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la scelta

aprile 16, 2010

Con questo scritto decidiamo di lavorare sulla danza e di proporre una mostra al Festival  Oriente Occidente di Rovereto. Io avevo già avuto una prima esperienza con  “Il giardino dei segni” che aveva ricevuto una buona recensione da Mario Cossali. Conoscevo Lanfranco Cis e Paolo Manfrini, i direttori artistici del Festival, che accettano le iniziative esclusivamente se coerenti con il loro pensiero e con il loro rigore professionale. Avevamo qualche speranza.

Quando una scrittura è già Danza

“Comporre, scomporre, leggere, rileggere, trascrivere, osservare, riflettere. Scrutare tra un gesto e un altro gesto, quante variabili , quanti tracciati ci sono. Tra un colore e un colore, tra un suono e un segno, tra un testo e il foglio su cui è trascritto. Spostarsi da una materia all’altra. Cambiare i tempi della trascrizione, seguire la velocità dell’intuizione, inserire una pausa di meditazione. In questa metaforica danza tra i segni, il linguaggio si semplifica attraverso il dialogo . Non si “rappresentano” più idee o concetti, ma si fa dell’arte attraverso i suoi processi e si è interdisciplinari non nell’uso di altri mezzi, ma attraverso la rilettura dei mezzi. Così quante sono le possibilità di lettura, tante saranno le possibilità di ricrearne il significato. Inoltre abbiamo voluto inserire il “nostro” dialogo attorno alla danza, come testo immaginario, che scriveremo insieme.” mlg/lp marzo 1996

Inizia la fase di studio e di visione di video sulla danza.

Le letture di Laura da “Il diario di Nijinsky”,  al “Discorso sulla danza e sul balletto” di Alberto Testa, a “Pensare la danza” di Josè Sasporter, e poi uno stage da osservatrice  con Ismael Ivo.

Gli approfondimenti miei con la danzatrice Carolyn Carlson, di cui vidi per la prima volta a Milano “undici onde”. Ebbi la fortuna poi di conoscerla personalmente e di poter seguire  le prove del balletto “blue lady”, da cui nacquero una serie di immagini sul segno, con uno scambio di lettere che pubblicai nel catalogo “Il vuoto meraviglioso”, mostra presentata all’Istituto  Italiano di Cultura di Lisbona nel 1990.

I testi su Pina Bausch di Elisa Vaccarino, sempre presente con i suoi video, i suoi corsi e le conferenze al Festival di Rovereto, gli aggiornamenti con Maratona d’estate curata da Vittoria Ottlenghi, che riuscì ad avvicinare  alla danza milioni di spettatori e che rimpiango ancora oggi, e posso ben  dire “bei tempi passati ” dove la cultura ancora entrava in quella terribile scatola chiamata tv. Ricordo anche di aver visto negli anni 90 a Milano un balletto con Nacho Duato e di averlo seguito per due sere di seguito tanto mi era piaciuto, ma non ho trovato più alcuna documentazione di quel spettacolo. E non posso dimenticare Isadora Duncan,  primo spirito libero della danza.


E’ difficile ricostruire tutto, ricordo tuttavia perfettamente l’entusiasmo che mettavamo nelle nostre ricerche fino ad arrivare ad una decisione , concludere  il nostro dialogo scrivendoci una lettera. E così facemmo.



accidenti controllati

giugno 25, 2008

” il fiore ” n.1 – 1989

Mi sembra utile fare un passo indietro, alle lezioni di Kandinsky sul punto e la linea nel piano.

Sento nella mia gestualità di aver compreso bene la complessità che sta alla base della nascita di un segno. Il punto creato dall’appoggio dello strumento scelto per disegnare è la forma più concisa del tempo. Nel decidere direzione, tensione e pressione mi dilato all’infinito nello spazio in una linea che rivela il mio stato d’animo di quel preciso istante. Con il movimento nasce istintivo anche il suono: suoni primordiali, suono interiore, suoni musicali, suoni della natura, suoni della cultura, silenzi.

