Archive for novembre 2015

nuovi strumenti: il mio pc e photoshop

novembre 30, 2015

Nel 2004 al Forum Austriaco di Milano incontro Heidi Inffeld, artista visiva di Graz e le racconto la mia ricerca sulla poesia visiva, scoprendo molte affinità con il suo modo di fare arte.
L’anno successivo, il 2005, vengo invitata a far parte di un gruppo internazionale chiamato Password, guidato da Heidi Inffeld e Frederick Moser: poeti, pittori e musicisti da tutto il mondo: Austria, Inghilterra, Italia, Stati Uniti d’America, Messico, Giappone, Cina invitati a dialogare on line. I primi con i loro versi e gli altri a tradurli in immagine o in musica attraverso il personal computer.

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 Maria Luisa Grimani e Heidi Inffeld a Graz 2006
prima inaugurazione mostra gruppo internazionale “Password”

Diverse le lingue, diverse le sensibilità pittoriche e musicali, ma un unico spirito, la voglia di esprimerci e dialogare. Suoni, colori, forme passano attraverso invisibili tracciati nell’etere creando una nuova via dei canti, parafrasando Bruce Chatwin, estesa all’intero pianeta.
Se prima lavoravo con il pennello, il pennino e l’inchiostro, con i trasferibili, con le lettere a rilievo, la stampa tipografica, ora mi trovavo dinnanzi al computer, uno strumento che in pochi anni aveva già pervaso le nostre vite.
Il programma preferito è stato Photoshop di cui non ero esperta e che ho usato, memore dell’insegnamento di Munari, in modo creativo sperimentando e imparando dagli errori.
Lavorare con il mouse, rispetto agli strumenti precedenti, nei nuovi programmi digitali, ha accentuato la necessità di essere rigorosi, sensibili, capaci di scelte azzardate per mantenere la rotta in un oceano di complessità sconosciute.

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Arriba el mar 2008 – poeta Santos Lòpez

Verso la fine del 2006 scrivo una lettera ad Alberto Veca, storico e critico dell’arte, docente presso il Politecnico di Milano – Facoltà del Design, per parlargli del mio lavoro. Richiesta accolta, cosa rara. Scoprii che non solo si occupava di arte contemporanea, ma era appassionato ed esperto di quadri antichi, nature morte, e stava per pubblicare un libro molto importante a cui teneva molto. Era anche un poeta che si ispirava a opere e a personaggi che aveva incontrato e apprezzato nella sua vita professionale.
Nell’aprile del 2007 scrisse un testo di presentazione per la mia antologica dal titolo Il libro che suona che canta che balla, itinerario artistico, e rimpiango di non aver registrato la sua voce durante l’inaugurazione perché raramente avevo sentito parole così chiare, rispettose del lavoro altrui e lungimiranti. Sapeva che la mia era una sfida non facile, ma avevamo scoperto di condividere una visione poliedrica della ricerca del bello.

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Oigo caer el agua 2007poeta Aura Maria Vidales

 Nella sua introduzione si leggeva tra l’altro:
Certo per ottenere questi esiti occorre lavorare in laboratorio, cercare provare e verificare, una tempistica lunga rispetto all’urgenza dell’esito veloce e appariscente che sembra essere vincente all’oggi, almeno all’apparenza: e provare vuol dire dialogare anche con strumenti non previsti dall’accademia, anche con il computer di cui l’ultima, almeno dal punto di vista cronologico, sezione della mostra presenta alcuni esiti: ma per giungere a questi esiti e è necessario un apprendistato sulle strumentazioni tradizionali, dal “taglia e incolla” al letraset, per antonomasia il carattere trasferibile in auge prima dei programmi di videoscrittura, che costituisce una equilibrata sapienza fra manualità e pensiero, un esercizio che occorre segnalare.” Alberto Veca.

