Archive for maggio 2008

un nuovo mito: l’astronomia

maggio 31, 2008

Il mito dell’astronomia nell’epoca contemporanea si distingue dagli altri miti del passato perché è in continua evoluzione ed è carico di colpi di scena. Ciò che sembrava sicuro ieri oggi non lo è più e le teorie variano, si completano, nel tentativo di scoprire quello che rimarrà forse per sempre il mistero della creazione.

Molti scienziati, scrittori, giornalisti ebbero un ruolo fondamentale nella divulgazione delle scoperte che l’uomo stava facendo nella scienza. Le nuove teorie del big-bang, dei buchi neri, la descrizione della nascita di una stella e della sua morte, la conquista dello spazio con i satelliti, l’allunaggio, la visione della terra dallo spazio, tutto questo aveva un forte influsso sulla mia ricerca.

Da un’esercitazione che stavo svolgendo per Maria Vailati sul testo di “Tornata” di Pietro Jahier, ebbe inizio il mio lungo percorso sulla poesia.

Presi una decisione: quale migliore metafora se non quella di paragonare la nascita di una poesia alla nascita di una stella?

Non certo a livello scientifico, ma come se fosse una traslazione mitologica.

Lavoro sull’apparizione di una cometa che rappresenta il titolo della poesia. Il sole, rispetto al quale notoriamente si orienta la cometa, è in realtà il magma linguistico, materia prima del poeta. Poi, in un’ esplosione stellare, appaiono le parole scelte dal poeta per formare il testo.

Una volta nata, la poesia verrà attirata in un buco nero che la inghiottirà: sta sparendo definitivamente o la ritroveremo in un’ altra dimensione di spazio e di tempo?

Tornata – Pietro Jahier

Ho messo un bicchiere di mammole sul davanzale

Dal tuo giardino le devi vedere:

perché non mi vuoi più guardare?

Ti spuntan due sommoli nuovi

Sotto la blusa li vedo ansare

Per questo non mi vuoi più guardare?

Se non ti volti più

Se non ne vuoi più sapere

Io però ti posso arrivare:

son io che ho dato ordine al melo

che tutti i fiori sul tuo capino

li deve sgrollare

L’apparizione della cometa è in realtà la rappresentazione del titolo della poesia “Tornata” di Jahier (1979)

Se poi ingrandiamo il punto sole, esso ci mostra tutta la poesia ancora sotto forma di singoli grafemi, un magma pronto a farsi “parole” (1979)

(1979)

Nell’esplosione i grafemi si assemblano in parole e formano il ventaglio lessicale scelto accuratamente dal poeta.

Adieu – G. Apollinaire (1979)

In questo buco nero scompare una poesia.

Come gli astrofisici che ancora oggi si interrogano su dove vada a finire la materia inghiottita da un buco nero, ed arrivano persino a ipotizzare un buco bianco attraverso il quale essa riapparirà in un altro spazio-tempo lontanissimi, così l’addio del poeta non è definitivo, ci rivedremo, ma non si sa dove né quando.

Ho colto questo stelo d’erica

L’autunno e morto ricordatene

Non ci vedremo più in terra

Odor del tempo stelo d’erica

E ricorda che io ti attendo

J’ai cueilli ce brin de bruyère

L’automne est morte souviens-t’en

Nous ne nous verrons plus sur terre

Odeur du temps brin de bruyère

Et souviens-toi que je t’attends

G. Apollinaire

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La mossa del cavallo

maggio 31, 2008

Mestre Venezia bianco Canal vince nero Vecsey, mosse 27, 1977

Lavoravo verso la fine degli anni settanta nello Studio di A G Fronzoni, dal quale stavo imparando quanto fossero importanti l’esercizio critico e il rigore formale nel design.

Devo probabilmente alla combinazione tra questa “scuola” e il caso la svolta personale che andavo cercando nel mio lavoro e che si rivelò la prima volta che osservai con particolare attenzione una partita di scacchi.

Ricordo che guardando con attenzione i due avversari, mi chiedevo quanto sarebbe stato interessante vedere la trama delle loro mosse se non addirittura la sintesi della loro partita.

La rappresentazione di una partita di scacchi era lì davanti a me: due giocatori, una scacchiera e i diversi pezzi, i re, le regine, i cavalli, gli alfieri, le torri, i pedoni.

