Archive for the ‘il giardino dei segni’ Category

madremare

ottobre 6, 2016

Tutto ha inizio da una mia riflessione sul “mare come madre” tema scelto da Maddalena Castegnaro per una mostra di libri d’artista itinerante.

 

Madremare
Goccia infinitesimale della Via Lattea
nutrimento candido e lucente
Sai essere spuma creativa
e distruttiva
abbraccio rigenerativo
e mortale
canto e lamento
Nella commedia e nella tragedia
madre e matrigna. mlg

 

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particolare di una pagina bianca traforata del libro Madremare 2016

 

Madremare
Infinitesimal drop of the Milky Way
candid nourishment and shining
You know how to be creative foam
and destructive
regenerative embrace
and mortal
singing and wailing
Into the comedy and tragedy
mother and stepmother. mlg

 

fullsizerender

particolare di una pagina verde dipinta del libro Madremare 2016

 

La metafora della Via Lattea per descrivere pittoricamente la potenza del mare come madre mi è servita per creare un libro d’artista di 6 pagine doppie. Un lato è composto da pagine bianche traforate, l’altro verde scuro è dipinto con colori lattei. Giorno e notte,  luce e ombra, madre e matrigna, positivo e negativo in ambedue i lati.
Qualsiasi cosa può succedere nella goccia turbolenta e in quella calma del mare.
Oggi come ieri tutto torna in un continuo alternarsi di bene e male.
La visione del mare e del cielo che si confonde e si integra è testimonianza dell’ infinito di cui facciamo parte. Coscienti che un giorno l’infinito finirà.
Tuttavia rimane la certezza nei versi di T.S.Eliot: “In my beginning is my end / in my end is my beginning”,  nel mio principio è la mia fine, nella mia fine è il mio principio.

 

The metaphor of the Milky Way to describe pictorially the power of the sea as a mother helped me to create an artist’s book of 6 double pages. One side is composed by perforated white pages, the other is painted on dark green pages with milky colors. Day and night, light and shadow, mother and stepmother, in both  sides a positive and negative meaning.
Anything can happen in the turbulent and calm drop of the sea- water

Today as yesterday it all comes back in a continuous succession of good and evil.
The view of the sea and the sky that merges and integrates, it testifies of the “infinity”to which we belong. Nevertheless we are aware that, one day, it will end.
However, the certainty remains in the verses of T.S.Eliot: “In my beginning is my end / in my end is my beginning”.

 

ps. foto del libro dopo la prima inaugurazione

bianco e nero e non solo

aprile 19, 2013

Nel fissare per iscritto alcune mie memorie, mi accorgo che  esse mi riportano a pensieri e cose che rinsaldano quello che allora sentivo e  ancora oggi riscopro.

Nella mia ricerca sul segno legato al suono e alla danza, mi torna in mente il fugace video di Isadora Duncan, la cui scioltezza e improvvisazione è tutta concentrata in pochi potenti fotogrammi.

MINOLTA DIGITAL CAMERA

una rosa per Isadora Duncan- 1989

acrilico su carta

E mi assale di nuovo lo sconcerto e il  fascino provato nell’ammirare per la prima volta la perfetta  sincronia nel teatro-danza di Pina Baush, tra una esasperata gestualità  e il ritmo musicale che l’ accompagna.  Movimenti che rispecchiano in modo parossistico la ripetitività dei gesti quotidiani,  fatti di irrequietezza e di  solitudine.

la compagnia di Pina Baush

E ritrovo ancora  la poesia segnica delle coreografie di Carolyn Carlson, che ho avuto il piacere di conoscere personalmente, di seguire le prove del suo balletto “Blue Lady”  e di aver potuto parlare con lei, ad una cena con il suo gruppo di ballerini dopo lo spettacolo al Lirico di Milano, delle nostre reciproche passioni.

 

  carolyn blue lady

tutto in un attimo,  ecco una sintesi di Blue Lady

acrilico su carta – 1990

MINOLTA DIGITAL CAMERA

circolarità e immobilismo nei movimenti di  “Se fossi un albero”

acrilico su carta 1990

il fado

marzo 27, 2013

Fado… mio vagabondo di strada

Fado …  ciò che tu ami è il frastuono

di uno scialle e di una chitarra…

Fado… una voce che ti chiama

Parole estrapolate dalla bella canzone “Ser Fadista”,  letta, vista ed ascoltata nel blog di photographo ergo sum ,  che mi hanno riportata all’ anno  1990 quando passai una decina di giorni a Lisbona durante una mia mostra dal titolo “Il vuoto meraviglioso” presso l’Istituto Italiano di Cultura. E come potrei  dimenticare l’ascolto del fado in un piccolo bar Tasca do Chico, Rua do Diario de Noticias, 39: una musica appassionata, stringente, unica e come non tornare a casa con il cd della cantante quasi sconosciuta ma sincera “fadista”  insieme a quello più noto di Amalia Rodriquez?

