tappeto verde della mia immaginazione.

Ed in questo gioco qualcosa rimane sempre in me e mi consolano le immagini del mio “finito” che si ripete e varia all’infinito. 1994

Rotterdam, bianco Portisch vince nero Larsen, mosse 30, 1977

bianco Carls nero Suchting vince, mosse 33, 1977