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una recita

agosto 13, 2008


Otto personaggi, otto colori, otto copioni, una danza, una filastrocca onomatopeica, nata da una catena di suoni infantili nei diversi vernacoli degli attori, sono gli ingredienti di Ottetto, uno spettacolo teatrale realizzato nella sala dei Fiorentini, dagli allievi del DAMS di Bologna, Dipartimento Arte Musica Spettacolo, sotto la guida del professor Giuliano Scabia, nel 1985.

Personaggi:

Pitti uu, Mejerreni, Giargianese, Pteto, Akimuglikià, Cri, Cocali, Il Mago.

Filastrocca:

“Ntru vuosku greoti veoj sboteotu,

acielli cu pinni ranni ntru ciedu

s’ajummata. E pu santa Mejerreni…

Mejerreni la mupurrucu

U caunti e l’autu ma duocchi

Ammucchiati caopa vasciata

E gnura Akimuglikià…

Akimuglikià

Virga intruppata

Corchia Pteto

Pteto

Ti queodi a cantari Cri

Cri

Ntru vuosku sungignava Pitti uu…

Pitti uu

Morgia Fattanza Mejerreni…

Mejerreni la mupurrucu

Vutu natari Cocali…

Cocali

Caminu caminu Giargianese skiovetta

Giargianese!

Hhha!

Ottetto 1985

la danza

giugno 11, 2008

“Il segreto del teatro Nō” di Zeami Motokiyo mi svelò la ferrea disciplina degli attori. Per mia fortuna, nel 1983, potei seguire tutte le manifestazioni teatrali dal titolo “Alle radici del sole, forme e figure della scena giapponese”alla Triennale di Milano e in seguito gli spettacoli all’Arsenale, la danza Kabuki e il racconto mimato Kyogen, e gli splendidi pezzi del Nō dei Fuochi al Castello Sforzesconell’estate del 1989.

foto dal catalogo “ il Nō dei fuochi” 1989

“ il Nō dei fuochi” 1990

Ma mentre l’immagine di questo lontano mondo orientale, che prendeva corpo nei miei pensieri, si andava affinando in gesti lenti, rarefatti, onirici, l’esplosione della nuova danza moderna americana ed europea non poteva lasciarmi indifferente. Ai gesti antichi potevo contrapporre lo studio dei gesti quotidiani esasperati dalla danza innovativa di Pina Bausch e dall’eleganza della gestualità legata alla natura di Carolyn Carlson di cui vidi al teatro Nazionale la prima rappresentazione de “Le undici onde” Ebbi poi l’occasione di conoscerla e di scambiare con lei alcune opinioni. Al Teatro Lirico di Milano, seguii tutte le prove dello spettacolo dal titolo “The blue lady”. Ricordo ancora con piacere l’emozione provata nel disegnare, chiusa in un palco con i miei strumenti di pittura, segni ispirati alla sua danza: in particolare alla musica di “tree song” e di ”walk the reeds” di Rene Aubry.Testimonianza di questi brevi incontri uno scambio di lettere che ci scrivemmo in seguito, pubblicate sul catalogo della mia mostra allestita a Lisbona, presso l’Istituto Italiano di Cultura nel 1990, dal titolo “Il vuoto meraviglioso”.

Il mio lavoro non è la rappresentazione dei movimenti, della coreografia, ma il percorrere un’ipotetica linea lungo il fianco di chi danza o l’interiorizzare un movimento che sento anche mio.

“blue lady” 1990

If I were a tree

ritmo: jo – ha – kyū

giugno 8, 2008

particolare Stockhausen Quindici movimenti

Parlai con mio figlio Tommaso, esperto di teatro, il quale mi fece notare che i miei lavori avevano il ritmo dello jo – ha – kyū.

Mi suggerì di leggere “Anatomia del Teatro” di Eugenio Barba.

Di questo libro mi rimase particolarmente impresso lo scritto sul “corpo deciso”:

“…Immaginiamo di assistere al lavoro che si svolge in una lezione di Katzuko Azuma e la sua allieva che prenderà il suo stesso nome quando la maestra riterrà di averle trasmesso tutta la sua esperienza.

Azuma, dunque, dice alla futura Azuma: “Trova il tuo Ma. “Ma” significa qualcosa di simile a “dimensione” nel significato di “spazio”, ma anche di “tempo” come “durata”. E prosegue “Per trovare il tuo Ma devi uccidere il ritmo, trovare il tuo “jo-ha-kyu”.