 

fado a lisboa antiqua

Voce e chitarra – Fado a Lisboa Antiga 1994 (inedito)

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voce e chitarra – 6 fogli 21×29,7 un polittico dedicato al fado

Nel 1990 non so per quale combinazione quasi tutte le vetrine delle Librerie avevano in bella vista il libro “Una sola moltitudine” a cura di Antonio Tabucchi e l’ immagine del poeta Fernando Pessoa campeggiava ovunque. Naturalmente non potevo farmi mancare una visita al Brasileira il bar più famoso di Lisbona, per la frequentazione del poeta. Appena fuori della porta del bar ecco la statua di Pessoa e la  sedia vuota accanto a lui dove è di rigore farsi fare una fotografia in compagnia del poeta. Purtroppo  la mia non l ‘ ho ritrovata tra le vecchie foto e mi dispiace un po’.

Digital StillCamera

Anni dopo, a Rovereto, per la mostra “Quadri per una Biblioteca” Mario Cossali nella presentazione del catalogo mi dedicava questa bella poesia di Fernando Pessoa e non finirò mai di ringraziarlo per la sensibilità di questo suo accostamento poetico alle mie opere

“Le bolle di sapone che questo bimbo

si diverte a staccare da una cannuccia

sono traslucidamente tutta una filosofia..

Chiare inutili e passeggere come la Natura,

amiche degli occhi come le cose, sono quello che sono

con una precisione rotondetta e aerea,

e nessuno, neppure il bimbo che le libera,

pretende che siano più che non sembrino”

 

 

il giardino dei segni

agosto 15, 2008

Nel palazzo Alberti di Rovereto, di fronte al teatro Zandonai dove ogni anno si svolge il festival della danza Oriente-Occidente, ebbi l’occasione di presentare i miei lavori sul segno, Mi venne naturale intitolare questa mostra “Il giardino dei segni”. Era il 1994.

Il “giardinoè l’esempio per eccellenza della simbiosi uomo-natura, dell’annullamento dei confini tra artificio e naturalità.

Ad Oriente e ad Occidente, in ogni cultura, il giardino è espressione della ricerca del bello.

“…Un giardino ideale deve assomigliare a un componimento poetico di pochi versi, scelti in base alla rima, e alla tonalità, che ci renda coscienti del fatto che la scarsità supera in bellezza la profusione e che ci suggerisca piuttosto che esprimere compiutamente, sottolineando il senso di incompiutezza della composizione; allo stesso modo, in poesia bastano poche frasi a suggerire il tutto e in musica il suono pizzicato delle corde vibra nello strumento …”1

Nel mio fantastico “giardino dei segni” la varietà delle opere ispirate alla musica, alla danza, ai ritmi della natura, alle parole dei poeti presenta molte analogie con il giardino reale dove il giardiniere pazientemente seleziona, sceglie la composizione architettonica, dialoga, si circonda di suoni, di colori, di profumi.

crescita di un albero 1994

particolare

Mi fa piacere ricordare alcune parole che Mario Cossali scrisse commentando la mia mostra:

“.la Grimani stessa parla dei suoi gesti pittorici come “gesti ispirati a danze, a suoni, a voci, gesti che stanno tra le persone e le cose, come movimentate pause, silenzi sonori, corpose ombre”. Ma a mio avviso c’è di più: infatti l’artista insegue i segni più trascurati, più dimenticati, rimossi, o meglio coglie un mondo di segni là dove la maggior parte delle persone coglie altre cose. Maria Luisa Grimani costruisce un immenso schedario, un infinito archivio dei segni che riesce a cogliere con una sensibilità che è distesa a rete sui luoghi del suo ascolto e questo ascolto vive la duplice vita, inscindibile ma distinta, della mente e del corpo.

