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Una verifica letteraria

giugno 23, 2008

Bianco Larsen vince nero Petrosian, 1977

Bravo Camilleri!!!

La mossa del cavallo è il salto mentale che ci permette di trovare soluzioni brillanti ai nostri problemi. Il protagonista del romanzo conosce la lingua italiana e il dialetto genovese, ma per difendersi da un’accusa infamante, un assassinio, utilizza, durante il processo che si svolge in Sicilia, terra dei suoi avi, il dialetto siciliano. Solo così riuscirà ad evitare trabocchetti linguistici che potrebbero portarlo alla rovina.

Forse anche nella vita di Camilleri romanziere “La mossa del cavallo” si è rivelata essenziale alla sua arte per narrarci le avventure del commissario Montalbano e non solo.

Dal romanzo di Andrea Camilleri

La mossa del cavallo

edizione Rizzoli 1999

“Il cavallo è l’unico pezzo del gioco che può scavalcare gli altri. Si muove in un modo davvero speciale, disegnando una ‘L’: prima di due caselle in orizzontale o in verticale, come una torre, e poi di una casella a destra o a sinistra. Un particolare da non dimenticare: un cavallo che muove da una casella nera arriva sempre in una casella bianca. Al contrario, un cavallo che muove da una casella bianca arriva sempre in una casella nera. Il cavallo può scavalcare qualunque pezzo.” A: Karpov, Il manuale degli scacchi

Sabato 1 settembre 1877

….

Lo “scrafaglio merdarolo” di nome scientifico si viene a chiamare “scarabeus sacer”, ma di sacro non ha proprio niente, tiene l’abitudine di fare pallottuzze di merda, d’omo o d’armàlo non ha importanza, che poi se le rotola infino alla tana, gli servono per mangiarsele mentre che c’è l’invernata. I montelusani, che avevano la particolarità d’assegnare la giusta ‘ngiuria a ogni persona che gli veniva a tiro, avevano di subito chiamato “scrafaglio merdarolo” l’intendente di Finanza La Pergola commendator Felice il quale, a stare a quanto si contava, appena gli veniva passata la mazzetta, rapidamente l’appallotolava e se la metteva in sacchetta per andarsela a nascondere in casa, dato che non risultava avesse deposito di dinaro in nisciuna delle due banche di città. Tra le tante pallottuzze di merda che l’intendente si era intanato nei cinque anni di servizio a Montelusa, le più grosse e sostanziose erano state quelle fornite prima dall’ispettore capo ai mulini Tuttobene Gerlando, scomparso in mare durante una solitaria partita di pesca e mai più ritornato a riva, e doppo dal suo successore Bendicò Filiberto, questo sì ritrovato, ma dintra a un vallone e mezzo mangiato dai cani.

In seguito a questi luttuosi eventi, assai restìo chi avrebbe dovuto succedere ai due ex ad occuparne il posto, il direttore generale che stava a Roma aveva deciso di spedire a Montelusa un ispettore capo dotato di tutti gli attributi per rimettere le cose a posto.

Al solo vederselo davanti questo nuovo ispettore capo, lo scrafaglio merdarolo capì subito due cose. La prima era che si stava avvicinando una grandissima carestia di merda e la seconda era che con quell’omo bisognava procedere con cautela, attento a misurare la parola.

Giovanni Bovara, più che un impiegato della pubblica amministrazione, pareva un militare di carriera in borghese. Era un quarantino coi capelli a spazzola e baffi lunghi curatissimi, abito scuro di stoffa bona, dritto nel personale. Aveva occhi cilestri, chiari chiari. Al commendator La Pergola fece ‘ntipatia. Calò gli occhi sulle carte che aveva davanti tenendo con una mano il pince-nez.

“Un sorcio cieco” lo qualificò Bovara che ignorava l’altra ‘ngiuria.

“Lei risulta essere nato a Vigàta, a pochi chilometri da qui”

“sì””

“Dalle note perdonatisi evince che lei, di tre mesi appena, è stato portato a Genova dove suo padre aveva trovato lavoro.”

“Sì”

“E’ scapolo?”

“Sì”

………..

“Lei c’è già stato in Sicilia? Da adulto intendo.”

“No”

“Come certamente saprà, per svolgere il suo lavoro ispettivo, lei ha diritto a una carrozza con relativo gnuri.”

“Prego?”

“Lei non parla il nostro dialetto?”

“L’ ho quasi del tutto dimenticato”

“Allora lei è un siciliano che parla genovese” disse l’intendente stringendo gli occhietti e facendo una risatella che alle orecchie di Bovara suonò come uno squittio.

