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matrix

ottobre 16, 2009

matrix.per blog jpg

matrix 2002

Mi sono trovata davanti ad una bellissima tavola di compensato marino. Molte erano le storie che raccontava, io ne ho estrapolata una con uno strumento che va usato con molta cautela, il pirografo. Una penna elettrica che attraverso il calore scalfisce il legno, lo brucia, lo incide non per cancellare ma anzi per esaltare le sue innate venature.
Il compensato marino è realizzato con diversi strati di legno, spesso di mogani africani che vengono incollati, alternando il senso della venatura, con colle speciali che lo rendono resistente all’umidità e alla salsedine.
Ma ritornando alla storia, come tutti i racconti si dipana man mano che  si racconta. Io lavoravo e mi accorgevo che le ondulazioni, le forme, diventavano soggetti parlanti. Appena terminata mi appariva, strano a dirsi, come una tavola imbandita, e volevo appoggiarvi dei cucchiai di strane fogge, provenienti da tutto il mondo, ne avevo già una bella collezione, per sedermi ed invitare altri a convivio. Quando, osservandola bene, mi sono accorta di una cosa fantastica che solo l’alchimia potrebbe spiegarmi, forse.

Tre forme in particolare mi richiamavano cose già viste. Riprendo in mano il mio sacchetto prezioso con dentro tutte le cianfrusaglie raccolte qua e là e trovo un legno con un foro, un fuso bucherellato , una conchiglia ed ecco le appoggio sulla tavola, sono proprio loro, gli archetipi.
E la mia tavola diventa un grembo per contenere l’universo.

particolari matrix.

il suono della mano

Mag 28, 2008

Senza l’esperienza della poesia visiva non sarei mai riuscita a passare al segno-gesto.

Ho iniziato a tradurre in immagine testi poetici, verso la fine degli anni 70. Usavo i trasferibili. applicando le regole della composizione tipografica. I più importanti erano Letraset e Mecanorma: pagine di alfabeti di diversi caratteri che si usavano come le decalcomanie. Con una punta arrotondata, grattando il foglio, si trasferivano sulla pagina le singole lettere per comporre le parole. Spesso si staccavano male ed era un lavoro di grande pazienza. Non ho mai usato nei miei lavori la macchina per scrivere proprio per dare meno rigidità alle parole.

Il passaggio dall’uso dei trasferibili all’utilizzo della calligrafia mi permise di allargare la mia ricerca fino al segno-gesto.

Scrivevo con i vecchi pennini e l’inchiostro di china, oppure con i pennarelli a smalto. Cannuccia e pennino, pennello, pennellessa. Pagine e pagine di piccoli segni.

Poi mi ricordai dell’insegnamento datomi dal grafico Max Huber, conosciuto in quei pochi anni in cui lavorai presso la Bassetti, quando gli chiesi qual’era per lui la regola migliore per imparare a disegnare.

“Prendi dei grandi fogli e disegna con ampi gesti senza mai cancellare, è un ottimo esercizio”

E così provai.


In questo momento i ricordi si intrecciano poiché molte cose avvennero quasi contemporaneamente.

Giacomo faceva la collezione di bottiglie di grappa, vuote!, che finirono in cantina poi tra i rifiuti come era prevedibile, ma la sua passione momentanea e innocua per la grappa mi aveva reso edotta del metodo di fabbricazione: distillato di vinacce di cui si butta la testa e la coda, la parte centrale è la grappa perfetta. Mi divertiva, e sorrido ancora oggi mentre lo sto descrivendo, paragonare la fabbricazione della grappa con la nascita dei miei segni: nell’esercitarmi su grandi fogli mi accorgevo che prima di concentrarmi ne eliminavo un certo numero (la testa), quando finalmente trovavo il ritmo ne usciva una serie (la grappa), poi mi stancavo e buttavo via gli ultimi (la coda).

premessa al “giardino dei segni”

Mag 28, 2008

autoritratto 1986

In un tempio lontano viveva un illustre maestro di Zen.

Era costui noto per la sua devozione all’arte e al lavoro.

Alla pratica della meditazione univa mirabilmente l’esercizio della calligrafia. In particolare scriveva Haiku su grandi fogli di carta. Si esercitava negli Haiku anche a voce seduto sul tatami insieme ai suoi discepoli prediletti.

Una giovane donna occidentale venne a conoscenza della sua fama e volle incontrarlo per porgli un quesito.

“Maestro, non conosco né la lingua cinese né il giapponese eppure quando osservo un ideogramma o ammiro la calligrafia di uno Haiku provo una forte emozione. Nella nostra cultura ciò è spiegabile con il sentimento che si prova dinnanzi al bello ma io cerco l’illuminazione dell’insegnamento Zen.”

“Tu hai la tua stanza del tesoro. Perché vai in giro a cercare?” domandò il maestro.

La donna domandò “Dov’è la mia stanza del tesoro?”

“Quello che stai domandando è la tua stanza del tesoro”

“E’ bello ciò che dici ma ancora non capisco, come faccio ad entrare?”

“Torna a casa e medita su questi tre problemi:

Cerca il suono della tua mano

Spazia nel vuoto meraviglioso

Usa i tocchi del tuo pennello come “accidenti controllati”

“Quanto tempo mi ci vorrà per capire?”

“Il resto della tua vita”.