E con questi concetti di tempo, spazio, movimento, suono nascono gli “accidenti controllati”, un misto di decisione, di naturalezza e di controllo della casualità.

Rileggo le parole di Alan Watts:

“in pittura, l’opera d’arte è considerata non solo come rappresentazione della natura, ma come fosse di per sé opera di natura. La vera tecnica, infatti implica l’arte della mancanza di arte, della naturalezza; o di ciò che Sabro Hasegawa ha definito l’accidente controllato”, in modo che i dipinti siano composti con la stessa naturalezza delle rocce e delle erbe che servono da modello.

Questo non significa che le forme d’arte dello zen siano affidate al puro caso, come se si intingesse una serpe nell’inchiostro e la si lasciasse strisciare su un foglio di carta. Il fatto è piuttosto che per lo zen non esiste dualismo né conflitto fra l’elemento naturale del caso e l’elemento umano del controllo. Le facoltà creative della mente umana non sono più artificiali delle azioni formative delle piante o delle api, così che dal punto di vista dello zen non è contraddizione asserire che la tecnica dell’arte è disciplina nella spontaneità e spontaneità nella disciplina.”

Il richiamo al paesaggio, al ritratto, mi riporta alla mia infanzia, al ricordo di mio nonno Attilio Piccoli, antiquario a Venezia.

Pensavo che queste mie radici potessero essere in contrasto con il mio gusto per l’astrazione. Tanto più che ricordavo ancora il racconto del nonno il quale, avendo visto un ritratto dipinto da Modigliani, alla Biennale di Venezia, andava dicendo di aver avuto un moto di ribellione e di avergli sputato contro per dimostrare il suo totale disprezzo, e se ne vantava.

Ora, nel ricordare i quadri, i disegni, gli schizzi che vedevo da bambina, mi ritornano in mente le parole di Terisio Pignatti a proposito della scuola veneta, quando coglieva “nei veneziani una tendenza al disegno pittorico, schizzato di getto, rapido ed improvviso.”

Mi accorgo che gli esempi sia orientali sia occidentali sono studi su ritratti, paesaggi ma quello che mi interessa è scoprire l’essenza del segno pittorico puro ed isolato, la cui forza è ben visibile nella sua unicità.

“La pittura più affine alla sensibilità zen era di stile calligrafico, fatta con inchiostro nero su carta o su seta – di solito quadro e poesia insieme.

Dato che il pennello ha un tocco così leggero e fluido e deve muoversi continuamente sul foglio assorbente se si vuole che l’inchiostro fluisca con regolarità, il suo controllo richiede un movimento libero della mano e del braccio come se l’artista stesse danzando piuttosto che scrivendo su carta. In breve è uno strumento perfetto per l’espressione di una sicura spontaneità, ed un solo tocco basta per “svelare” il carattere della persona a un esperto osservatore.”1

“suoni musicali” 1991

Estrapolo dal testo di Terisio Pignatti queste brevi ma chiare caratteristiche dei segni usati dai grandi maestri:

“pochi tratti delineati a puro profilo con il pennello (anonimo del medio duecento) ”

“tratteggio violento, svirgolato come graffio di sgorbia sul legno chiaroscurato, alla ricerca delle luci reali (Tiziano) ”

“una forma sempre meno chiaroscurata e ridotta via via a una linea suggestiva, piena di trattenuta energia, esplosiva al margine dei tocchi elastici e spezzati (Tintoretto) ”

“la sua grafia ha una spiritosità rocaille, che arriccia e spiegazza ininterrottamente la linea, ritornando su se stessa in evoluzioni nervose ed instancabili… poi si avvia verso la frattura sempre più nervosa della linea (Gaspare Diziani) ”

“le caricature del Gian Battista sono riconoscibili per la linea elastica e variata di qualità tutta cromatica (Gian Battista Tiepolo).”

Gian Battista Tiepolo:” L’incontro di Antonio e Cleopatra” 1747


1 “La via dello Zen” Alan Watts Universale economica Feltrinelli 1971