New Instruments: my PC and Photoshop program

In 2004 in the Forum Austriaco I meet Heidi Innfeld, a visual artist from Graz and I tell her about my research into visible poetry , discovering a lot of affinity with her expression of art . The following year 2005 I am invited to take part in an international group called ‘Password’- guided by Heidi Inffeld and Frederick Moser, poets painters, musicians from all over the world, Austria , England, Italy U.S.A, Mexico , Japan , China invited to dialogue on-line. The first with their verses and the others to translate these into images or music using their personal computers.
Diverse languages, different sensibilities whether pictorial or musical, but one spirit, the wish to express oneself and to dialogue..Sounds colours shapes pass along invisible routes in the ether creating a new ‘Via dei Canti’ paraphrasing Bruce Chatwin and extended throughout the planet.
If before I worked with brush, pen and ink using transfers with letters in relief, now I found myself in front of a computer , an instrument which in a few years has become all-powerful in our lives.
The perfect programme was Photoshop which I was not an expert with and remembering Munari’s teaching I used it in a creative way experimenting and learning from my mistakes. Working with a mouse instead of previous instruments in the new digital programmes accentuated the necessity for being disciplined, sensitive, capable of risky choices to maintain the route in an ocean of unknown complexity.
Towards the end of 2006 I write a letter to Alberto Veca, historian, art critic and Professor at the Politecnico of Milan – Faculty of Design to speak about my work. My request was accepted, which is rare.. I discovered that not only was he an expert in contemporary art but was also passionate about and a connoisseur of antique pictures, still life and he was about to publish a very important book which he considered significant. He was also a poet and he was inspired by works or by people he had met and appreciated in his professional life.
In April 2007 he wrote a presentation for my anthology entitled ‘ Il libro che suona, che canta, che balla, itinerario artistico’, and I regret not having recorded his voice during the inauguration because I have rarely heard such clear words respectful of the work of others and forward-looking. He knew that mine was a difficult challenge but we had discovered that we shared a multi facet vision of the research for beauty.


 

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specchio

novembre 26, 2015

image“specchio”. Maurizio Carta @MaurizioCarta7 – twitter

Dietro lo specchio
il nulla il tutto
Crescerai bimba mia
ma non dimenticare
il verde di questo prato
che si specchia in te
candida cornice

mlg

l’albero racconta

novembre 20, 2015

Abituata a guardare il cielo nelle notti stellate, nei mattini tersi, a meravigliarmi ogni volta all’apparire delle nuvole, della pioggia, della neve, del vento, a osservare il passaggio delle stagioni, a immergermi nei diversi colori, non potevo non scontrarmi con il re della natura: l’albero.
Avevo letto anni prima una raccolta di poesie edite da Guanda Il canto degli alberi di Hermann Hesse e ricordavo alcune parole della sua prima pagina dal titolo Alberi:
Quando un albero è stato segato e porge al sole la sua nuda ferita mortale, sulla chiara sezione del suo tronco – una lapide sepolcrale – si può leggere tutta la sua storia: negli anelli e nelle concrescenze sono scritte fedelmente tutta la lotta, tutta la sofferenza, tutte le malattie, tutta la felicità e la prosperità, gli anni magri e gli anni floridi, gli assalti sostenuti e le tempeste superate…… Così parla un albero: in me è celato un seme, una scintilla, un pensiero, io sono vita della vita eterna….” .
Stavo accumulando conoscenza, sensazioni ed emozioni, ma quale è stata poi la vera molla che mi ha fatto balzare di gioia e lavorare alacremente e con soddisfazione per due anni? Sicuramente uno sguardo più attento e consapevole sulla natura che ci circonda, ma in particolare la rilettura de Le città invisibili di Italo Calvino.
In un primo tempo avevo letto agli allievi del mio laboratorio la storia di Diomira, di Ersilia la città dei fili, di Bauci la città sui trampoli, di Smeraldina la città acquatica e di molte altre, con il piacere di veder nascere piccoli collage fantasiosi. Poi, una rilettura più pacata per me stessa, ed infine una rilettura solo dei dialoghi tra Kublai Khan e Marco Polo, dove gli scacchi e la scacchiera tornavano ancora una volta nei miei pensieri. Per caso? Per fatalità? O per magnetismo? Le tavole quadrate di paulonia che il destino mi ha messo tra le mani (questo destino si chiama Federico, il mio figlio maggiore, che si occupa di scienze forestali) diventano principalmente la rappresentazione di una scacchiera parlante su cui posare i miei pensieri, i miei ricordi.

