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il suono della mano

Mag 28, 2008

Senza l’esperienza della poesia visiva non sarei mai riuscita a passare al segno-gesto.

Ho iniziato a tradurre in immagine testi poetici, verso la fine degli anni 70. Usavo i trasferibili. applicando le regole della composizione tipografica. I più importanti erano Letraset e Mecanorma: pagine di alfabeti di diversi caratteri che si usavano come le decalcomanie. Con una punta arrotondata, grattando il foglio, si trasferivano sulla pagina le singole lettere per comporre le parole. Spesso si staccavano male ed era un lavoro di grande pazienza. Non ho mai usato nei miei lavori la macchina per scrivere proprio per dare meno rigidità alle parole.

Il passaggio dall’uso dei trasferibili all’utilizzo della calligrafia mi permise di allargare la mia ricerca fino al segno-gesto.

Scrivevo con i vecchi pennini e l’inchiostro di china, oppure con i pennarelli a smalto. Cannuccia e pennino, pennello, pennellessa. Pagine e pagine di piccoli segni.

Poi mi ricordai dell’insegnamento datomi dal grafico Max Huber, conosciuto in quei pochi anni in cui lavorai presso la Bassetti, quando gli chiesi qual’era per lui la regola migliore per imparare a disegnare.

“Prendi dei grandi fogli e disegna con ampi gesti senza mai cancellare, è un ottimo esercizio”

E così provai.


In questo momento i ricordi si intrecciano poiché molte cose avvennero quasi contemporaneamente.

Giacomo faceva la collezione di bottiglie di grappa, vuote!, che finirono in cantina poi tra i rifiuti come era prevedibile, ma la sua passione momentanea e innocua per la grappa mi aveva reso edotta del metodo di fabbricazione: distillato di vinacce di cui si butta la testa e la coda, la parte centrale è la grappa perfetta. Mi divertiva, e sorrido ancora oggi mentre lo sto descrivendo, paragonare la fabbricazione della grappa con la nascita dei miei segni: nell’esercitarmi su grandi fogli mi accorgevo che prima di concentrarmi ne eliminavo un certo numero (la testa), quando finalmente trovavo il ritmo ne usciva una serie (la grappa), poi mi stancavo e buttavo via gli ultimi (la coda).