Il tema dei segni è strettamente correlato alla ricerca della danza contemporanea e non per niente questa è spesso legata ad un flusso di ricerche creative e immaginative, tipico della pittura e della scultura del nostro secolo. La mostra di Maria Luisa Grimani ci ha fatto scoprire la tela più vera della danza, di cui spesso non comprendiamo l’intima struttura, ma nello stesso tempo ci ha introdotti una volta di più in un “giardino” che crediamo di conoscere, quello dei segni, e che invece ci rivela ogni volta nuove piste di creatività e di intelligenza.”1

Nel mio giardino amo coltivare l’angolo del vivaio, una via aperta alla sperimentazione, alla lettura, all’ascolto. Sono piccole pagine a me molto care nelle quali semino forse anche un futuro nuovo giardino.

la voce dell’agrifoglio 1994

la voce dell’abete 1994

Scopro il libro “Di che giardino sei?” di Duccio Demetrio, un filosofo che avevo avuto occasione di apprezzare in alcuni incontri presso la Casa della Cultura di Milano. Ho deciso di aprire questo libretto con la dedica “ai giardini impossibili e da reinventare” che mi scrisse nel 2003 sul frontespizio del suo libro e chiudo con queste sue parole:

“Raccontarsi, in un monologo segreto; ricordarsi di persone, cose e situazioni, è fonte di benessere – ormai a detta di tanti – perché quella sospensione, quel ritrovamento degli indizi di tracce immortali, ci riconduce in quella casa soltanto nostra e non scrutabile da nessuno, che siamo soliti chiamare interiorità. Ebbene quella casa ha sempre un giardino ad attorniarla. Non basta una vita a coltivarlo e a fare in modo che gli dei, almeno quelli minori, abbiano voglia di visitarlo. Infatti i giardini sono e furono invenzione tutta umana per invogliare gli dei al ritorno, nel bisogno di dialogare con la loro immortalità di cui siamo invidiosi.”1


1 Di che giardino sei? Duccio Demetrio – casa editrice Meltemi 2001


1L’arte dei giardini cinesi” Chen Congzhou Arcana editrice 1987

1 Stralcio dell’articolo di Mario Cossali apparso su Alto Adige 11 settembre 1994

“spazio suono mano suono spazio”

agosto 14, 2008

oggetto spaziale 1- 1993

Edgar Mitchel , un esploratore spaziale descrive la visione della terra vista dallo spazio con queste parole:

“..ecco emergere un lucente gioiello blu e bianco, una luminosa, delicata sfera blu-cielo merlettata di bianchi veli che sventolano lenti. Sorge gradualmente simile ad una piccola perla da un denso mare di nero mistero la terra”1

Dopo essere stata sulla luna con la ricerca a lei dedicata dal titolo “mappaluna 3×3” anch’io ho rivolto lo sguardo verso casa.

Nel silenzio più assoluto sento arrivare suoni, voci, musiche preziosamente racchiuse nel mutevole carillon dell’atmosfera terrestre. Danzo con i miei segni blu e bianchi all’unisono con l’universo, in piena coscienza del mio gesto infinitamente piccolo ma esaltata all’idea di partecipare al mistero della creazione.

oggetto spaziale 2 – 1993

oggetto spaziale 3 – 1993


1The home planet” – foreword by Jacques-Yves Cousteau edited by Kevin W. Kelley 1988

il vuoto meraviglioso

giugno 28, 2008

“oggetto spaziale ” 1993

Quando iniziai la ricerca sul segno-gesto avevo paura del buio e del vuoto. Il solo pensiero di spazio e di tempo infinito mi causava un sottile atavico senso di terrore.

Poi, prendere coscienza dello spazio che circonda il mio gesto, vedere il foglio davanti a me non più come un oggetto bidimensionale ma scoprire la sua dimensione più profonda e paragonarla ad una porzione di cielo, furono passaggi essenziali alla mia formazione.

Se potevo immaginare un vuoto assoluto ed avere la percezione di assenza del tempo, nello stesso istante avevo la consapevolezza di vivere in un palcoscenico dove tutto poteva accadere.

E’ in questo teatro carico di sospensione che i miei segni nascono e si consolidano. Il vuoto che li circonda ne accentua la corposità e tutto acquista valenza, una valenza armonica, in uno spazio e in un tempo ben definibile, quello del momento in cui l’azione si compie ed appare.

Così facendo mi ritrovo perfettamente nella concezione universale del foglio-mondo del filosofo Carlo Sini secondo il quale “il foglio di carta esibisce il suo pieno traendo partito dal nulla in cui incide i suoi margini”1

Questo per me è l’attimo in cui il vuoto si fa meraviglioso.