“E’ proprio un sorcio cieco” pensò. E non rispose.

“Gnuri da noi significa cocchiere” spiegò l’intendente. E continuò….

………..

Faldone B

…….…..

REGIO TRIBUNALE DI MONTELUSA

A S.E. Ill.ma

Il Presidente

Montelusa, lì 5 ottobre 1877

Recatosi presso la Delegazione di P.S. di Montelusa ove trovasi provvisoriamente ristretto Bovara Giovanni per procedere al di lui interrogatorio per il reato di omicidio ascrittogli nella persona di don Artemio Carnazza, il sottoscritto constatava essere il sopradetto Bovara in stato di totale confusione mentale e in preda a manifesta turbativa. Alla mia domanda ove egli fosse nato, rispondeva una volta a Genova e un’altra volta a Vigàta, ma che erasi ravveduto, propendendosi a considerarsi, al momento attuale, nato decisamente a Vigàta.

Alla stranezza di questa asserzione, dopo aver premesso di essere stato un buon giocatore di scacchi sia pur un poco fuor d’esercizio, aggiungeva che, nel corso dell’insonne notte trascorsa nella cella della Delegazione, aveva a lungo meditato sullo schema di gioco e che stimava perciò vincente la mossa del cavallo.

Almeno credo che così si sia espresso, non intendendosi il sottoscritto del gioco degli scacchi.

Faccio presente che questo sproloquio venne fatto in dialetto siciliano, rifiutandosi il Bovara di parlare l’italiano asserendo essere il siciliano l’unica lingua per lui più sicura per non commettere errori.

Alle mie successive domande ha opposto uno smarrito silenzio.

Il dottor Ernesto Lojacono, dal sottoscritto espressamente convocato, ha espresso l’opinione che non sarà possibile procedere all’interrogatorio del Bovara prima di una settimana.

Con osservanza

Giosuè Pintacuda Giudice Istruttore

Lunedì 15 ottobre 1877

Signor Bovara, quando il cancelliere ed io l’abbiamo salutata, lei ha ricambiato dicendo: baciamulimani. Perché ci ha risposto in dialetto?

Pirchì fino a quanno mi trovu in chista situazioni penserò e parlerò accussì.

Guardi che la cosa, ai fini dell’interrogatorio, dato che tanto io quanto il cancelliere siamo siciliani, non ha nessuna importanza

Questo lo dice vossia.

Va bene, andiamo avanti: Lei ha qualcosa da modificare del racconto fatto al delegato Spampinato sul ritrovamento del cadavere?

Nonsi, quanno che lo ritrovai io, ancora non era cadavere. Stava per divintarlo.

Dunque lei in sostanza conferma il ritrovamento di padre Carnazza sulla trazzera poco dopo il bivio Montelusa-Vigàta?

Sissignori.

E come spiega allora che il corpo è stato ritrovato a casa sua?

Se me lo spiega prima vossia, è meglio.

Guardi, ragioniere, che qui quello che deve dare spiegazioni è lei.

Seconno mia, ce lo portarono a casa mia, il morto. Lo misero là pirchì io l’arritrovassi tornando. Accussi mi pigliavano nei lacci: avendo in matinata dichiarato che u parrinu l’avevo trovato in un posto, non potevo la sira stissa tornare in diligazioni dicennu ca inveci u parrinu era a me’ casa. Pigliato di scanto, mi sarei trovato necessitato ad andare ad ammucchiarlo io stesso. E accussì sarebbe stato cchiù facile darmi la corpa dell’omicidio. Ci pari ragiunatu?

Più che ragionato, mi pare romanzesco. Lei avrebbe nemici così intelligenti da inventarsi un piano siffatto?

Vossia pensa di no? Gliela hanno mai contata la storia del molino che prima c’era e doppo non c’era cchiù?

Non le pare una bella alzata d’ingegno per fàrimi crìdiri pazzo? E’ tutta una pinsata per levarmi di mezzo. A Tuttobene l’annegarono, a Bendicò gli spararono e a mia stanno tentando di fàrimi morìri in càrzaru o in manicomiu.

Cambiamo per il momento argomento. Lei conosce la signora Teresina Cìcero, dalla quale ha affittato la casa dove abita?

Sissignori.

Ha avuto con lei una relazione intima?

Nonsì. Io la signora Trìsina la vitti una vota sola, la domìnica istissa che andai alla casa di Vìgata. Arrivò nel doppopranzo, in carrozza, c’era macari un picciotteddru, Michilinu. Mi portò il cavaddru, che m’abbisognava e macari du’ para di linzòla che in casa non ce n’erano. Doppo non l’ho cchiù veduta.