Ogni giocatore ha una strategia, applica una tattica, studia aperture e finali, commette errori, inventa mosse geniali e imprevedibili. Ogni mossa è la testimonianza di un complesso lavorio mentale. Ed ero consapevole che man mano che la partita avanzava e i pezzi sparivano dalla scacchiera, nasceva un invisibile tracciato.

Era questo che volevo interpretare poiché ero convinta, ancor prima di renderlo visivo, che sarebbe apparso come una costruzione armoniosa, equilibrata, originale.

Decisivo si è rivelato il tradurre in immagine la mossa del cavallo: invece di tracciare una linea ad L come indicato nelle regole del gioco usai la diagonale che la mano esperta del giocatore traccia trasportando direttamente il pezzo da una casella all’altra. Una diagonale diversa da quella dell’alfiere, che dava dinamicità all’intero tracciato creando nuove linee di forza. Partite brevi, con poche mosse, erano le più efficaci.

Approfondendo questa ricerca sugli scacchi, (due mie partite furono pubblicate da Bruno Munari nel suo libro “La scoperta del quadrato” edito da Zanichelli, 1977) mi accorsi che nel prendere nota di tutti i movimenti dei due giocatori applicavo un metodo analitico, mentre, nel ricostruire tutti i movimenti in un’unica immagine, cercavo e trovavo la sintesi.

Nella mossa del cavallo avevo scoperto una leva del momento creativo: questo movimento a “salto” diventò per me il simbolo visivo di come si possa uscire dagli schemi e trovare per intuizione i propri personali collegamenti.

Il privilegiare partite di campionato con poche mosse e con soluzioni eleganti mi insegnò a fare scelte chiare risolvendo i problemi uno alla volta. Ottenevo così di arrivare all’essenza delle cose rimanendo il più possibile aderente al mio pensiero.

L’elaborazione di una strategia e la sua traduzione in tattica diventarono per me la scelta del percorso e della tecnica giusta per realizzare le mie opere.

A questo punto mi accorsi di aver trovato un metodo di lavoro che potevo applicare, adattandolo di volta in volta, ai diversi studi sulla natura, ai linguaggi visivi della poesia, alla trascrizione della musica e della danza.

Un metodo, non statico o definitivo,maun procedimento snello e apertoalle varianti che nuove idee, nuove situazioni possono suggerire.

Monza 1987

Buenos Airesbianco Capablanca nero Alekhine vince, mosse 43,1927

il suono della mano

maggio 28, 2008

Senza l’esperienza della poesia visiva non sarei mai riuscita a passare al segno-gesto.

Ho iniziato a tradurre in immagine testi poetici, verso la fine degli anni 70. Usavo i trasferibili. applicando le regole della composizione tipografica. I più importanti erano Letraset e Mecanorma: pagine di alfabeti di diversi caratteri che si usavano come le decalcomanie. Con una punta arrotondata, grattando il foglio, si trasferivano sulla pagina le singole lettere per comporre le parole. Spesso si staccavano male ed era un lavoro di grande pazienza. Non ho mai usato nei miei lavori la macchina per scrivere proprio per dare meno rigidità alle parole.

Il passaggio dall’uso dei trasferibili all’utilizzo della calligrafia mi permise di allargare la mia ricerca fino al segno-gesto.

Scrivevo con i vecchi pennini e l’inchiostro di china, oppure con i pennarelli a smalto. Cannuccia e pennino, pennello, pennellessa. Pagine e pagine di piccoli segni.

Poi mi ricordai dell’insegnamento datomi dal grafico Max Huber, conosciuto in quei pochi anni in cui lavorai presso la Bassetti, quando gli chiesi qual’era per lui la regola migliore per imparare a disegnare.

“Prendi dei grandi fogli e disegna con ampi gesti senza mai cancellare, è un ottimo esercizio”

E così provai.


In questo momento i ricordi si intrecciano poiché molte cose avvennero quasi contemporaneamente.