“Uno dei tratti più notevoli del paesaggio Sung, come del sumi-e in genere, è il vuoto relativo del disegno, un vuoto che appare tuttavia come parte della pittura, e non come sfondo non dipinto. Colmando solo un angolo, l’artista rende viva l’intera area del disegno.

Ma-yüan, in particolare era maestro in questa tecnica, che risulta quasi un “dipingere non dipingendo” o quello che lo zen talvolta definisce “suonare il liuto senza corde.”

Il segreto sta nel saper equilibrare la forma con il vuoto, e soprattutto, nel sapere quando si è “detto” abbastanza. Poiché lo zen non guasta né l’emozione estetica né l’emozione del satori gravandola di spiegazioni, di secondi pensieri e di commenti intellettuali. Inoltre, la figura così intimamente connessa al suo spazio vuoto suscita il sentimento del “vuoto meraviglioso” dal quale, d’improvviso, l’evento si manifesta.”2

Più è prezioso il foglio, più cresce il rispetto di quel vuoto pieno di valenze, già bello al tatto, nella filigrana, nei diversi bianchi da quello candido al colore grezzo, naturalmente neutro.

Il mio gesto ha una breve sospensione poi ogni timore sparisce dalla mente e con determinazione inizia la mia danza.

Come per incanto vedo apparire sul foglio immacolato l’impronta fugace del mio passaggio. Astrazione somma tra mente, corpo e determinazione.

Un gesto, tracciato nel foglio, nella sua estrema semplicità, potrebbe sembrare a molti molto facile, casuale, e quindi sfuggire a un giudizio di valore. Al contrario la fragilità del suo equilibrio, l’accentuata visibilità della sua naturalezza o della sua forzatura, l’impossibilità di correggerlo, ne fanno un esempio di come si può facilmente sbagliare.

Anche oggi, ogni volta che intraprendo un nuovo lavoro, mi torna alla mente la lezione di Kandinsky sulla tela vuota:

“Tela vuota. In apparenza: veramente vuota, permeata di silenzio, indifferente. Quasi inebetita. In verità: piena di tensioni, con mille voci basse, sospese. Un po’ timorosa che la si possa violare. Ma docile. Un po’ timorosa che si voglia qualcosa da lei, chiede solo grazia. Essa può portare tutto, ma non può tutto sopportare. Essa esalta il vero, ma anche l’errore. E smaschera l’errore senza pietà. Essa amplifica la voce dell’errore fino a trasformarla in un grido acuto, insopportabile.

La tela vuota è meravigliosa, più bella di certi quadri.”1

e le parole di Sini:

“Il bianco (del foglio-mondo) significa nessun colore, nessun disturbo, e così allude efficacemente alla nullità del luogo di raffigurazione. Il foglio bianco è la trapassabilità pura, la pura assenza e la pura potenzialità.”

Tuttavia può avvenire tutto e il contrario di tutto.

Quando le caratteristiche del foglio sono particolari per l’impasto, nel chiaro e scuro delle carte fatte a mano, nella carta lavorata internamente con altri materiali eccetera, allora per me il foglio perde la valenza di foglio bianco. Il foglio stesso mi parla, vuole emergere con le sue qualità intrinseche e mi chiede di tradurre in immagine il suo messaggio.

I miei fogli parlanti vivono in un cassetto del mio studio. A volte li porto con me nei miei spostamenti e insieme cerchiamo una musica, un gesto, un sospiro di vento che metta in sintonia la mia natura con la natura stessa del prezioso foglio.

Molto spesso li ho riposti nel cassetto, per anni, senza fare nulla.

Altre volte, con intensa emozione, raggiungo l’intesa, e mi faccio interprete con una creazione rispettosa delle varie nature.


1 “Teoria e Pratica del Foglio-Mondo” Carlo Sini, Biblioteca di Cultura Moderna Laterza 1997

1Tutti gli scritti Punto e linea nel piano” editore Feltrinelli 1973

accidenti controllati

giugno 25, 2008

” il fiore ” n.1 – 1989

Mi sembra utile fare un passo indietro, alle lezioni di Kandinsky sul punto e la linea nel piano.

Sento nella mia gestualità di aver compreso bene la complessità che sta alla base della nascita di un segno. Il punto creato dall’appoggio dello strumento scelto per disegnare è la forma più concisa del tempo. Nel decidere direzione, tensione e pressione mi dilato all’infinito nello spazio in una linea che rivela il mio stato d’animo di quel preciso istante. Con il movimento nasce istintivo anche il suono: suoni primordiali, suono interiore, suoni musicali, suoni della natura, suoni della cultura, silenzi.