Questi lenzuoli erano quelli con ricamate le iniziali di padre Carnazza?

Lei mi disse che quelle iniziali erano di so’ marito.

Infatti le iniziali dei due uomini combaciano. E quando vi siete rivisti? La donna, a ogni incontro, le portava qualcosa di nuovo?

Signor Giudice, a mia vossia in castagna non mi ci piglia. Io a quella fimmina la vitti solamente una vota. Le altre cose le arritrovai sul tavolino della càmmara di mangiari qualichi jorno appresso.

Anche i due candelabri d’argento?

Macari quelli attrovai una sira tornando.

Non lo stupì il fatto che quella donna, senza motivo alcuno, a sentir lei, abbia fatto un regalo di tanto valore?

Sì, me lo spiai. Ma mi spiegai la cosa. Lei i regali non li faceva a mia, ma a la casa. La voleva fari graziosa, macari per affittarla meglio doppo di mia. Ma pirchì non lo spiate macari a lei?

Non è reperibile: Lei ha idea dove possa essersi nascosta?

Io non saccio manco ondosi che sta di casa a Montelusa.

Che motivo poteva avere la signora Cìcero per rendersi irreperibile? Se non quello d’essere complice del delitto da lei commesso?

Se veramente non si trova, cosa che io saccio ora, ci può essere qualichi altra scascione.

Me ne dica qualcuna.

L’ hanno ammazzata. Opuro l’ hanno fatta scappare sotto minazza di morti.

E perché?

Signor giudice, se vossia la poteva interrogari, quella le contava la verità. E tutto chistu strumento che hanno studiato per fàrimi crìdiri un assassinu non funzionava cchiù.

Lei sapeva che la signora Cìcero era l’amante di padre Carnazza?

Sissi: Me lo disse un barbèri di Montelusa, che po’ è me’ cuscinu. Mi fece l’elenco completu.

Di cosa?

Degli amanti che la signora Cìcero aveva avuto.

Lei l’ ha conosciuto di persona padre Carnazza?

Mi fu presentato da un collega mentre traversavo un corridoru dell’Intendenza. U parrinu era venuto pi una facenna di tasse. Lo vitti quella vota e basta.

Perché è scoppiato in singhiozzi?

Quanno?

Quando, tornando a casa sua al buio, è inciampato nel cadavere.

La raggia.

Si spieghi meglio

Quanno che inciampicai, capii di subito in che cosa ero inciampicato. Ero inciampicato in un mortu, ma soprattutto in un tranello, uno sfondapiede, un lacciolo che m’avrebbe fatto morìri assufficato. Capii subito che quel corpo era quello del parrino e mi misi a chiàngiri. Di raggia, di disperazione.

Il delegato Spampanato ha scritto che lei avrebbe dichiarato d’aver scambiato qualche parola con padre Carnazza prima che morisse.

Veru è.

E che lei alcune parole non le capì, altre invece sì?

Veru è.

Lei ha dichiarato che il moribondo disse, in modo comprensibile: fu Moro cugino.

Nonsi, la cosa non successe accussì. Io, sintendo dire la parola cuscinu, pinsai che volesse un cuscinu per la testa. Però nun saccio dire se in quel momento u parrinu diceva cuscinu ca viene a dire cusscinu o cuscinu ca viene a dire cuginu. La differenzia di pronunzia me la spiegò il signor la Manta, il vicediligatu. Io pinsai che cuscinu fosse cuginu in quanto che sapìva che il signor Moro era cuginu del parrinu e conoscevo macari che tra il parrinu e il signor Moro c’era una grossa lite per una facenna d’eredità. Sapivi macari che il signor Moro ce l’aveva giurata a patre Carnazza. Accussì, mentre corriva a cavaddru verso la diligazione, feci due cchiù due fa quattro. E inveci non faciva quattro, come spiegò il vicediligatu La Manta.

Perché secondo La Manta due più due non faceva quattro?

In prìmisi, mi spiegò che una cosa è dire “fu moro” tutto attaccato e un’autra è dire “fu” puntini puntini “moro”.

In secùndisi, mi fece persuaso che “moro”, in dialettu siciliano, prima significa omo scuro di capelli, doppo significa africanu, doppo ancora significa voce di verbo e doppo doppo ancora cognomi. E’ per scansare il pericolo che una parola venga pigliata pi un’àutra ca io ora parlu sulu in dialetu.