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il seme 2001

L’albero racconta attraverso i suoi anelli, i suoi ritmi e colori, ed io lavoro all’unisono con il pirografo per accentuarne le caratteristiche e gli affido piccoli gesti, una conchiglia raccolta sulla rena, un piccolo seme, un ramoscello, una foglia testimone di un momento di abbandono. Quasi un dialogo fra me e l’albero.
Poi, esco dall’immagine della scacchiera e il nostro dialogare va oltre la sua natura di vegetale e la mia di umano, per diventare un qualche cosa che, come nell’opera Matrix, ci rivela gli archetipi di un micro e macrocosmo nascosto in ognuno di noi, dentro e fuori di noi. Affascinante anche ritrovare nei suoni del cirmolo i suoni dell’universo uomo-natura che avevo già scoperto con i miei segni bianchi e blu di spazio suono mano suono spazio.

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Matrix 2002

Mai come in questa ricerca i richiami letterari mi corrono incontro.
Oltre ai racconti Calvino, alle poesie e prose di Hermann Hesse, ecco La leggenda dell’arpa domata di Kazuko Okakura descritta nel testo Lo zen e la cerimonia del tè.
Ancora una volta torna il suono, che si confonde nella natura, nel colore , nel segno.
Mi accompagna in due occasioni l’arpista Elena Cordublas, con alcune musiche frutto di una sua ricerca per accompagnare le mie opere: la mostra al Parco di Monza per Italia Nostra dal titolo L’albero racconta e l’antologica presso la Galleria Civica di Monza Il libro che suona che canta che balla.
Questi lavori in legno sono esposti anche nel E-Museum of Pyrographic Art virtuale curato da Kathleen M.G.Menendez.

The tree

Used as I was to gazing at the starry night sky and on clear mornings wondering every time at the appearance of clouds, rain, snow, wind observing the passage of the seasons immerging myself in the diverse colours, I could not but come up against the king of nature – the tree.
I had read many years before a collection of poems edited by Guanda ‘Il Canto degli Alberi’ by Herman Hesse and I remembered some of the words in his first pages with the title ‘Alberi’ ‘When a tree has been sawn and shows the sun its bare mortal wound, on the clear section of its trunk – a tombstone- you can read its whole life story in the rings and growths, there is a faithful record of all the struggle, all the suffering, all the diseases all the happiness and prosperity, the lean years the prosperous times , the attacks sustained and the storms overcome. It is in this way that a tree speaks: there is a seed in me , a spark, a thought, I am the life of eternal life.
I was accumulating knowledge, sensations and emotions but what was the real spring which had made me jump for joy and work fast and with satisfaction for two years? Certainly a more careful look an awareness of the nature surrounding me but especially re-reading ‘Le Città invisibili’ by Italo Calvino. At first I had read to my students in my laboratory the story of Diomira, Ersilia , the city of threads, of Bauci the city on stilts, of Smeraldina the underwater city and many others – and I had the pleasure of seeing fantastic little collages resulting. Then I re-read it more calmly for myself and finally I re-read only the dialogues between Kublai Khan and Marco Polo where chess and chessboards returned once more to mind. Was this by chance? a fatality ? a magnetism? The square boards of paulownias which destiny has put in my hands,(this destiny is called Federico , my elder son whose job is Forestry Science) became a principal representation of a speaking chessboard on which I could place my thoughts and my memories.
The tree tells its tale through its rings, its rhythms and its colours and I work in unison with the pyrograph to underline the characteristics and I entrust it with small gestures, a shell picked up on the seashore, a small seed, a twig , a leaf witness of a moment of abandon – almost a dialogue between myself and the tree.
Then I leave the image of the chessboard and our dialogue goes beyond its nature as a vegetable and mine as a human being to become something that, as in the work of ‘Matrix’, it reveals to us the arch-types of a micro and macro-cosmos hidden inside and outside of us. It is fascinating to find again in the sounds of the arolla pine, the sounds of the man-nature universe that I had discovered in my blue and white signs of Spazio suono, mano suono spazio.
Never as in this work have literary references rushed towards me. As well as the stories of Calvino and the prose of Herman Hesse, here is ‘La Leggenda de arpa domata’ by Kazuko Okakura described in the text ‘Lo Zen e la cerimonia del tè’
Here again the sound returns which is blended with nature colour and sign. On two occasions the harpist Elena Cordublas accompanies me with music the fruit of her research to go with my works: The exhibition in Monza Park for Italia Nostra with the title L’Albero racconta’ and the anthology in the Galleria Civica di Monza ‘Il Libro che suona che canta che balla’ The works in wood are exhibited in the E. Museum of pyrographic art of Kathleen M.G. Menendez.

