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specchio

novembre 26, 2015

image“specchio”. Maurizio Carta @MaurizioCarta7 – twitter

Dietro lo specchio
il nulla il tutto
Crescerai bimba mia
ma non dimenticare
il verde di questo prato
che si specchia in te
candida cornice

mlg

la mia prima poesia per “password”

gennaio 23, 2014

A volte mi diverto a ripensare i percorsi mentali che mi permettono di realizzare qualcosa che sta tra il pensiero razionale e l’ intuizione. E’ il caso della poesia Adam’s song di Daniel Thomas Moran che ho tradotto in immagine per la prima volta come membro di “Password“: un gruppo di poeti, artisti visivi e musicisti che si cimentano a scrivere versi, tradurli in immagine o in musica attraverso il personal computer. Era la prima volta che usavo il programma Photoshop e non avevo alcuna preparazione di base. Perciò tutto è nato da continue sperimentazioni,  errori, scoperte. Ho comunque progettato un percorso e  sapevo quello che volevo ottenere. L’ ho realizzato con l’ingenuità del neofita ma con caparbietà finché  ho ottenuto delle immagini che  interpretavano bene il mio pensiero e la visione del poeta.

Sometimes I like to rethink the mental paths that allow me to create something that stands between rational thought  and intuition. Here is an example: I translated  some verses from Daniel Thomas Moran’s poem Adam’s Song  into images, for the first time as a member of “Password”:  a group of poets, visual artists and musicians who attempt to write poetry, to translate them into pictures or music through the personal computer. It was the first time I used the Photoshop program and I had  no basic training. So everything is born from continuous experiments, mistakes, discoveries. However, I have planned a course, and I knew what I wanted to achieve. I worked ​​with the ingenuity of the neophyte but with determination until I got some pictures  which were faithful   to  my thinking and the poet’s vision.

Ecco il testo:

Non ho mai/invitato queste poesie, tuttavia/stanno arrivando/una alla volta, scuotendosi di dosso/la pioggia/dalle spalle/mentre emergono dal/ buio oltre la mia soglia. mlg

e il percorso:

prima scrittura
first writing:

I have never / invited these poems, yet      

they keep on arriving / one by one, shaking /                          

the rain / from their shoulders/                                           

 as they emerge from/  the dark beyond my door.   

Ho riscritto questi versi con il carattere “arial alternative symbol”
I have written again this poem in “arial alternative symbol” Font:

poesia symbol 1

poi ho rovesciato il testo come se fosse composto da ideogrammi giapponesi per farlo “emergere dal buio oltre la mia soglia”
then  I have overturned  the poem as if it was  written with Japanese ideograms to make it “emerge from the dark beyond my door. ”

poesia symbol 2

Il risultato è una serie di 6 composizioni dal titolo “Piovono poesie”.
The result is a series of six compositions whose title is “It’s raining poems”.

mor18_grim1
mor18_grim2

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“Piovono poesie” – “It’s raining poems”  – 23  dicembre 2004

mappaluna 2×3

settembre 26, 2008

I was lying there, looking out the window as we moved across the terminator. I was listening to the Symphonie Fantastique (Berlioz), and it was dark in the spacecraft. I was looking down at dark ground, and there was Earthshine. It was like looking at a snow-covered Earth scene under full moon.

Ero sdraiato e guardavo fuori dalla finestra mentre ci muovavamo attraverso il terminator. Stavo ascoltando la Symphonie Fantastique ed era buio nell’astronave. Guardai giù verso il terreno scuro, e vidi la luce della terra. Era come se guardassi la stessa scena della Terra coperta di neve illuminata dalla luna piena.

Ken Mattingly USA

da “The home planet” edited by Kevin W.Kelly

Ascoltiamo insieme a Ken il brano di Berlioz

l’enigma: la luna tra conoscenza e fantasia

La Noche, negra estatua de la prudencia, tiene
el espejo redondo de la luna en su mano
La notte, nera statua della prudenza, tiene
Lo specchio rotondo della luna in mano.

