Posts Tagged ‘scacchiera’

l’albero racconta

novembre 20, 2015

Abituata a guardare il cielo nelle notti stellate, nei mattini tersi, a meravigliarmi ogni volta all’apparire delle nuvole, della pioggia, della neve, del vento, a osservare il passaggio delle stagioni, a immergermi nei diversi colori, non potevo non scontrarmi con il re della natura: l’albero.
Avevo letto anni prima una raccolta di poesie edite da Guanda Il canto degli alberi di Hermann Hesse e ricordavo alcune parole della sua prima pagina dal titolo Alberi:
Quando un albero è stato segato e porge al sole la sua nuda ferita mortale, sulla chiara sezione del suo tronco – una lapide sepolcrale – si può leggere tutta la sua storia: negli anelli e nelle concrescenze sono scritte fedelmente tutta la lotta, tutta la sofferenza, tutte le malattie, tutta la felicità e la prosperità, gli anni magri e gli anni floridi, gli assalti sostenuti e le tempeste superate…… Così parla un albero: in me è celato un seme, una scintilla, un pensiero, io sono vita della vita eterna….” .
Stavo accumulando conoscenza, sensazioni ed emozioni, ma quale è stata poi la vera molla che mi ha fatto balzare di gioia e lavorare alacremente e con soddisfazione per due anni? Sicuramente uno sguardo più attento e consapevole sulla natura che ci circonda, ma in particolare la rilettura de Le città invisibili di Italo Calvino.
In un primo tempo avevo letto agli allievi del mio laboratorio la storia di Diomira, di Ersilia la città dei fili, di Bauci la città sui trampoli, di Smeraldina la città acquatica e di molte altre, con il piacere di veder nascere piccoli collage fantasiosi. Poi, una rilettura più pacata per me stessa, ed infine una rilettura solo dei dialoghi tra Kublai Khan e Marco Polo, dove gli scacchi e la scacchiera tornavano ancora una volta nei miei pensieri. Per caso? Per fatalità? O per magnetismo? Le tavole quadrate di paulonia che il destino mi ha messo tra le mani (questo destino si chiama Federico, il mio figlio maggiore, che si occupa di scienze forestali) diventano principalmente la rappresentazione di una scacchiera parlante su cui posare i miei pensieri, i miei ricordi.

il seme 2002 (2)

il seme 2001

L’albero racconta attraverso i suoi anelli, i suoi ritmi e colori, ed io lavoro all’unisono con il pirografo per accentuarne le caratteristiche e gli affido piccoli gesti, una conchiglia raccolta sulla rena, un piccolo seme, un ramoscello, una foglia testimone di un momento di abbandono. Quasi un dialogo fra me e l’albero.
Poi, esco dall’immagine della scacchiera e il nostro dialogare va oltre la sua natura di vegetale e la mia di umano, per diventare un qualche cosa che, come nell’opera Matrix, ci rivela gli archetipi di un micro e macrocosmo nascosto in ognuno di noi, dentro e fuori di noi. Affascinante anche ritrovare nei suoni del cirmolo i suoni dell’universo uomo-natura che avevo già scoperto con i miei segni bianchi e blu di spazio suono mano suono spazio.

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Matrix 2002

Mai come in questa ricerca i richiami letterari mi corrono incontro.
Oltre ai racconti Calvino, alle poesie e prose di Hermann Hesse, ecco La leggenda dell’arpa domata di Kazuko Okakura descritta nel testo Lo zen e la cerimonia del tè.
Ancora una volta torna il suono, che si confonde nella natura, nel colore , nel segno.
Mi accompagna in due occasioni l’arpista Elena Cordublas, con alcune musiche frutto di una sua ricerca per accompagnare le mie opere: la mostra al Parco di Monza per Italia Nostra dal titolo L’albero racconta e l’antologica presso la Galleria Civica di Monza Il libro che suona che canta che balla.
Questi lavori in legno sono esposti anche nel E-Museum of Pyrographic Art virtuale curato da Kathleen M.G.Menendez.