bimba che sei rimasta sola

novembre 18, 2015

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ketty@kettydelbosco – twitter

Bimba che sei rimasta sola il 13 Novembre 2015 a Parigi

Sola
nel gioco della vita
in un mondo interconnesso
eppure così lontano

mlg

la luna

novembre 18, 2015

Se si parla di suono e di gesto non si può evitare di parlare di spazio e tempo.
Ecco perché la mia avventura prosegue nei viaggi spaziali, su e giù dalla terra alla luna.
Nel 1993 mi trovo al Salone dell’aeronautica di Le Bourget a Parigi, padiglione italiano Aercosmos Partenavia, con i miei segni bianchi e blu su fondo lucido nero

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Oggetto spaziale: la terra 1993

“Improvvisamente dietro la linea dell’orizzonte della luna, in lunghi lenti movimenti di immensa maestà, ecco emergere un gioiello blu e bianco, una luce, una delicata sfera blu-cielo avvolta in bianchi veli fluttuanti. Sorge gradualmente simile ad una piccola perla in un denso mare di nero mistero” Ho raccolto le parole dell’astronauta Edgar Mitchel e le ho usate come filo conduttore dei miei gesti, dei miei segni cosmici.
Vinta la paura del vuoto, dell’ignoto, il gesto dell’uomo si muove all’unisono con il cosmo. E’ parte attiva della creazione. Un movimento mediato dalla mia gestualità che nasce sì dall’intimo ma anche dalla consapevolezza di aver visto le immagini della terra fotografata dallospazio.
Il libretto, a forma di mezzaluna, preparato per l’occasione ed esposto con diverse aperture nella bacheca del Salone dell’aeronautica, porta il titolo
Spazio suono mano suono spazio e testimonia la relazione tra uomo e universo, suono primordiale del big bang e suono del battito della vita, spazio-tempo infinito e fine di ogni cosa terrena.

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Due pagine del catalogo per Parigi 1993

A Parigi incontro per la prima volta Maria Fede Caproni, presidente del Museo dell’aeronautica Gianni Caproni di Trento, poi di nuovo a Rovereto durante la mia mostra Il giardino dei segni. In quest’ultima occasione le parlo della ricerca che stavo facendo sulla luna e mi arriva l’invito ad esporre il trittico Mappaluna 3×3 in occasione del 25° anniversario dello sbarco sulla luna degli astronauti della NASA avvenuto il 20 luglio 1969. L’avevamo vissuta quella esperienza: tutta una notte passata davanti allo schermo della televisione ad ascoltare i commenti di Tito Stagno che descriveva l’attimo in cui per la prima volta l’uomo mise piede sul suolo lunare.
Le immagini dei tre trittici mostrano la luna nella visione scientifica di Galileo e Keplero, nella cartomanzia dei tarocchi e nella mitologia di Selene e Endimione, poi l’avvicinamento alla luna come se viaggiassi libera nello spazio, ed infine la visione dell’interno, il cuore della luna, suddiviso in ritmi che richiamano le diverse stratificazioni delle rocce lunari viste al microscopio.

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particolare del primo trittico di Mappaluna 3×3 1994
la luna nella scienza

Scrivevo nel 1994 nel catalogo della mostra: ”Oggi scopro l’immenso piacere di trovarmi quassù e mi guardo attorno. Questa luna dal colore indefinibile, fatta di crateri, sabbie, rocce, silenziose, immobili, senza respiro, potrà ancora ispirarci come nel passato?”

Per quanto mi riguarda, la conoscenza più approfondita del nostro astro ha dato una leggerezza ai miei pensieri, tanto da farmi affrontare l’argomento anche in tono ironico e confidenziale. Racconterò la Luna nera della magia, metterò La luna in scatola, una luna allo specchio, preparerò Pizz’ ‘e lluna dai vari colori, per aggiungere tutto nel calderone di Nel cerchio della luna.

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La luna guerriera1997

Nel 2002 presento la mia ricerca sulla luna nella galleria d’arte ArtRe di Cernusco. Per l’occasione Tommaso Correale Santacroce scrive e interpreta nel giardino accanto alla galleria un monologo nel quale un attore sui trampoli cerca di catturare la luna in una notte di plenilunio. Titolo: Piccolo viaggio sulla luna, con musiche originali suonate dal vivo di Lorenzo Gasperoni. Io ho inserito il testo dell’opera in un mio libretto. Come sempre cucito a mano, diverse le copertine e con una mia piccola opera originale all’interno.