Federico Garcia Lorca

mappaluna 1×3

settembre 23, 2008

Ogni trittico è accompagnato dalle parole del “pastor de los suenos” Federico Garcia Lorca, poeta della luna per eccellenza, che mi ha accompagnata lungo tutto il percorso. Con la musicalità di una

“Noche (suite para piano y voz emocionada) Notte (suite per piano e voce emozionata”

scienza

magia

mito

En mi vaso la luna redonda,
!diminuta!, se rìe y tiembla
Nel mio bicchiere la luna rotonda,
minuta!, se la ride e trema

Federico Garcia Lorca

mappaluna

settembre 22, 2008

Premessa

Da questo momento parlerò delle mie diverse lune. Non perché abbia spesso “la luna” ma perché, oltre che ad ammirarla in natura, sono stati i versi dei poeti a farmela amare.
Come sempre inizio le mie ricerche con il metodo ispiratomi dallo studio degli scacchi:
analisi, sintesi e “salto del cavallo” . Questa è la mia prima ricerca iconografica a tema che sfocia in un’opera di cui vado orgogliosa.

Devo fare una breve ma importante premessa.
Nel 1990 incontro la laureanda in architettura Betty Bianchessi che era stata da bambina mia allieva nel laboratorio di via Dante a Monza. Betty è in partenza per Lisbona avendo ricevuto il premio Erasmus e riuscirà quello stesso anno ad organizzarmi una mostra all’Istituto Italiano di Cultura alla quale ho dato il titolo “Il vuoto meraviglioso”.
Betty aveva una tecnica particolare per presentare i suoi progetti architettonici, un metodo di collage molto particolare, sovrapposizioni di immagini fotocopiate in bianco e nero su carta da lucido: l’effetto ottico era straordinario ed è per questo che mi sono fatta aiutare nel 1993 a realizzare i tre trittici di mappaluna. Abbiamo lavorato a quattro mani sul collage e per mia fortuna anche nello spruzzo dell’argento. Ricordo divertita noi due con la mascherina in faccia , le finestre spalancate ad usare bombolette di vernice. Peccato non esserci fatte una fotografia! Ma non esisteva ancora il telefonino di oggi e avremmo dovuto programmare l’uso della macchina fotografica cosa che non ci è venuto in mente di fare.

la luna di Galileo

la luna nei tarocchi

il mito di Selene e Endimione

introduzione “nel cerchio della luna”

settembre 9, 2008

terra luna

Siamo verso la fine dell’estate 2008, il 10 settembre il Cern di Ginevra inizierà il suo esperimento tanto atteso. Dopo venti anni di ricerche il Large Hadron Collider, l’acceleratore di particelle più potente della storia, è pronto.

“E’ un anello sotterraneo lungo 27 chilometri che, messo in opera, lancerà protoni ed anti-protoni a velocità prossime a quella della luce. Fino allo scontro finale, che sprigionerà un’energia dell’ordine dei 5 TeV (ovvero5 miliardi di Volt). Gli scienziati del Cern di Ginevra sperano che un impatto di tale potenza possa letteralmente illuminare la ricerca sui primordi della materia: dalla creazione di nuove particelle e lo studio del loro funzionamento, sarà forse svelato il mistero del Big Bang, con un salto indietro nel tempo di 14 milioni di anni. Non mancano però gli appelli allarmisti, in primis da parte del chimico tedesco Otto Rossler, Eberhard Karls University: a detta sua e di altri scienziati, esiste il rischio sostanziale che lo scontro generi un buco nero, proprio qui sulla Terra. Avrebbe dimensioni modeste, ma si alimenterebbe gradualmente fino a risucchiare l’intero pianeta nell’arco di quattro anni.”

Io mi rifugio sulla luna. No, non sulla luna che vediamo quasi ogni notte nei nostri cieli ma la luna dei poeti, degli artisti, dei sognatori. Faccio parte anch’io di questo coro già dal 1994 con Mappaluna, Luna de mapa.

Ci risentiamo fra qualche giorno, esperimento permettendo.

“Oh potessi tu, o piena luna, contemplare per l’ultima volta il mio dolore, tu che io ho atteso, sovente, fino a mezzanotte, vegliando al mio leggio. Poi su libri, e carte, o mesta amica, mi apparisti. Oh! Potessi aggirarmi su cime di monti, andar errando nella tua cara luce, aleggiare con gli spiriti intorno a caverne montane, vagare sui prati al tuo crepuscolo, e, liberato da tutti i tormenti del sapere, risanarmi nel bagno della tua rugiada!” W.J. GOETHE, “FAUST”, PG. 23, Ed. Feltrinelli, 1965 (prima edizione originale, 1831).