The tree

Used as I was to gazing at the starry night sky and on clear mornings wondering every time at the appearance of clouds, rain, snow, wind observing the passage of the seasons immerging myself in the diverse colours, I could not but come up against the king of nature – the tree.
I had read many years before a collection of poems edited by Guanda ‘Il Canto degli Alberi’ by Herman Hesse and I remembered some of the words in his first pages with the title ‘Alberi’ ‘When a tree has been sawn and shows the sun its bare mortal wound, on the clear section of its trunk – a tombstone- you can read its whole life story in the rings and growths, there is a faithful record of all the struggle, all the suffering, all the diseases all the happiness and prosperity, the lean years the prosperous times , the attacks sustained and the storms overcome. It is in this way that a tree speaks: there is a seed in me , a spark, a thought, I am the life of eternal life.
I was accumulating knowledge, sensations and emotions but what was the real spring which had made me jump for joy and work fast and with satisfaction for two years? Certainly a more careful look an awareness of the nature surrounding me but especially re-reading ‘Le Città invisibili’ by Italo Calvino. At first I had read to my students in my laboratory the story of Diomira, Ersilia , the city of threads, of Bauci the city on stilts, of Smeraldina the underwater city and many others – and I had the pleasure of seeing fantastic little collages resulting. Then I re-read it more calmly for myself and finally I re-read only the dialogues between Kublai Khan and Marco Polo where chess and chessboards returned once more to mind. Was this by chance? a fatality ? a magnetism? The square boards of paulownias which destiny has put in my hands,(this destiny is called Federico , my elder son whose job is Forestry Science) became a principal representation of a speaking chessboard on which I could place my thoughts and my memories.
The tree tells its tale through its rings, its rhythms and its colours and I work in unison with the pyrograph to underline the characteristics and I entrust it with small gestures, a shell picked up on the seashore, a small seed, a twig , a leaf witness of a moment of abandon – almost a dialogue between myself and the tree.
Then I leave the image of the chessboard and our dialogue goes beyond its nature as a vegetable and mine as a human being to become something that, as in the work of ‘Matrix’, it reveals to us the arch-types of a micro and macro-cosmos hidden inside and outside of us. It is fascinating to find again in the sounds of the arolla pine, the sounds of the man-nature universe that I had discovered in my blue and white signs of Spazio suono, mano suono spazio.
Never as in this work have literary references rushed towards me. As well as the stories of Calvino and the prose of Herman Hesse, here is ‘La Leggenda de arpa domata’ by Kazuko Okakura described in the text ‘Lo Zen e la cerimonia del tè’
Here again the sound returns which is blended with nature colour and sign. On two occasions the harpist Elena Cordublas accompanies me with music the fruit of her research to go with my works: The exhibition in Monza Park for Italia Nostra with the title L’Albero racconta’ and the anthology in the Galleria Civica di Monza ‘Il Libro che suona che canta che balla’ The works in wood are exhibited in the E. Museum of pyrographic art of Kathleen M.G. Menendez.

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un racconto/a tale – gli scacchi (2)

ottobre 20, 2015

E riflettevo: ogni giocatore parte con una strategia, studia aperture e finali, commette errori, inventa mosse geniali e imprevedibili. Ogni mossa è la testimonianza di un complesso lavorio mentale. Inoltre ero consapevole che man mano che la partita avanzava e i pezzi sparivano dalla scacchiera, nasceva un invisibile tracciato. Era questo che volevo far vedere poiché ero convinta, ancora prima di disegnarlo, che sarebbe apparso come una costruzione dinamica ma anche armonica, equilibrata, sempre nuova.
Decisivo è stato il movimento del cavallo: invece di tracciare una linea ad L come indicato nelle regole del gioco mi ispirò la diagonale che la mano del giocatore traccia trasportando direttamente il pezzo da una casella all’altra. Una diagonale diversa da quella tracciata per l’alfiere, che dava dinamicità all’intero tracciato, creando così nuove linee di forza.
A quel punto mi sono divertita a leggere il vecchio manuale Gli scacchi di Giuseppe Padulli, per conoscere meglio la dinamica del gioco. Nella sua premessa, scritta nel 1928, mi aveva colpito questa frase: “Una partita a scacchi è una piccola opera d’arte! Piccola, ma che sta meravigliosamente a sé stessa, come cosa completa ed organica, tal quale come è piccolo un bambino, ma non per questo men proporzionato e, in certo modo, meno artistico ed interessante.” Lo ammetto, a tutt’oggi non so ancora giocare bene a scacchi, evidentemente mi concentravo su altro.