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Piccolo viaggio sulla luna 2002copertine

The Moon

If you talk about sound and gesture you can’t avoid talking about space and time. That’s why my adventure continues in space trips up and down from the earth to the moon and from the moon to the earth. In 1993 I am at the le Bourget Air Show in Paris, the Italian Aerocosmo Partenavia Pavilion with my blue and white markings on glossy black.
‘Suddenly behind the moon’s horizon in long slow movements of immense majesty there emerges a blue and white jewel, a delicate sky blue sphere wrapped in floating white veils. It rises gradually similar to a little pearl in a sea dense in black mystery’ I have chosen these words of the astronaut Edgar Mitchel and I have used them as a main theme of my gestures , of my cosmic signs. Once the fear of empty space and the unknown is overcome, the gestures of man move in unison with the cosmos. It’s an active part of creation. A movement mediated by my gesture which arises from my intimate self but also from the knowledge of having seen images of the earth photographed from space.
The little book in the shape of a half moon, prepared for the occasion and exhibited with various openings at the Salone dell’ Aeronautica, has for its title ‘Spazio, Suono, mano, suono spazio’ as a witness between man and the universe, a primordial sound of the big bang, and the sound of life’s beat, pace. Infinite time and the end of every earthly thing. In Paris I meet for the first time Maria Fede Caproni, the President of the Museo Aeronautica Gianni Caproni of Trento, then again in Rovereto during my exhibition ‘Il Giardino dei Sogni’. On this last occasion I speak of the research I am doing on the moon and I receive an invitation to exhibit the triptych ‘Mappaluna 3x 3’
to mark the anniversary of the moon landing of the NASA astronauts on 20th July 1969. We had lived this experience: the whole night passed in front of the T.V. screen listening to the comments of Tito Stagno as he described the moment in which for the first time man set foot on the surface of the moon.
The images of these three triptychs show the moon according to the science of Galileo and Keplero, in the tarot cartomancy and in the mythology of Selene and Endymion , then the approach to the moon as if one were travelling free in space and finally the vision of the inside, the heart of the moon subdivided into rhythms which recalled the diverse stratifications of lunar rocks seen through a microscope.
In 1994 I wrote in the catalogue of the exhibition ‘ Today I discover the immense pleasure in finding myself here above and I look around. Can this moon with its indefinable colour , made up of craters, sand rocks, silent and immobile without a breath inspire us as in the past? As far as I am concerned , a deeper knowledge of a star has given a lightness to my thoughts so much so that I am able to face the subject even ironically or confidentially. I will tell of the black magic of the moon, I will put the moon in a box, the moon in a mirror . I will prepare Pizz’ e lluna of various colours to add to all the rest in the cauldron of ‘Cerchio della luna’.
In 2002 to catch the full moon and take it into an art gallery in order to present my research on the moon, Tommaso Correale Santacroce who worked in the theatre wrote and interpreted a monologue for an actor on stilts. The title ‘Piccolo Viaggio sulla Luna’ with original music played live by Lorenzo Gasperoni. I have inserted the text of the work in my book. As always handmade with different covers and a small original work of mine inside.

zaccheo

novembre 17, 2015

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peter@aldahry twitter

Zaccheo

Possano le ali di questo portone
trasportarci oltre la nebbia mattutina
attraverso la finestra del tempo
nello spazio astrale
affinché avvenga per noi
quest’oggi d’eternità
mlg

un racconto/a tale – colore, geometria -opere ispirate ai romanzi

novembre 16, 2015

L’assidua frequentazione con la galleria d’arte contemporanea Sincron di Brescia mi permise di rafforzare la mia passione per la geometria e per il colore.