Giacomo faceva la collezione di bottiglie di grappa, vuote!, che finirono in cantina poi tra i rifiuti come era prevedibile, ma la sua passione momentanea e innocua per la grappa mi aveva reso edotta del metodo di fabbricazione: distillato di vinacce di cui si butta la testa e la coda, la parte centrale è la grappa perfetta. Mi divertiva, e sorrido ancora oggi mentre lo sto descrivendo, paragonare la fabbricazione della grappa con la nascita dei miei segni: nell’esercitarmi su grandi fogli mi accorgevo che prima di concentrarmi ne eliminavo un certo numero (la testa), quando finalmente trovavo il ritmo ne usciva una serie (la grappa), poi mi stancavo e buttavo via gli ultimi (la coda).

premessa al “giardino dei segni”

maggio 28, 2008

autoritratto 1986

In un tempio lontano viveva un illustre maestro di Zen.

Era costui noto per la sua devozione all’arte e al lavoro.

Alla pratica della meditazione univa mirabilmente l’esercizio della calligrafia. In particolare scriveva Haiku su grandi fogli di carta. Si esercitava negli Haiku anche a voce seduto sul tatami insieme ai suoi discepoli prediletti.

Una giovane donna occidentale venne a conoscenza della sua fama e volle incontrarlo per porgli un quesito.

“Maestro, non conosco né la lingua cinese né il giapponese eppure quando osservo un ideogramma o ammiro la calligrafia di uno Haiku provo una forte emozione. Nella nostra cultura ciò è spiegabile con il sentimento che si prova dinnanzi al bello ma io cerco l’illuminazione dell’insegnamento Zen.”

“Tu hai la tua stanza del tesoro. Perché vai in giro a cercare?” domandò il maestro.

La donna domandò “Dov’è la mia stanza del tesoro?”

“Quello che stai domandando è la tua stanza del tesoro”

“E’ bello ciò che dici ma ancora non capisco, come faccio ad entrare?”

“Torna a casa e medita su questi tre problemi:

Cerca il suono della tua mano

Spazia nel vuoto meraviglioso

Usa i tocchi del tuo pennello come “accidenti controllati”

“Quanto tempo mi ci vorrà per capire?”

“Il resto della tua vita”.

le fonti

maggio 27, 2008

La mia ricerca sugli scacchi è vicina ad un certo filone strutturalista sia per il metodo applicato sia per l’insieme degli elementi fondamentali che formano l’immagine. Perché non applicare questa stessa logica alla parola?

Questa domanda me la sono posta negli anni in cui una nuova scienza veniva affinata ed approfondita e diventava materia di studio nelle facoltà di lettere e filosofia: la semiotica.

Ebbi l’occasione di ascoltare una conferenza della prof. Maria Vailati a proposito dell’interpretazione semiotica del testo poetico e le parlai in una lettera della mia ricerca sugli scacchi e del mio desiderio di lavorare sulla parola. Da quel momento la seguii per un paio d’anni, nelle sue lezioni, ed incominciai ad elaborare alcune tabelle per la sua didattica.

Testimonianze

di >per

un’esperienza

semiotica poetica didattica

di Maria Vailati

Casa editrice Pietro Cairoli

Volume n. 1 anno 1976, volume n.2 anno 1978

Acquisito un metodo durante il lavoro sugli scacchi, come applicarlo alla parola?

Mi rendo conto che già nell’analisi e nella sintesi sono valide le parole di Maria Vailati, Il computer umano subisce modificazioni anche nel metodo. I dati raccolti lo condizionano nella modalità stessa della raccolta.

Ogni ricerca porta in sé regole e dinamiche che vanno scoperte e puntualizzate. La creatività nasce ancor prima di rielaborare ciò che si è scelto, proprio nell’atto stesso di cogliere od eliminare ciò che più ci aggrada.

Penso che Maria Vailati abbia definitivamente indirizzato la mia passione di dipingere verso la poesia.

“La semiotica può essere una tecnica/aiuto… Con il nome di semiotica si intende oggi la scienza dei segni, ossia la disciplina che si impegna ad approfondire i dati dell’espresso in quanto espresso. Al di là delle intenzioni. Uno scaltrirsi nel cogliere il messaggio dell’altro, ma una volontà di coglierlo, un impegno perché non troppo si disperda, perché l’entropia non sia dominante.”

Io ho giocato con la tecnicalità della semiotica.

Per analizzare un testo potevo scomporlo in grafemi, in fonemi, cercavo in ogni vocabolo la sua denotazione e connotazione, mi immergevo attraverso i dati sensoriali (visivi, olfattivi, uditivi, gustativi, tattili) nelle scelte del poeta, scoprivo le metafore, analizzavo l’asse paradigmatico ossia il ventaglio lessicale, o l’asse sintagmatico che è il processo combinatorio del testo.