And I reflected: each player starts with a strategy, studying openings and closures, makes mistakes, invents brilliant and unpredictable moves. Each move is the testimony of a complex mental elaboration. I was also aware that as the game progressed and the pieces disappeared from the board an invisible path was developed. That was what I wanted to see because I was convinced even before drawing it would appear as a dynamic construction but also a harmonious one, always new. The horse’s movement was decisive. Instead of tracing an L line as was indicated in the rules of the game , I was inspired by the diagonal traced by the player’s hand moving the piece from one square to another. A diagonal which differed from the knight and lent dynamism to the whole creating in this way new lines of strength. At this point I amused myself reading the old manual ‘Chess’ by Giuseppe Padulli in order to learn the dynamics of the game better. In his forward written in 1928 I was struck by the phrase ‘ a game of chess is a small work of art. Small but wonderfully itself, something complete and organic like a small child but nevertheless in proportion and not less artistic or interesting.’ I must confess that to date I still don’t know how to play chess well , evidently I concentrated on something else.

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La copertina del mio manuale (una volta era di Giacomo) “Gli scacchi” di Giuseppe Padulli casa editrice A.Corticelli Milano 1940

Poi ci volle solo molta pazienza per trovare e scegliere le più belle partite a scacchi di campioni come Capablanca, Alekhine, Portisch, Larsen, e molti altri, e per trascrivere tutte le mosse una ad una. Un lavoro di traduzione quasi da amanuense.

Then all I needed was a lot of patience to choose the best chess matches of champions like Capablanca . Alekhine, Portisch, Larsen and many others and transcribe all the moves one by one. A translation work similar to that of an amanuensis.

un racconto/a tale – gli scacchi premessa (1)

ottobre 20, 2015

Devo premettere che in quel periodo avevo una carica emotiva forte dovuta al desiderio di esprimere per immagini qualche cosa di invisibile, mai visto, a volte fuggevole come un gesto, un pensiero, una parola. Era una aspirazione difficile ma non impossibile, me ne rendevo conto, ma dovevo imboccare la strada giusta e tutto sarebbe stato più semplice.
L’occasione fu una partita di scacchi giocata in famiglia tra Giacomo e Tommaso. Era come se la vedessi per la prima volta, con occhi nuovi. 

I should say that at that time I had a strong emotional impulse due to the desire to express through images something invisible, never seen, sometimes as fleeting as a gesture, a thought, a word. It was a difficult but not impossible aspiration, I realise, but I had to take the right path and then everything would be easier. The occasion was a game of chess played in my family between Giacomo and Tommaso. It was as if seeing it for the first time with new eyes

3 la scacchiera jugoslava di casa mia

La scacchiera jugoslava di casa mia

In seguito mi sarei data una spiegazione, trovando una frase di Goethe, nella sua prefazione a ” La teoria dei colori, che spiega bene questo fenomeno: Il semplice guardare una cosa non ci permette di progredire.” Se “Ogni guardare si muta in un considerare, ogni considerare in un riflettere, ogni riflettere in un congiungere” abbiamo più probabilità di progredire con coscienza e auto consapevolezza.

Later I was to explain this to myself when I came across one of Goethe’s sentences in his preface to “the theory of colours” which explains this phenomenon.‘A simple look at one thing does not allow us to move forward”. If ” each look turns into a consideration, each consideration a reflection, each reflection a connection”, we have the possibility to progress with consciousness and self awareness.

 libro goethe per blogpagina goethe

La copertina del mio libro – I edizione 1979
pagina 4 della prefazione di Goethe

La rappresentazione di una partita di scacchi era lì davanti a miei occhi: due giocatori, una scacchiera e i trentadue pezzi. Due eserciti uno contro l’altro, il bianco e il nero, per ciascuno un re, una regina, due alfieri, due cavalli, due torri e otto pedoni.