Ebbi il piacere di conoscere Horacio Garcia Rossi che allora, era il 1981, costruiva immagini con i nomi propri degli artisti e che mi spiegò i segreti per realizzare un quadro dai contorni netti usando gli acrilici. Ricordo Aldo Mengolini che diceva “non mi basta una vita per approfondire il quadrato”, Martino Gerevini artista e direttore della tipografia Apollonio di Brescia che diventò lo stampatore delle mie prime litografie sul Natale, Colette Dupriez e i suoi solidi geometrici fluttuanti in liquidi trasparenti dentro grandi cubi e piramidi di metacrilato. Poi la schiera dei giovani: Tancredi, Stramacchia, Pinna, e molti altri.
Qualche volta li vivevo in modo conflittuale perché per me era importante che le immagini avessero dei significati e che la geometria e il suo movimento virtuale, la luce, il colore non fossero fine a se stessi, ma mezzi per raccontare altro.
Fu così che incominciai a interpretare i romanzi ispirandomi a forme geometriche e lavorando sul colore.
Già avevo dipinto Ottetto ispirato ad uno spettacolo teatrale degli allievi del Dams di Bologna, tra i quali mio figlio Tommaso, diretti da Giuliano Scabia.

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Ottetto 1984                                                 autoritratto 1984

Ma la prova più impegnativa mi fu ispirata dalla lettura del romanzo di Italo Calvino Se una notte d’inverno un viaggiatore.
La struttura del romanzo, il gioco a rimpiattino delle pagine dei libri che i protagonisti leggono o tentano di leggere, i titoli dei racconti che leggendoli di seguito compongono un’unica frase, tutto questo fu per me un materiale immenso per creare immagini.

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Se una notte d’inverno un viaggiatore, sceneggiato in dieci tempi 1985, collezione privata

A ripensarci mi vien voglia di riprenderlo in mano e lavorarci ancora.
Per il momento sono 10 tele simili a 10 schermi televisivi che creano un unico sceneggiato fatto di giochi di sovrapposizione del colore e di parole a rilievo che stanno in equilibrio sul filo delle pagine.
La Storia dei colori di Manlio Brusatin, L’arte del colore di Johannes Itten, la Teoria dei colori di Goethe, inscindibile dal romanzo Le affinità elettive, furono compagni inseparabili ed ispiratori delle mie geometrie.
Nel 1991 scopro il romanzo di Georges Perec La vita istruzioni per l’uso. La storia è costruita come un grande puzzle: i frammenti delle vite dei personaggi di un condominio parigino, se pazientemente ricuciti, formano uno straordinario caleidoscopio di vicende umane. Il personaggio Percival Bartlebooth ne è il più rappresentativo perché del puzzle fa una questione di vita.
Perec ci mostra il condominio parigino invitandoci ad entrare direttamente nell’interno di ogni singolo appartamento quasi che la facciata fosse trasparente, ed io su questa facciata ho lavorato inventandomi regole matematiche per una visione delle singole proprietà condominiali divise come un puzzle. Sono quaranta piccole tele modulari, 37×27, una diversa dall’altra, con un gioco speculare da scoprire, e tutte insieme formano il palazzo parigino.

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Il condominio:omaggio a Perec 1991

Nel suo preambolo l’autore descrive minuziosamente la differenza tra un puzzle commerciale solitamente di cartone, tagliato a macchina, e la costruzione di un puzzle di legno preparato da mani abili, le cui tessere sono studiate con furbizia per rendere difficile la ricostruzione dell’immagine.
Perec sa che colui che vorrà ricostruire il puzzle in un unico pezzo dovrà rifare i suoi stessi gesti, i suoi stessi ragionamenti per arrivare, attraverso l’esame dei singoli pezzi, alla comprensione del tutto. Parlando inoltre dell’abilità nella scelta di un soggetto capace di rendere il puzzle sempre più difficile, dalla uniformità di un quadro gestuale di Pollock alle varianti di un quadro quasi monocromatico di Pissarro, egli prospetta l’idea di un puzzle tutto bianco che definisce misero paradosso.
Ebbene, lì ho trovato la mia sfida. Un puzzle tutto bianco, ben sapendo che dire bianco vuol dire scegliere un certo numero di varianti: bianco di titanio, bianco di zinco, bianco d’argento, bianco luminoso, bianco spento, opaco o lucido e così via. Nascono così i miei quadri Nascita del puzzle e Lo scorrere del tempo quasi un film.

la nascita del puzzle

Nascita del puzzle 1991

Colours. Geometrics, works inspired by novels.