Un divertimento da “prendere con le pinze”, in tutti i sensi, visto che ho usato lettere trasferibili e lettere a rilievo nelle mie immagini.

Nel frattempo leggevo incuriosita i calligrammi di Apollinaire, poesie nelle quali le parole seguono un percorso che disegna l’oggetto descritto nel testo. Avevo compreso che era una via importante ma nello stesso tempo temevo e rifuggivo il modello.

Volevo trovare immagini che fossero la sintesi di un verso o di un’idea del poeta e non la sua rappresentazione pittorica.

l’idea

maggio 27, 2008

Verso la fine degli anni settanta nello studio di A G Fronzoni in corso Magenta a Milano, nel pieno dei miei studi sul gioco degli scacchi, dialogando con il maestro gli confido il mio sogno: scrivere un libro che suona che canta che balla. Come un mago mi sfila dai suoi scaffali questo catalogo delle opere di Mario Nanni

Un progetto grafico di A G Fronzoni, edito da Apollinaire, Milano 1969

Sono pagine forate con cartoncini doppi, inserimento di anelli metallici, pagine trasparenti, pagine a specchio, pagine bianche, pagine nere e, in una striscia rossa che le percorre, la presentazione di Bonito Oliva.

Un divertimento tattile-visivo-sonoro!

particolare

La visione di questo libro sarà un nuovo incoraggiamento per realizzare il mio sogno.


premessa a “il testo poetico come immagine”

maggio 26, 2008

Quando ciò che mi propongo nel mio lavoro entra nei miei sogni e immagino dialoghi e approcci diversi, comprendo che è giunto il momento di chiarire il tutto.

Sono nel pieno della torrida estate del 2003, infuocata nel clima, nei massacri della guerra civile in Liberia, negli attentati terroristici di Giakarta e di Bagdad, nel fuoco che consuma ettari ed ettari di boschi, senza risparmiare vigne e case in Portogallo, in Spagna, in Francia e in Italia.

E’ apparsa un’immagine alla televisione che non scorderò più.

Un vecchio trascinato via dalla sua casa, perché non voleva abbandonarla nonostante il fuoco stesse per aggredirla: due uomini lo tenevano ai lati per le braccia, aperte, altri due lo reggevano per i piedi. Sembrava portassero via un crocifisso e in lui vedevo tutta la sofferenza dell’umanità.

Quale bellezza salverà il mondo? E’ una domanda che ogni artista che tenta di perseguire il bello nell’arte si pone. Non certo il bello esteriore, superficiale, ridotto a pura cosmesi, ma il bello come categoria dello spirito, che nasce ed emerge dai sentimenti più profondi.

La poesia rimarrà sempre la più alta forma di espressione dell’uomo e di essa mi sono appropriata per tradurre in immagine versi e parole sublimi.

Guardo le mie opere ispirate alla poesia, nate le prime nel 1977, e solo ora che voglio raccontarne la storia mi accorgo che nella loro semplicità, nell’essenzialità del segno, esse nascondono una rete fitta di pensieri, di letture, di sentimenti, di intenti.

Dipanare questa rete, ripercorrere il lungo e complesso cammino, oltre ad essere una sfida, mi appare come un dovere.

In un mondo dove la materialità del vivere spesso divora la spiritualità dell’essere, la poesia ci eleva in una dimensione universale.
E se da una parte, siamo consapevoli che su questa terra, come dice Ungaretti:

“si sta come

d’autunno

sugli alberi

le foglie”

dall’altra, ritroviamo la speranza proprio nelle parole del pessimista Leopardi:

“così tra questa Immensità s’annega il pensier mio:

E il naufragar m’è dolce in questo mare”.

Maria Luisa Grimani foto La grana grossa 1990

sono sulla strada giusta

maggio 26, 2008

Mentre sto disegnando le mie partite di scacchi, ecco, arriva a Milano una bellissima mostra:

Il Werkbund – 1907

Alle origini del design

La Permanente

Novembre-Dicembre 1976

Tra gli oggetti presentati noto una scacchiera con scacchi stilizzati disegnati da Josef Hartwig nel 1923. E mi viene un tuffo al cuore. Sembrano dirmi, sei sulla strada giusta, vai avanti e così ho fatto.

scacchi disegnati da Josef Hartwig 1923

in primo piano da sinistra cavallo, pedina, alfiere, regina

il manuale

maggio 25, 2008

GLI SCACCHI

di Giuseppe Padulli

3a edizione riveduta e aumentata da

Stefano Rosselli del Turco

Casa editrice A.Corticelli Milano

Anno 1940

Introduzione

….Una partita a scacchi è una piccola opera d’arte!