E con questi concetti di tempo, spazio, movimento, suono nascono gli “accidenti controllati”, un misto di decisione, di naturalezza e di controllo della casualità.

Rileggo le parole di Alan Watts:

“in pittura, l’opera d’arte è considerata non solo come rappresentazione della natura, ma come fosse di per sé opera di natura. La vera tecnica, infatti implica l’arte della mancanza di arte, della naturalezza; o di ciò che Sabro Hasegawa ha definito l’accidente controllato”, in modo che i dipinti siano composti con la stessa naturalezza delle rocce e delle erbe che servono da modello.

Questo non significa che le forme d’arte dello zen siano affidate al puro caso, come se si intingesse una serpe nell’inchiostro e la si lasciasse strisciare su un foglio di carta. Il fatto è piuttosto che per lo zen non esiste dualismo né conflitto fra l’elemento naturale del caso e l’elemento umano del controllo. Le facoltà creative della mente umana non sono più artificiali delle azioni formative delle piante o delle api, così che dal punto di vista dello zen non è contraddizione asserire che la tecnica dell’arte è disciplina nella spontaneità e spontaneità nella disciplina.”

Il richiamo al paesaggio, al ritratto, mi riporta alla mia infanzia, al ricordo di mio nonno Attilio Piccoli, antiquario a Venezia.

Pensavo che queste mie radici potessero essere in contrasto con il mio gusto per l’astrazione. Tanto più che ricordavo ancora il racconto del nonno il quale, avendo visto un ritratto dipinto da Modigliani, alla Biennale di Venezia, andava dicendo di aver avuto un moto di ribellione e di avergli sputato contro per dimostrare il suo totale disprezzo, e se ne vantava.

Ora, nel ricordare i quadri, i disegni, gli schizzi che vedevo da bambina, mi ritornano in mente le parole di Terisio Pignatti a proposito della scuola veneta, quando coglieva “nei veneziani una tendenza al disegno pittorico, schizzato di getto, rapido ed improvviso.”

Mi accorgo che gli esempi sia orientali sia occidentali sono studi su ritratti, paesaggi ma quello che mi interessa è scoprire l’essenza del segno pittorico puro ed isolato, la cui forza è ben visibile nella sua unicità.

“La pittura più affine alla sensibilità zen era di stile calligrafico, fatta con inchiostro nero su carta o su seta – di solito quadro e poesia insieme.

Dato che il pennello ha un tocco così leggero e fluido e deve muoversi continuamente sul foglio assorbente se si vuole che l’inchiostro fluisca con regolarità, il suo controllo richiede un movimento libero della mano e del braccio come se l’artista stesse danzando piuttosto che scrivendo su carta. In breve è uno strumento perfetto per l’espressione di una sicura spontaneità, ed un solo tocco basta per “svelare” il carattere della persona a un esperto osservatore.”1

“suoni musicali” 1991

Estrapolo dal testo di Terisio Pignatti queste brevi ma chiare caratteristiche dei segni usati dai grandi maestri:

“pochi tratti delineati a puro profilo con il pennello (anonimo del medio duecento) ”

“tratteggio violento, svirgolato come graffio di sgorbia sul legno chiaroscurato, alla ricerca delle luci reali (Tiziano) ”

“una forma sempre meno chiaroscurata e ridotta via via a una linea suggestiva, piena di trattenuta energia, esplosiva al margine dei tocchi elastici e spezzati (Tintoretto) ”

“la sua grafia ha una spiritosità rocaille, che arriccia e spiegazza ininterrottamente la linea, ritornando su se stessa in evoluzioni nervose ed instancabili… poi si avvia verso la frattura sempre più nervosa della linea (Gaspare Diziani) ”

“le caricature del Gian Battista sono riconoscibili per la linea elastica e variata di qualità tutta cromatica (Gian Battista Tiepolo).”

Gian Battista Tiepolo:” L’incontro di Antonio e Cleopatra” 1747


1 “La via dello Zen” Alan Watts Universale economica Feltrinelli 1971

Il fiore

giugno 19, 2008

Il titolo delle tre opere “Il fiore” non è tanto legato alla natura quanto dovuto al fascino del suo significato simbolico che Zeami spiega nel suo interessante libro Il Segreto del Teatro Nō. (1)

Nella formazione dell’attore esistono diversi gradi legati all’età per raggiungere il fiore autentico, il punto massimo dell’abilità.