My constant visits to the Sincron allowed me to reinforce my passion for geometry and colours. I had the pleasure to meet Horacio Garcia Rossi who at that time, it was 1981, was building images with the names of artists and he explained to me the secrets of how to realise a picture with clear surroundings using acrylic . I remember also Aldo Mengolini who said ‘ one life isn’t long enough to understand the square.’. Martino Gerevini, artist and director of the Printers Apollonio produced my first lithographs on ‘Natale’, Colette Dupriez and her geometrical solids floating in transparent liquids in great cubes and pyramids of metacrilate. Then the whole range of young people Tancredi, Stramacchia, Pinna and many others. Sometimes there I lived in conflict because for me it was important that the images had meanings and that the geometry and its virtual movement, the light , the colour were not ends in themselves but a means to recount something else . It was thus that I began to interpret novels inspired by geometric shapes and working on colour. I had already painted Otetto inspired by the theatrical performance of the pupils of Dams in Bologna, among whom was my son Tommaso, ‘directed by Giuliano Scabia. But the hardest test that inspired me was reading the novel of Italo Calvino ‘Se una notte d’inverno un viaggiatore’. The structure of the novel, the game of hide and seek of the pages of the books that the characters read or try to read, the titles of the stories that when reading them one after the other made up a single sentence. All this for me was important material to create images.

When I think about it, I long to pick it up and work on it again. At the moment there are ten canvases equivalent to ten television screens which create a unique spectacle made up of the play of superimposed colours and words in relief which stand balanced on the edge of the pages.
The history of colours by Manlio Brusantin, the study of colour contrasts by Itten, the theory of colours by Goethe, inseparable from the novel ‘Le affinità elettive’ were inseparable companions and inspiration of my geometric work.
In 1991 I discovered the novel of Georges Perec ‘La Vita istruzioni per l’uso’. The story is constructed like a big puzzle, the fragments of the lives of the characters in a Parisian condominium, patiently put together, form an extraordinary kaleidoscope of human affairs. The character Percival Bartlebooth is the most representative as he treats the puzzle as a matter of life. Perec shows us a condominium inviting us to enter every single apartment almost as if the facade were transparent and I have worked on this facade inventing mathematical rules for the vision of each property divided like a puzzle. They are 40 small modular canvases , each different one from the other with a mirror-like game to discover, and all together form the Parisian condominium.

In his preface he describes in detail the difference between a commercial puzzle usually of cardboard , machine cut and the construction of a wooden puzzle prepared by able hands whose pieces are carefully studied to make it difficult to re-construct the image. The author knows that the person who wants to re-construct in one piece must repeat his own gestures, his own reasoning to arrive through examination of the single pieces at the comprehension of the whole. Speaking as well of the ability in the choice of a subject capable of making the puzzle even more difficult from the uniformity of a gestural picture of Pollack to variations of an almost monochromatic picture of Pissarro , he puts forward the idea of a completely white puzzle as a miserable paradox.
Well there I found my challenge. A totally white puzzle knowing that saying white means choosing a certain number of variants, titanium white, zinc white, silver white, bright white, off white, matt or gloss and so on. In this way the idea of the following pictures was born – ‘Nascita del puzzle e lo scorrere del tempo quasi un film’.

 

Filastrocca

novembre 15, 2015

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Peter @aldahry – Twitter

Filastrocca

Un due tre chiudo gli occhi e son con te
Un due tre oro rosso oro nero contraddico il mio pensiero
Un due tre nel tappeto verde giallo ora ballo ballo ballo
Filastrocca che mi culla con pensieri di fanciulla

mlg

alle undici del mattino

novembre 13, 2015

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Marichi Valero @marichivalero twitter

Alle undici del mattino
il raggio di sole dalla finestrella
magnetizza i nostri sensi.
Pulviscolo che appare per pochi istanti.
Atomi dell’anima
nel buio si rintanano
non senza cogliere
l’ angolo laggiù
di pietra color ruggine.
mlg

un racconto/a tale – il gestuale (3)

novembre 10, 2015

Ma mentre l’immagine di questo lontano mondo orientale prendeva corpo nei miei pensieri e si andava affinando in gesti lenti, rarefatti, onirici, l’esplosione della nuova danza moderna americana ed europea non poteva lasciarmi indifferente. Ai gesti antichi potevo contrapporre lo studio dei gesti quotidiani esasperati dalla danza innovativa di Pina Bausch o dall’eleganza della gestualità legata alla natura di Carolyn Carlson di cui vidi al teatro Nazionale la prima rappresentazione de  undici onde. Ebbi poi l’occasione di conoscerla e di scambiare con lei alcune opinioni. Al Teatro Lirico di Milano, seguii tutte le prove dello spettacolo dal titolo The blue lady.
Ricordo ancora con piacere l’emozione provata nel disegnare, chiusa in un palco con i miei strumenti di pittura, segni ispirati alla sua danza: in particolare alla musica di Tree song e di Walk the reeds di René Aubry.