Piccola, ma che sta meravigliosamente a sé stessa, come cosa completa ed organica, tal quale come è piccolo un bambino, ma non per questo men proporzionato e, in certo modo, meno artistico ed interessante.

Osservi così il lettore quei punti della nostra trattazione che interessano quello che invece si potrebbe definire il patrimonio artistico ed ogni volta mutevole del nobile gioco, ed avendo, con profondo studio, meditato su di esso (attraverso la particolare esemplificazione) s’accorgerà, di volta in volta, che noi non gli abbiamo messo sotto gli occhi quadri e filastrocche da dover mandare a memoria, ma idee e concetti che gli rimarranno facilmente impressi, e che pur richiedendo poco spazio per essere enunciati e poca memoria per essere ritenuti, potrebbero costituire ad uno ad uno, titolo di un libro e tema da sviluppare.

Ed infatti molte varianti e molte aperture oggi di moda e relativamente corrette, non avranno forse domani, non diciamo neppure un seguace, ma nemmeno l’onore di un crisantemo sulla loro fossa; ma quelli che sono cardini sostenitori del nobile gioco, i principi informativi, la tecnica, la “posizione madre”, l’indirizzo strategico e tattico delle differenti situazioni, in una parola quel particolare raziocinio che si potrebbe definire “logica scacchistica” non conoscerà l’ultimo dei suoi giorni, perché avrà vita fin che il gioco avrà cultori, o fin che i pezzi avranno quel movimento.

Così, per esempio, nella parte che tratterà del mezzo della partita, il lettore troverà esposti in una sintesi, forse troppo stringata, ma ancora comprensibile, come la teoria della catena dei pedoni e dei punti deboli per dirne una, abbia trattazione e considerazione nuova ed organica; nuova intendiamo dire didatticamente, perché quella disciplina non l’abbiamo certo inventata noi, ma essa ci è stata resa famigliare dall’attenta e minuziosa ricerca dei vari perché che s’affacciano ad ogni posizione, e che esigono l’esauriente risposta.

Così i nostri apprendisti (che vorremmo fossero miriadi) impareranno, con buona larghezza di idee, quel complesso di nozioni che costituiscono il canevaccio del nobile gioco, e su di esso ricameranno a loro piacere secondo lo stile ed il talento di ognuno, fatti certi però di una cosa: che stile e talento possono produrre ottime opere, solo quando siano saldamente basati su quell’indeformabile piattaforma di cognizioni, che il gioco stesso ha creato, con “sua” logica ferrea, e con sovrana armonia!

Premesso ciò, iniziamo senz’altro il nostro elementare insegnamento.

L’Autore

Milano, 10 settembre 1928-VI

premessa a “storie di scacchi”

maggio 25, 2008

Rifare il percorso dagli esordi sta diventando fondamentale per me.

Con il passare del tempo ci si accorge che tutti i fervori, i rigori giovanili si sfilacciano, perdono vigore.

L’esperienza ti spinge a smussare gli spigoli del tuo pensiero per accettare e comprendere il pensiero antagonista o comunque tutto ciò che è diverso da te.

E’ senz’altro qualcosa di positivo ma così facendo si rischia di diluire troppo la propria “visione”.

Allora conviene ripercorrere i sentieri battuti, per certificare il senso del proprio cammino.

Ricomincio dalla mia prima ricerca, gli scacchi.

Qualcuno mi fece notare che il concetto “io non cerco trovo” è un’affermazione vincente rispetto al semplice cercare.

Io mi accontento, anche perché penso alla ricerca come ad un percorso avventuroso che mi appaga man mano che lo svolgo senza preoccuparmi della meta.

la scacchiera jugoslava di casa mia, foto scattata il 21/1/2003

L’osservazione di una partita di scacchi, una sera, nell’ambito famigliare.

Scatta un’intuizione e prendo in mano un vecchio manuale trovato tra i libri di Giacomo.