“spazio suono mano suono spazio”

agosto 14, 2008

oggetto spaziale 1- 1993

Edgar Mitchel , un esploratore spaziale descrive la visione della terra vista dallo spazio con queste parole:

“..ecco emergere un lucente gioiello blu e bianco, una luminosa, delicata sfera blu-cielo merlettata di bianchi veli che sventolano lenti. Sorge gradualmente simile ad una piccola perla da un denso mare di nero mistero la terra”1

Dopo essere stata sulla luna con la ricerca a lei dedicata dal titolo “mappaluna 3×3” anch’io ho rivolto lo sguardo verso casa.

Nel silenzio più assoluto sento arrivare suoni, voci, musiche preziosamente racchiuse nel mutevole carillon dell’atmosfera terrestre. Danzo con i miei segni blu e bianchi all’unisono con l’universo, in piena coscienza del mio gesto infinitamente piccolo ma esaltata all’idea di partecipare al mistero della creazione.

oggetto spaziale 2 – 1993

oggetto spaziale 3 – 1993


1The home planet” – foreword by Jacques-Yves Cousteau edited by Kevin W. Kelley 1988

l’ultimo del Paradiso

agosto 14, 2008

Show di Benigni L’ultimo del Paradiso su RAI UNO la sera del 23 dicembre 2002

Roberto Benigni declama e spiega con la sua bella parlata toscana l’ultimo canto del Paradiso di Dante Alighieri. Per dirci quanto numerosi sono gli angeli egli divaga nel canto XXVIII rammentadoci questi due versi

E poi che le parole sue restaro,
non altrimenti ferro disvavilla
che bolle come i cerchi sfavillaro.
L’incendio suo seguiva ogni scintilla;
ed eran tante, che ‘l numero loro
più che ‘l doppiar de li scacchi s’immilla.

Benigni spiega il perché degli scacchi, ma per fissarmi meglio la storia prendo in mano il testo de La divina commedia, commentata da A. Momigliano, edita da Sansoni – Firenze. 1951. Alla pagina 799, in calce, leggo le seguenti note:

91.Scindendo l’incendio nelle sue parti, lo moltiplica. Ognuna delle scintille girava nel senso del cerchio sfavillante di cui faceva parte: le scintille sono gli angeli che costituiscono i cerchi

93. s’immilla: verbo coniato da Dante sul solito tipo (”inluiarsi, “intuarsi”, ecc.): entra nelle migliaia, si moltiplica a migliaia. Tutto il verso allude alla leggenda dell’indiano, che invitato dal re di Persia a chiedere un premio per la sua invenzione degli scacchi, chiese tanti chicchi di grano quanti risultavano dal due moltiplicato tante volte quanti erano gli scacchi: ne risultò un numero di venti cifre. S. Tommaso dice: “Multitudo angelorum transcendit omnem materialem multitudinem” (Summa, 1, CXII, 4) Lo stile del v.93 ricorda le compresse sintesi storiche o mitologiche disseminate nel poema: giuochi d’abilità fra letteraria ed enigmistica, di cui Dante doveva compiacersi.


sacrificio di donna bianco Augustin nero Nun vince, mosse 25, anno 1977

disegno originale 1977

divertimento grafico

Haiku

luglio 3, 2008


Perché adopera i testi delle poesie per le sue immagini? Spesso mi hanno fatto questa domanda e la mia risposta è sempre stata: finchè esisteranno i poeti li leggerò per ispirarmi ad essi, nello stesso modo in cui continuerò a guardare la natura per trovare i suoi segni nascosti.

Oggi, se mi fanno questa domanda, rispondo più sinteticamente con un’ altra domanda: “Le piace la natura?”

Molto ho imparato dalla lettura degli haiku e dalle parole della loro appassionata traduttrice Irene Iarocci.

Cento Haiku
In un’antologia commentata
il meglio della grande
tradizione poetica giapponese
A cura di Irene Iarocci
Presentazione di Andrea Zanzotto
Edizione Longanesi & C. – 1982

“….Il modo meno imbarazzante, si sa, per rispondere ad una domanda è quello di farne un’altra. Spesso e inconsciamente si agisce secondo il consiglio del Sesto Patriarca, – del Ch’an , giapponese Zen, il cui nome è Hui Neng – citato da Barthes, che dice:

“Se nel porvi domande qualcuno vi interroga sull’essere, rispondete con il non essere: Se vi interroga sul non essere, rispondete con l’essere. E se vi interroga sull’uomo comune, rispondete parlando del saggio…”

Così quando mi sono sentita domandare: “Perché traduce gli Haiku?”, ho replicato: “Le piace Barthes?”