The representation of a chess match was right in front of my eyes: two players, a chessboard, and thirty-two pieces. Two armies against each other, white and black each with a king, a queen, two bishops, two knights, two horses, two towers and eight pawns.

 

affinità

giugno 9, 2008

Ho trovato interessante la struttura di questo romanzo-scacchiera.

Una mossa imprevista, una lettera anonima, scatena un dramma.

I personaggi si muovono come pedine nel gioco della verità e nemmeno il sacrificio di uno di loro riuscirà a farla emergere.

Supposizioni, sospetti, inganni, una rete fitta di sentimenti contrastanti, una trama che si può facilmente paragonare alla vita reale, quando, per un qualsiasi motivo scatenante, ci appaiono le nostre e le altrui miserie.

Il Giocatore Invisibile rimane sconosciuto e il gioco delle parti che si è svolto sotto i nostri occhi non chiarisce il mistero dell’esistenza ma ne ingrandisce a dismisura l’ enigma.

Dal romanzo di Giuseppe Pontiggia

Il giocatore invisibile

edizione Euroclub 1979

Dal capitolo XXII

In cima alla scala di legno, che saliva alla balconata pensile della libreria, il professore, deposti la borsa e l’impermeabile, pulì gli occhiali dalle gocce d’acqua e, dopo averli puntati contro il lucernario, che diffondeva una luce grigia sui clienti a pianterreno, si diresse allo scaffale intitolato “Scacchi” e si inginocchiò. Estrasse delicatamente, dal ripiano in basso, il secondo volume, lo esaminò con cura, sopra e sotto, e lo aprì: erano I fondamenti degli scacchi di Capablanca. Lo sfogliò piano, aggiustandosi le lenti, indugiando sui diagrammi, poi lo ricollocò al suo posto.

Tirò a sé con cautela, afferrandolo per la costa con la punta delle dita, il libro successivo. Sulla copertina gli scacchi erano stati fotografati da una angolazione insolita e la scacchiera dilagava all’infinito. Il titolo era: Come non giocare gli scacchi e il testo analizzava gli errori dei maestri in partite decisive. Questo lo posò, con gli occhi luccicanti, sopra la fila di libri dell’ultimo ripiano.

Tornò ad avvicinare il viso ai libri in basso, sfiorandoli con l’indice, finchè ne trovò uno intitolato: Il sacrificio nel gioco degli scacchi.

Lo estrasse, scorse velocemente i capitoli: “la funzione del sacrificio”, ”lo pseudosacrificio”, ”il sacrificio vantaggioso” “il sacrificio preventivo”… “il sacrificio semplificatore”… “il sacrificio sfortunato”. Posò anche questo sopra l’altro, poi tornò in ginocchio. Un libro della Casa Dover rievocava i grandi incontri del passato. Era pieno di vecchie fotografie, sfocate e buie, come quella del torneo di S. Petersburg, del 1914: si vedevano, seduti alla scacchiera, Tarrasch e Laser e, in piedi dietro a loro, in pose diverse, Alekhine, Capablanca e Marshall. Tarrasch, che doveva evidentemente giocare la sua mossa, fissava i pezzi, mentre Laser, calmo, sicuro, il gomito appoggiato sul tavolo, guardava un punto imprecisato davanti a sé. Cominciò a leggere la cronaca di un torneo di New York, della fine dell’Ottocento:

La neve, che cade ormai da tre giorni sulla nostra città, ha trasformato la villa dove si svolge l’incontro, circondata da un immenso parco, in un universo silenzioso. Nel salone sfavillante delle Naiadi, al primo piano, scuola romantica e scuola moderna si fronteggeranno questa sera nelle loro più alte incarnazioni.