Il fiore è inteso come lo sbocciare della persona nei vari momenti della vita. La freschezza e l’ingenuità dell’infanzia, la timidezza e l’irruenza dell’adolescenza, lo sbocciare della gioventù che seduce, sono fiori del momento che scompaiono presto. Verso i trentaquattro e trentacinque anni, raggiunta la maturità piena, l’attore può anche essere consapevole di essere sbocciato finalmente come fiore autentico.

Tuttavia la consapevolezza del proprio grado di maturità, e di aver ottenuto la consacrazione pubblica non esime colui che si sopravvaluta dal perdere il fiore.

Dopo i quarantacinque anni, Zeami suggerisce la presenza in palcoscenico di un comprimario al quale passare poco per volta il fiore autentico.

“Il fiore” 2 – 1989

1 “Il Segreto del Teatro Nō” Zeami Motokiyo Biblioteca Adelphi 5- 3°edizione1987

la natura

giugno 18, 2008

crescita dell’albero

Il passaggio dai segni neri al colore fu ispirato dalla natura, dal paesaggio che con il variare delle stagioni cambia sempre spettacolo e che si svolge quotidianamente sotto i nostri occhi. Tuttavia non basta guardarlo, bisogna saperlo vedere.

“Il semplice guardare una cosa non ci permette di progredire. Ogni guardare si muta in un considerare, ogni considerare in un riflettere, ogni riflettere in un congiungere ”

Allora ecco che il mio pennello diventa esso stesso una tavolozza:

i colori si distinguono o si fondono tra loro creando colpi di luce. Il segno che prende vita sul foglio può essere paragonato alla nascita e crescita di un fiore. E nel silenzio assordante della natura, mille crepitii, mille voci, mille suoni, mille misteri da scoprire ed interpretare. Scrive ancora Goethe:

“La natura intera si scopre anche ad un altro senso. Si chiudano gli occhi, si presti attento ascolto e, dal più leggero soffio fino al più selvaggio rumore, dal più elementare suono fino al più complesso accordo, dal più veemente e appassionato grido fino alle più miti parole della ragione, sarà sempre la natura a parlare, a rivelare la propria presenza, la propria forza, la propria vita e le proprie connessioni, cosicché un cieco, a cui l’infinitamente visibile fosse negato, in ciò che è udibile potrà cogliere un infinitamente vivente.” (1)

particolare


1 “La teoria dei colori” J. W.Goethe Il Saggiatore 1979

la danza

giugno 11, 2008

“Il segreto del teatro Nō” di Zeami Motokiyo mi svelò la ferrea disciplina degli attori. Per mia fortuna, nel 1983, potei seguire tutte le manifestazioni teatrali dal titolo “Alle radici del sole, forme e figure della scena giapponese”alla Triennale di Milano e in seguito gli spettacoli all’Arsenale, la danza Kabuki e il racconto mimato Kyogen, e gli splendidi pezzi del Nō dei Fuochi al Castello Sforzesconell’estate del 1989.

foto dal catalogo “ il Nō dei fuochi” 1989

“ il Nō dei fuochi” 1990

Ma mentre l’immagine di questo lontano mondo orientale, che prendeva corpo nei miei pensieri, si andava affinando in gesti lenti, rarefatti, onirici, l’esplosione della nuova danza moderna americana ed europea non poteva lasciarmi indifferente. Ai gesti antichi potevo contrapporre lo studio dei gesti quotidiani esasperati dalla danza innovativa di Pina Bausch e dall’eleganza della gestualità legata alla natura di Carolyn Carlson di cui vidi al teatro Nazionale la prima rappresentazione de “Le undici onde” Ebbi poi l’occasione di conoscerla e di scambiare con lei alcune opinioni. Al Teatro Lirico di Milano, seguii tutte le prove dello spettacolo dal titolo “The blue lady”. Ricordo ancora con piacere l’emozione provata nel disegnare, chiusa in un palco con i miei strumenti di pittura, segni ispirati alla sua danza: in particolare alla musica di “tree song” e di ”walk the reeds” di Rene Aubry.Testimonianza di questi brevi incontri uno scambio di lettere che ci scrivemmo in seguito, pubblicate sul catalogo della mia mostra allestita a Lisbona, presso l’Istituto Italiano di Cultura nel 1990, dal titolo “Il vuoto meraviglioso”.

Il mio lavoro non è la rappresentazione dei movimenti, della coreografia, ma il percorrere un’ipotetica linea lungo il fianco di chi danza o l’interiorizzare un movimento che sento anche mio.

“blue lady” 1990

If I were a tree