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Haiku

luglio 3, 2008


Perché adopera i testi delle poesie per le sue immagini? Spesso mi hanno fatto questa domanda e la mia risposta è sempre stata: finchè esisteranno i poeti li leggerò per ispirarmi ad essi, nello stesso modo in cui continuerò a guardare la natura per trovare i suoi segni nascosti.

Oggi, se mi fanno questa domanda, rispondo più sinteticamente con un’ altra domanda: “Le piace la natura?”

Molto ho imparato dalla lettura degli haiku e dalle parole della loro appassionata traduttrice Irene Iarocci.

Cento Haiku
In un’antologia commentata
il meglio della grande
tradizione poetica giapponese
A cura di Irene Iarocci
Presentazione di Andrea Zanzotto
Edizione Longanesi & C. – 1982

“….Il modo meno imbarazzante, si sa, per rispondere ad una domanda è quello di farne un’altra. Spesso e inconsciamente si agisce secondo il consiglio del Sesto Patriarca, – del Ch’an , giapponese Zen, il cui nome è Hui Neng – citato da Barthes, che dice:

“Se nel porvi domande qualcuno vi interroga sull’essere, rispondete con il non essere: Se vi interroga sul non essere, rispondete con l’essere. E se vi interroga sull’uomo comune, rispondete parlando del saggio…”

Così quando mi sono sentita domandare: “Perché traduce gli Haiku?”, ho replicato: “Le piace Barthes?”

L’interlocutore, straniero, reso perplesso dalla domanda, ha creduto di fraintendere: ”Barthes? Voleva forse dire Brahms?”

Una domanda che non sarebbe andata a vuoto se fossero stati più noti gli interessi di Barthes per il Giappone. Naturalmente intendevo parlare proprio del semiologo francese Roland Barthes e del suo libro sul Paese del Sol Levante, che circolava in poche copie ai tempi della mia tesi di laurea, a Roma, in critica letteraria, su questo strutturalista. Grazie a Barthes ho letto per la prima volta uno Haiku che, come genere poetico giapponese, ha accanto all’epigramma la forma più concisa che esista: 5, 7, 5, sillabe: una brevità che può creare un capolavoro come pure un effetto di tela imbrattata.”

“L’origine storica dello haiku come genere risale al sedicesimo secolo, quando divenne popolare lo haikai, un poema di 36, 50 o 100 versi di varia ispirazione composti da un gruppo di poeti che si riunivano insieme, in un ambiente che oggi definiremmo tradizionale.. Le stanze avevano infatti un pavimento a tatami (sorta di pesante stuoia di paglia assai finemente intrecciata, della grandezza standard di m.1,80 per cm. 90 di larghezza. L’ampiezza delle stanze si calcola ancora oggi con il numero dei tatami) con porte di legno scorrevoli…Il poeta “maestro”, o chi veniva designato quale iniziatore, cominciava con lo scrivere un verso detto hokku, in tre righe di 5,7,5 sillabe, che rimaneva comunque il più importante e indipendente in quanto “tema”. Indi, un secondo poeta aggiungeva in successione un verso composto di 7- 7 sillabe. Si continuava così con alternata e simmetrica regolarità fino alla fine del poema. Le singole composizioni non venivano firmate all’inizio, bensì lette ad alta voce. Poi se ne faceva un’analisi e un commento.

Matsuo Basho è il primo sommo autore di haiku (haijin), compositore e creatore di hokku artistici, di poesia matura, atta a esprimere, pur nella sua peculiare brevità, sentimenti delicati e profondi….Uno hokku, chiamato haiku solo da Shiki in poi, per essere tale doveva conformarsi a due condizioni fondamentali:

-la presenza di un kigo, termine il cui ruolo convenzionale era ed è di far preciso riferimento a una delle quattro stagioni;

-una quantità sillabica di diciassette, secondo un ritmo 5-7-5.

La stagione aveva ed ha tuttora la funzione di stabilire nel verso un legame con la realtà quotidiana, con la vita del singolo o del popolo, con la natura”

Poesie recitate, poesie scritte, poesie dipinte, uno stimolo a ricercare immagini che colpiscono la sensibilità al di là delle culture. Un piccolo rivolo che può farsi fiume nell’animo di chi sa cogliere la poetica delle piccole cose. Ho scelto nelle mie tele il formato 45×90 per rappresentare il tatami che fa da supporto ai pensieri del poeta in simbiosi con i miei.

Ogiwara Seisensui -  haiku 1986

Ogiwara Seisensui – Haiku 1986

Kago kara hotaru
hitotsu hitotsu
o hoshi ni suru

Lucciole,
dalla gabbia
una ad una
trasmutano
in stelle

Santōka  haiku 1986

Santōka – haiku 1986

Ushiro sugata no
Shigurete iku ka?

E’ la mia
Questa figura di spalle
Che se ne va nella pioggia?

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