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a proposito di poesia visiva

gennaio 12, 2014

Una riflessione

E’ dal lontano 1978 che lavoro con le parole dei poeti. Da sempre, salvo qualche eccezione, il testo è l’oggetto che forma le mie immagini. L’insieme delle parole che compongono il singolare linguaggio del poeta vengono manipolate quasi fossero una materia plasmabile sotto le mie mani. Uso la forma lineare della scrittura come se fosse un panetto di creta, conscia di poter ottenere un prodotto che è il risultato di una fusione tra il messaggio del poeta e la realizzazione di una forma che ne rappresenta l’interpretazione. Una interpretazione che è anche espressione di una diversa sensibilità e personalità. Analizzare oggi il mio percorso, nell’arco di oltre un trentennio, mi permette di comprendere meglio l’influenza che ha sempre avuto la scelta dello strumento nel realizzare le immagini. I risultati ottenuti, con l’uso prima delle lettere trasferibili, del pennello, della tipografia e delle lettere a rilievo, poi con il personal computer utilizzando programmi come photoshop e second life, sono profondamente diversi. Tuttavia è proprio dal loro confronto che emerge anche l’ idea unificante che li accomuna. “Il faut que notre intelligence s’habitue à comprendre synthético-idéographiquement – au lieu de analytico-discursivement”. Queste traduzioni non vanno lette ma viste. Alla diversità degli strumenti si accompagna a volte anche una particolare complessità di pensiero. E il cammino per arrivare alla semplicità è sempre arduo. Apollinaire scriveva “Per me un calligramma è un insieme di segno, disegno e pensiero. Esso rappresenta la via più corta per esprimere un concetto in termini materiali e per costringere l’occhio ad accettare una visione globale della parola scritta”. Oggi questa concezione, data per acquisita, viene superata dalla consapevolezza che l’astrazione si è fatta più rarefatta, più rappresentativa di un mondo in continua frenetica evoluzione. Ogni immagine acquisita e scandagliata viene reinterpretata e continuamente arricchita di significato. Ad ogni passaggio si perde qualcosa ma si acquista altro in svariate composizioni.

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“una ricetta di Albarosa” (cannuccia, pennino e inchiostro su carta) 1978

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“autoritratto” (rielaborazione foto cappello e lettere trasferibili  Letraset) serigrafia 1979

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“nascita di una poesia” ( lettere trasferibili   su cartoncino) 1980

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“Natale di Ungaretti” (litografia da immagine creata con foto a contatto di un filo metallico e inserimento di parole scritte con lettere trasferibili ) 1982

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una delle 10 tele dedicate a “Se una notte d’inverno un viaggiatore” sceneggiato in 10 tempi ( acrilici su tela e lettere a rilievo) 1984

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“la stella di Natale” da Pasternak (litografia con segno realizzato con stick di inchiostro giapponese e composizione di parole con  lettere trasferibili ) 1984/85

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“contrasto” da Cielo d’Alcamo (acrilico su carta e scrittura a mano con pennino) 1988

T.S.Eliot

“la coltura degli alberi di Natale” da T.S.Eliot (litografia da composizione a mano di lettere trasferibili) 1991

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“conferenza su niente” da John Cage ( scrittura a mano con  smalti su carta fatta a mano Fabriano) 1995

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“a dance a ballet” da una poesia di Daniel Thomas Moran (opera in digitale realizzata da una foto di un mio collage e scrittura da pc) 2004

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“arriba el mar” da una poesia di Lopez Santòs  (elaborazione testo della poesia con Photoshop) 2006

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“happines” da una poesia di Gabriele Poetcher  ( fotografia in second life e sovrapposizione di lettere con Photoshop) 2008

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“Questions persist and persist” da una poesia di D. T. Moran ( foto del mio avatar in un giardino virtuale di second life e composizione grafica con Photoshop) 2008

un'artista che...(blog)

“l’artista che si innamora di una poesia” da I giusti di Borges (uso del testo per creare forme e parole con Photoshop) 2013

il suono della mano

Mag 28, 2008

Senza l’esperienza della poesia visiva non sarei mai riuscita a passare al segno-gesto.

Ho iniziato a tradurre in immagine testi poetici, verso la fine degli anni 70. Usavo i trasferibili. applicando le regole della composizione tipografica. I più importanti erano Letraset e Mecanorma: pagine di alfabeti di diversi caratteri che si usavano come le decalcomanie. Con una punta arrotondata, grattando il foglio, si trasferivano sulla pagina le singole lettere per comporre le parole. Spesso si staccavano male ed era un lavoro di grande pazienza. Non ho mai usato nei miei lavori la macchina per scrivere proprio per dare meno rigidità alle parole.

Il passaggio dall’uso dei trasferibili all’utilizzo della calligrafia mi permise di allargare la mia ricerca fino al segno-gesto.

Scrivevo con i vecchi pennini e l’inchiostro di china, oppure con i pennarelli a smalto. Cannuccia e pennino, pennello, pennellessa. Pagine e pagine di piccoli segni.

Poi mi ricordai dell’insegnamento datomi dal grafico Max Huber, conosciuto in quei pochi anni in cui lavorai presso la Bassetti, quando gli chiesi qual’era per lui la regola migliore per imparare a disegnare.

“Prendi dei grandi fogli e disegna con ampi gesti senza mai cancellare, è un ottimo esercizio”

E così provai.


In questo momento i ricordi si intrecciano poiché molte cose avvennero quasi contemporaneamente.

Giacomo faceva la collezione di bottiglie di grappa, vuote!, che finirono in cantina poi tra i rifiuti come era prevedibile, ma la sua passione momentanea e innocua per la grappa mi aveva reso edotta del metodo di fabbricazione: distillato di vinacce di cui si butta la testa e la coda, la parte centrale è la grappa perfetta. Mi divertiva, e sorrido ancora oggi mentre lo sto descrivendo, paragonare la fabbricazione della grappa con la nascita dei miei segni: nell’esercitarmi su grandi fogli mi accorgevo che prima di concentrarmi ne eliminavo un certo numero (la testa), quando finalmente trovavo il ritmo ne usciva una serie (la grappa), poi mi stancavo e buttavo via gli ultimi (la coda).