Uccidere il ritmo (otoò korosò) significa creare una serie di tensioni per non far coincidere i movimenti della danza con le cadenze della musica. Per Azuma è una vera e propria sofferenza vedere un danzatore che – come accade in tutte le culture tranne la giapponese – va a tempo. Una danza che segue il ritmo della musica mette a disagio perché mostra un’azione che viene decisa dall’esterno, dalla musica, o dagli automatismi del comportamento quotidiano.

L’espressione jo-ha-kyu designa le tre fasi in cui viene suddivisa ogni azione dell’attore.. La prima fase è determinata dall’opposizione fra una forza che tende a svilupparsi e un’altra che la trattiene (Jo trattenere); la seconda (ha, rompere, spezzare) è costituita dal momento in cui ci si libera da questa forza, fino ad arrivare alla terza fase (kyu, rapidità) in cui l’azione raggiunge il suo culmine, dispiega tutte le sue forze per poi arrestarsi improvvisamente come davanti ad un ostacolo, ad una nuova resistenza.

Per insegnare alla sua allieva a muoversi, Azuma la trattiene per la cintura e improvvisamente la lascia. La giovane fatica a compiere i primi passi, piega le ginocchia, preme le piante dei piedi sul terreno, inclina leggermente il busto, poi abbandonata a se stessa, scatta via, avanza velocemente fino al limite prefissato davanti al quale si arresta come sull’orlo del burrone che improvvisamente si apra a pochi centimetri dai suoi piedi. Ciò che fa è il movimento che chiunque abbia visto delle danze giapponesi si è abituato a riconoscere come caratteristico.

Quando un attore ha appreso, come una seconda natura, questo modo artificiale di muoversi, appare tagliato fuori dallo spazio-tempo quotidiano e appare per questo più vivo: e cioè, deciso.

Continua Eugenio Barba:

Decidere vuol dire, etimologicamente, tagliare. L’espressione “essere deciso” assume così, ancora un’altra faccia. E come se indicasse che la disponibilità alla creazione è anche il tagliarsi fuori dalle pratiche quotidiane.

Le tre fasi dello jo-ha-kyu impregnano gli atomi, le cellule e l’intero organismo di uno spettacolo giapponese. Si applicano a ogni azione dell’attore, ad ogni suo gesto, alla respirazione, alla musica, ad ogni scena teatrale, ad ogni singolo dramma, alla composizione di una giornata di drammi Nō. E’ una sorta di codice della vita che percorre tutti i livelli di organizzazione del teatro.”1

Avevo trovato un’affinità con questa disciplina orientale che aveva per me quasi dell’incredibile: chiamai la mia prima mostra sul segno “un gesto deciso” e approfondii lo studio del teatro Nō di Zeami che era il grande ispiratore delle antiche discipline artistiche legate alla filosofia Zen.

1 “Anatomia del teatro” Eugenio Barba –editore Usher Firenze 1983

particolare “If I were a tree”

Ecco in sintesi i momenti dello

Jo, ha, kyū

jo: preludio

ouverture strumentale,

Esposizione

Presentazione

Canto di viaggio, descrizione del paesaggio

Definizione del luogo

ha: sviluppo

incontro

racconto

danza

kyū: finale

ultimo canto rapido

uscita di scena

Uno schema applicabile a tutti i livelli: ogni micro azione, persino il respiro dell’uomo, come l’intero svolgimento della sua vita, dalla nascita alla morte, ha un preludio, uno sviluppo, un finale: cambia solo il livello di presa di coscienza.

Ecco che torna in me il ricordo del lavoro fatto sulla traduzione in immagine delle partite di scacchi, quando studiavo le diverse aperture, lo svolgimento delle partite, e i finali dove la bravura dei giocatori si notava per l’eleganza delle loro soluzioni.

Tutto sembra tornare, persino la mia passione per l’astronomia, che tanto ha influito sulla mia attività artistica, il big bang o esplosione dell’uovo primordiale, la nascita delle stelle, delle galassie, i buchi neri e il concetto di implosione, teorie sempre suscettibili a cambiamenti ma che si svolgono nei tempi dello Jo, ha, kyū

segni e rilievi 1989

Ma in questa apparente armonia globale il fermento disarmonico che sta al suo interno è la linfa creativa. Le turbolenze dei sentimenti, il fervore delle passioni, i sogni e le illusioni, si nascondono tra le pieghe dello Jo, ha, kyū.

Anche in un gesto deciso è racchiusa l’essenza di quanto detto finora: è musica, è danza, è determinazione.

“La rosa ” 1989