E perciò lei si è convinto che dicendo “moro” il prete intendesse significare “sto morendo”? In altre parole: conferma o ritratta la sua accusa al signor Moro?

Ma quannu mai! Confermo. U parrinu disse chiarimenti che a spararlo era stato so’ cuscinu Moro. Mi deve accrìdiri, signor giudice: in tuttu chistu tempu passato ccà dintra, non haiu fattu chi pinsari alle paroli del parrinu mentre ca muriva….E sulamenti ora pozzo dichiarare che lui fu chiaru e iu inveci non capii. Tant’è veru ca pinsai, all’ultimu, ca m’avesse mannato a fare in culu, rispetto parlanno, dispiratu pirchì non lo capivo. E inveci non mi mannò a fare in culu.

Non la mandò a fare in culo?

Nonsi.

E che le disse allora?

Un mumentu e ci arrivu. Principiamu dal principiu. Quannu il parrinu si adunò ca io gli stavo allato, murmuriò una parola che mi sonò, allura, comu “spaiatu”. Che veniva a significari? Nenti. E quindi pinsai che avesse malamente detto “sparatu”. Ma che bisogno aveva di farimìllo sapìri quanno si vedeva benissimo che era stato sparatu? U parrinu non disse né spaiatu né sparatu. Fece un nome.

Ah sì, Quale?

Spampinatu

Spampinato?

La manu sul foco. Vangelo. Spampinatu.

Il delegato?!

Nun lu sacciu se il diligatu opuro so’ frati Gnaziu.

Il delegato ha un fratello di nome Ignazio?

Sissignori. E il nome so’ era macari nella lista. Me lo fece me’ cuscinu il barbèri.

Quale lista?

Quella degli amanti della signora Cìcero. S’informasse.

Secondo lei dunque il prete avrebbe fatto i nomi di Spampanato e Moro?

Di Spampinatu, di Moru e di…

Vada avanti. Perché si è fermato?

Pirchì ora veni u bottu grossu. Una bumma. Una cannonata. U parrinu fici un terzu nomu, non mi mandò a fare ‘n culu.

Faccia questo nome.

Fasùlo. Non “fa’ ‘n culo”.

Suvvia non scherziamo.

Non sto babbianno, signor giudice. Ci ho ragionato sopra doppo che il signor La Manta m’ebbe spiegatu come funziona u nostru dialettu. Chiarissimamente patre Carnazza disse “ulo” . Cognome. Se avesse voluto dire culu, avrebbe detto “ulu”. E semplici.

Si rende conto di quello che dice? Lei vuole alludere all’avvocato Fasùlo?

Io non alludo, riferisco. E a pinsàricci bonu, nun è una pazzia ca il parrinu facissi questo nome. Abbisogna calcolari che macari lui è nella lista.

Quale lista? Sempre quella degli amanti della signora Cìcero che le fornì suo cugino il barbiere?

Sissignori. In quella lista c’è l’avvocatu. S’informasse. S’appattàrono.

Si spieghi meglio.

Si misero d’accordu, Spampinatu e Fasùlo, per ammazzare il parrinu che gli aveva livàta la femmina e li aveva fatti cornuti.

Anche il signor Moro era nella lista?

Moro non c’era. Ma aviva centomila ragioni per sparari al parrinu. S’accodò. Ficiro una specie di consorziu.

Senta, Bovara, mi pare di ricordare che lei ha dichiarato al delegato Spampanato d’aver visto una sola persona che s’allontanava a cavallo dal luogo del delitto.

Chistu non veni a diri nenti. A sparari sarà stato solamenti unu, macari se lo sono giocato a paro e sparo chi doveva ammazzarlo, ma il parrinu aveva accanito tuttu e lo disse.

Lei non ha riconosciuto l’uomo che scappava?

Quindi lei sostiene che Spampanato, Moro e l’avvocato Fasùlo fecero un patto scellerato per uccidere don Carnazza?

Precisamente. Però…

Continui.

Però continuanno a passarmi la mano supra la coscienza…

Ebbene?

Lu sapi com’è ca succedi, signor giudice. Ca unu parla e riparla sempri l’ istissa cosa e cchiù la cosa si acclarisce dintra di lui. A mia sta capitando accussì. Forsi il signor La Mantìa havi raggione. Quannu u parrinu disse “moro” voleva solamenti significari “staiu murennu” Sissignuri.

Quindi lei restringerebbe il campo ai soli Spampanato e Fasùlo?

Proprio accussì.…..

Mosca, bianco Capablanca vince nero Marshall, mosse 22, 1977

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