Posò anche questo libro vicino agli altri due. La pioggia aveva quasi cessato di cadere e sui vetri del lucernario i rivoli serpeggianti si stavano assottigliando.

“Che cosa fai appollaiato lassù?”

Si voltò e vide Salutati, che lo stava osservando in mezzo ai banconi a pianterreno

“Vengo” rispose.

Infilò la cartella sotto un braccio, posò sull’altro l’impermeabile, prese i tre libri e cautamente, attento a non incespicare lungo la scala ripida, scese a pianterreno.

“Come sei carico. Aspetta ti aiuto” disse Salutati, afferrandogli i volumi. Il professore andò a posare la cartella sul ripiano di uno scaffale, accanto alla porta di ingresso.

Quando tornò, Salutati stava sfogliando i suoi libri:

“Sei sempre affascinato dagli scacchi, vedo.”

“Sì.”

“Ma giochi molto? Sei bravo?” gli chiese incuriosito.

“No.” Rispose il professore con serenità “Ti dirò che più che giocare mi piace rifare le partite degli altri.”

“Non mi stupisce” disse Salutati. Aveva preso in mano Il sacrificio nel gioco degli scacchi e lo andava scorrendo.

“Scusa la mia ignoranza” disse “Ma che cosa è il sacrificio negli scacchi?”

“E’ l’offerta di pezzi all’avversario”

Salutati continuava a sfogliare le pagine.

“Il sacrificio era molto diffuso nell’epoca romantica degli scacchi” aggiunse il professore, mettendoglisi a lato per guardare anche lui il libro. “Oggi molto meno”

“Perché?”

“Perché oggi la teoria è molto sviluppata e sono previsti anche i vari tipi di sacrificio. Perciò è un suicidio offrire pezzi al nemico. Di solito ne approfitta e vince.”

“Già”

“Pochi maestri lo praticano” continuò il professore. “Gli altri preferiscono non rischiare. Vogliono solo vincere o almeno pareggiare. E’ una tendenza universale. Non vogliono perdere.”

…..

Mosca, bianco Capablanca vince nero Marshall, mosse 22, 1977

il gioco degli scacchi

giugno 9, 2008

Mestre Venezia bianco Canal vince nero Vecsey, mosse 27, 1977

Torri, re, regine, alfieri, pedoni, cavalli: un via vai multiforme e multidirezionale, una folla che appare e scompare lasciando comunque dietro di sé una traccia. Traccia che, nata nell’arco di una partita modello, ho reso visibile.

Armoniose architetture che richiamano di più i momenti della costruzione, le impalcature piuttosto che gli edifici, l’atto del “costruire” più che l’opera finita.

Le impalcature con il trascorrere del tempo sono diventate strani graticci, lungo i quali altri pensieri, altre immagini si sono fissate.

Pentagrammi bizzarri sui quali posso scrivere suoni, parole e immagini, creare coreografie per una danza che si evolve e va, oltre i confini del tempo e dello spazio.

Penso all’intera vita di Duchamp vissuta come una grande partita a scacchi. L’importanza dell’apertura, la presa di coscienza di un “inizio”, lo svolgersi della lotta alla quotidianità lungo tutta la partita-vita e il finale, l’importanza della sua stessa conclusione. Un finale dove non si vuole essere né vincitori né vinti ma uscire dalla scena con dignità, una chiusura patta.

E mi sovviene un’altra disciplina: lo yo-ha-kiu del teatro No di Zeami, simile alla gestualità dei miei segni: concentrazione e inizio del segno, percorso deciso e incisivo, chiusura elegante. Potrebbe essere anche uno spartito musicale.

Grazie al preziosissimo dialogo che Calvino intesse tra il Gran Kan e Marco Polo nelle sue Città invisibili, viaggio dentro una partita di scacchi. Incontro vari personaggi e vari oggetti che mi raccontano vite che si intersecano, si sovrappongono, scompaiono. Sotto i miei piedi il pavimento a scacchiera pulsa, respira, vive. Lisci quadri di ebano e acero parlano a chi sa ascoltare, della loro origine di alberi, di chi ha vissuto nei loro tessuti o fra i rami, di come tronchi abbiano viaggiato lungo i fiumi incontrando e vedendo il mondo intero.

