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La partita di Duchamp

giugno 16, 2008

Un libro prezioso per chi vede nel gioco degli scacchi una vena di creatività a getto continuo.

“La perfezione dell’edificio mentale che il giocatore neoromantico cerca di raggiungere è minacciata ad ogni momento da ciò che l’avversario fa. Sta a quest’ultimo concedere o negare, in ultima istanza, il sommo piacere, non della vittoria, ma dell’opera d’arte” Ferruccio Pezzato

La partita di Duchamp
edizione Messaggerie Scacchistiche 1994
stralci dal saggio di Ferruccio Pezzato

O bouche l’homme est à la recherche d’un nouveau langage/Auquel le grammairien d’aucune langue n’aura rien à dire. (O bocca l’uomo è alla ricerca d’ un nuovo linguaggio/Al quale il grammatico di nessuna lingua avrà nulla da dire), scriveva Apollinaire esprimendo concisamente quell’anelito di rinnovamento che infiammò un’intera generazione d’artisti d’avanguardia d’inizio Novecento. La Tour Eiffel ed i primi grattacieli di Manhattan si stagliavano già da tempo nel cielo reclamando per il nuovo mondo in rapida avanzata un nuovo linguaggio, una nuova estetica. Ma questi tardavano a venire, trovando ad ingombrare il campo una tradizione che si rispecchiava in logori canoni di una classicità edulcorata e di maniera. Ad essa si opposero movimenti d’avanguardia che misero in discussione i dogmi imperanti. Al “naturalismo” nell’arte si contrapposero il cubismo e l’astrattismo. Nella musica, Schonberg con la dodecafonia e Bartok con le sue ricerche fondate sulla dissonanza proposero un’alternativa all’armonia tradizionale.

Nessun campo della cultura e delle scienze era destinato a passare indenne attraverso quel periodo. Anche per gli scacchi era in arrivo una rivoluzione, rappresentata dall’ ipermodernismo, destinata a mutare profondamente le concezioni teoriche ed il costume di quel piccolo mondo.

Marcel Duchamp, figura chiave nella storia dell’arte del Novecento, fu tra i protagonisti di quella stagione delle avanguardie.. E, in modo singolarmente intrecciato, recitò un ruolo di rilievo anche nelle vicende legate all’ipermodernismo scacchistico.. E’ noto infatti che egli, dopo essere approdato ad una sorta di nichilismo artistico che lo portò a negare ogni qualità estetica oggettiva all’opera d’arte, nel 1923 abbandonò completamente la pittura, nei confronti della quale non mancò in seguito di esprimere pubblicamente anche disprezzo. Da quel momento e per i successivi dieci anni non fu il linguaggio dell’arte ad essergli familiare, ma quello degli scacchi, una passione risalente all’infanzia. Questo richiama in qualche modo alla mente la metafora di “Novella degli scacchi” di Stefan Zweig, in cui il misterioso sfidante del campione, il dottor B., diventa giocatore per incomunicabilità. Ed ancora ci ricorda un altro famoso romanzo di argomento scacchistico, “La difesa” di Nabokov, il cui protagonista Loujine smette di parlare allorché scopre gli scacchi, che così divengono una sorta di strumento di comunicazione con il mondo, il suo linguaggio.

Arthur Kostler trova parole convincenti per mettere in risalto come gli scacchi contengano tali potenzialità espressive , in quanto fondono creatività e poesia, intesa in senso astratto, con la logica, “in un balletto di figure simboliche su un mosaico di 64 caselle”.

Naturalmente, di fronte ad una personalità complessa e poliedrica come Duchamp, le suggestioni letterarie vanno subito neutralizzate. Per comprendere il personaggio bisogna ripercorrerne i passi, prestarsi a seguirne la vicenda artistica senza sorprendersi dei suoi numerosi cambiamenti di costume.

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Walter Arensberg, il quale una volta disse che tutta l’evoluzione artistica di Duchamp gli ricordava da vicino una partita a scacchi, ogni opera corrispondente ad una mossa. E Duchamp, con lo humour che sempre lo contraddistinse, a questi rispose: “Il tuo paragone tra l’ordine cronologico delle mie opere ed una partita di scacchi è giustissimo…..Ma quale ne sarà l’esito finale? Riuscirò a dare scacco matto o dovrò subirlo?” Mettendosi già allora nei panni di un futuro biografo, il protagonista gli regala quel tanto di suspense necessaria per tenere desta l’attenzione del lettore. Ed al lettore da un suggerimento prezioso: pensa alla mia arte, ed alla mia vita stessa, come ad un gioco. Un suggerimento che richiede, o almeno auspica, nel lettore una reazione particolare: chi si vuole avvicinare alla sua opera dovrebbe trasformarsi in “spettatore”, termine che Duchamp intendeva in un’accezione totalmente innovativa per i suoi tempi. Dallo spettatore egli si attendeva un certo atteggiamento della mente, una sorta di intelligenza duttile e coraggiosa, che riuscisse ad afferrare situazioni complesse, non si arroccasse su posizioni precostituite, cercando di cogliere il senso del nonsenso e viceversa. Spettatore come sinonimo di artista, quindi, e, cosa più importante, di pensatore.

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San Sebastiano bianco Maroczy nero Marshall patta, mosse 24, 1977

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