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Blue lady 1 di 2  1990

Testimonianza di questi brevi incontri è uno scambio di lettere che ci scrivemmo, pubblicate poi sul catalogo della mia mostra a Lisbona, presso l’Istituto Italiano di Cultura nel 1990, dal titolo Il vuoto meraviglioso, con la presentazione di  Paolo Biscottini.
Scelsi questo titolo ispirandomi alla lettura del libro di Alan W. Watts La via dello Zen in particolare a questa fase: “La forma così intimamente connessa al suo spazio vuoto suscita il sentimento del vuoto meraviglioso dal quale improvvisamente l’evento si manifesta”.
Ho avuto da sempre la sensazione che qualsiasi pagina, foglio, tela bianca non fosse uno spazio delimitato ma fosse parte di un qualcosa di infinito e profondo.
Quando ascolto una musica, quando seguo una danza, quando osservo lo scorrere delle acque o sento il vento tra gli alberi, mi prende il desiderio di cogliere l’attimo in cui i gesti, i movimenti, i ritmi sembrano fondersi con la mia natura.
Nascono così segni che danzano, che si rincorrono, si incrociano nello spazio vuoto e profondo. Accidenti controllati che si collocano in modo dialettico con le altre mie ricerche su poesia, colore, luce e forma.
Il mio lavoro non è la rappresentazione dei movimenti della danzatrice o della coreografia, ma il percorrere un’ipotetica linea lungo il fianco di chi danza e l’interiorizzare un movimento che sento anche mio.
Una tappa importante fu Il giardino dei segni, 1994, una mostra realizzata su invito del Festival della danza Oriente Occidente di Rovereto, a palazzo Alberti, dove riuscii ad esporre tutta la gamma dei miei segni ispirati alla musica, alla danza, alla natura, con un piccolo angolo dedicato al vivaio che racchiudeva pagine di sperimentazione.

particolare Danza del giunco 1990

But while the image of this far oriental world gains space in my thoughts and was refining itself in slow rare dreamlike movements, the explosion of a new American and European dance could not leave me indifferent. To the antique gestures I could counterbalance the study of the everyday gestures of the innovative dance of Pina Bausch and the elegance of the gestuality connected to the nature of Carolyn Carlson whose first representation of Undici onde saw at the Teatro Nazionale. At the Teatro Lirico of Milan I followed all the rehearsals of the show with the title ‘Blue Lady’. I still remember the emotion I felt, shut in the box with my painting equipment drawing the signs inspired by her dance. Above all the music of the Tree Song and Walk the Reeds by René Aubry.
A witness of these brief encounters is an exchange of letters that we wrote to each other published in the catalogue of my exhibition in Lisbon, at the Italian Institute of Culture in 1990, with the title Il Vuoto Meraviglioso with the presentation of Paolo Biscottini. I chose the title inspired as I was by the book of Alan W Watts La Via del Zen in particular by the phrase “The form so closely connected to its empty space arouses the sentiment of a wonderful emptiness from which the happening suddenly manifests itself”’.
I have always had the sensation that any page, sheet or white canvas was not a limited space but was part of something infinite and profound. When I listen to music , when I watch a dance, when I observe water flowing or hear the wind in the trees, I long to catch the moment when the gestures, the movements, the rhythms seem to become one with my nature. Signs which dance, which chase each other , which intersect in the deep empty space are born in this way. Controlled chances which fall into place dialectally with my other research into poetry, colour , light and form.
My work is not a representation of the movements of the dancers or the choreography but the following of a hypothetical line alongside the dancer which internalises a movement I also feel mine. An important step was ‘Il Giardino dei Segni’ an exhibition organised at the invitation of the East West Dance Festival in Rovereto in Palazzo Alberti where I managed to exhibit the whole range of my signs inspired by music, dance, nature and had a small corner for use as a workshop where I satisfied my whims experimenting.