In una scacchiera si srotola il mondo intero dei ricordi, delle apparenze. Esso appare e scompare come pulsazione, virtù del virtuale, tappeto verde della mia immaginazione.

Ed in questo gioco qualcosa rimane sempre in me e mi consolano le immagini del mio “finito” che si ripete e varia all’infinito. 1994

Rotterdam, bianco Portisch vince nero Larsen, mosse 30, 1977

bianco Carls nero Suchting vince, mosse 33, 1977

La mossa del cavallo

maggio 31, 2008

Mestre Venezia bianco Canal vince nero Vecsey, mosse 27, 1977

Lavoravo verso la fine degli anni settanta nello Studio di A G Fronzoni, dal quale stavo imparando quanto fossero importanti l’esercizio critico e il rigore formale nel design.

Devo probabilmente alla combinazione tra questa “scuola” e il caso la svolta personale che andavo cercando nel mio lavoro e che si rivelò la prima volta che osservai con particolare attenzione una partita di scacchi.

Ricordo che guardando con attenzione i due avversari, mi chiedevo quanto sarebbe stato interessante vedere la trama delle loro mosse se non addirittura la sintesi della loro partita.

La rappresentazione di una partita di scacchi era lì davanti a me: due giocatori, una scacchiera e i diversi pezzi, i re, le regine, i cavalli, gli alfieri, le torri, i pedoni.

Ogni giocatore ha una strategia, applica una tattica, studia aperture e finali, commette errori, inventa mosse geniali e imprevedibili. Ogni mossa è la testimonianza di un complesso lavorio mentale. Ed ero consapevole che man mano che la partita avanzava e i pezzi sparivano dalla scacchiera, nasceva un invisibile tracciato.

Era questo che volevo interpretare poiché ero convinta, ancor prima di renderlo visivo, che sarebbe apparso come una costruzione armoniosa, equilibrata, originale.

Decisivo si è rivelato il tradurre in immagine la mossa del cavallo: invece di tracciare una linea ad L come indicato nelle regole del gioco usai la diagonale che la mano esperta del giocatore traccia trasportando direttamente il pezzo da una casella all’altra. Una diagonale diversa da quella dell’alfiere, che dava dinamicità all’intero tracciato creando nuove linee di forza. Partite brevi, con poche mosse, erano le più efficaci.

Approfondendo questa ricerca sugli scacchi, (due mie partite furono pubblicate da Bruno Munari nel suo libro “La scoperta del quadrato” edito da Zanichelli, 1977) mi accorsi che nel prendere nota di tutti i movimenti dei due giocatori applicavo un metodo analitico, mentre, nel ricostruire tutti i movimenti in un’unica immagine, cercavo e trovavo la sintesi.

Nella mossa del cavallo avevo scoperto una leva del momento creativo: questo movimento a “salto” diventò per me il simbolo visivo di come si possa uscire dagli schemi e trovare per intuizione i propri personali collegamenti.

Il privilegiare partite di campionato con poche mosse e con soluzioni eleganti mi insegnò a fare scelte chiare risolvendo i problemi uno alla volta. Ottenevo così di arrivare all’essenza delle cose rimanendo il più possibile aderente al mio pensiero.

L’elaborazione di una strategia e la sua traduzione in tattica diventarono per me la scelta del percorso e della tecnica giusta per realizzare le mie opere.

A questo punto mi accorsi di aver trovato un metodo di lavoro che potevo applicare, adattandolo di volta in volta, ai diversi studi sulla natura, ai linguaggi visivi della poesia, alla trascrizione della musica e della danza.

Un metodo, non statico o definitivo,maun procedimento snello e apertoalle varianti che nuove idee, nuove situazioni possono suggerire.

Monza 1987

Buenos Airesbianco Capablanca nero Alekhine vince, mosse 43,1927