L’interlocutore, straniero, reso perplesso dalla domanda, ha creduto di fraintendere: ”Barthes? Voleva forse dire Brahms?”

Una domanda che non sarebbe andata a vuoto se fossero stati più noti gli interessi di Barthes per il Giappone. Naturalmente intendevo parlare proprio del semiologo francese Roland Barthes e del suo libro sul Paese del Sol Levante, che circolava in poche copie ai tempi della mia tesi di laurea, a Roma, in critica letteraria, su questo strutturalista. Grazie a Barthes ho letto per la prima volta uno Haiku che, come genere poetico giapponese, ha accanto all’epigramma la forma più concisa che esista: 5, 7, 5, sillabe: una brevità che può creare un capolavoro come pure un effetto di tela imbrattata.”

“L’origine storica dello haiku come genere risale al sedicesimo secolo, quando divenne popolare lo haikai, un poema di 36, 50 o 100 versi di varia ispirazione composti da un gruppo di poeti che si riunivano insieme, in un ambiente che oggi definiremmo tradizionale.. Le stanze avevano infatti un pavimento a tatami (sorta di pesante stuoia di paglia assai finemente intrecciata, della grandezza standard di m.1,80 per cm. 90 di larghezza. L’ampiezza delle stanze si calcola ancora oggi con il numero dei tatami) con porte di legno scorrevoli…Il poeta “maestro”, o chi veniva designato quale iniziatore, cominciava con lo scrivere un verso detto hokku, in tre righe di 5,7,5 sillabe, che rimaneva comunque il più importante e indipendente in quanto “tema”. Indi, un secondo poeta aggiungeva in successione un verso composto di 7- 7 sillabe. Si continuava così con alternata e simmetrica regolarità fino alla fine del poema. Le singole composizioni non venivano firmate all’inizio, bensì lette ad alta voce. Poi se ne faceva un’analisi e un commento.

Matsuo Basho è il primo sommo autore di haiku (haijin), compositore e creatore di hokku artistici, di poesia matura, atta a esprimere, pur nella sua peculiare brevità, sentimenti delicati e profondi….Uno hokku, chiamato haiku solo da Shiki in poi, per essere tale doveva conformarsi a due condizioni fondamentali:

-la presenza di un kigo, termine il cui ruolo convenzionale era ed è di far preciso riferimento a una delle quattro stagioni;

-una quantità sillabica di diciassette, secondo un ritmo 5-7-5.

La stagione aveva ed ha tuttora la funzione di stabilire nel verso un legame con la realtà quotidiana, con la vita del singolo o del popolo, con la natura”

Poesie recitate, poesie scritte, poesie dipinte, uno stimolo a ricercare immagini che colpiscono la sensibilità al di là delle culture. Un piccolo rivolo che può farsi fiume nell’animo di chi sa cogliere la poetica delle piccole cose. Ho scelto nelle mie tele il formato 45×90 per rappresentare il tatami che fa da supporto ai pensieri del poeta in simbiosi con i miei.

Ogiwara Seisensui -  haiku 1986

Ogiwara Seisensui – Haiku 1986

Kago kara hotaru
hitotsu hitotsu
o hoshi ni suru

Lucciole,
dalla gabbia
una ad una
trasmutano
in stelle

Santōka  haiku 1986

Santōka – haiku 1986

Ushiro sugata no
Shigurete iku ka?

E’ la mia
Questa figura di spalle
Che se ne va nella pioggia?

Una verifica letteraria

giugno 23, 2008

Bianco Larsen vince nero Petrosian, 1977

Bravo Camilleri!!!

La mossa del cavallo è il salto mentale che ci permette di trovare soluzioni brillanti ai nostri problemi. Il protagonista del romanzo conosce la lingua italiana e il dialetto genovese, ma per difendersi da un’accusa infamante, un assassinio, utilizza, durante il processo che si svolge in Sicilia, terra dei suoi avi, il dialetto siciliano. Solo così riuscirà ad evitare trabocchetti linguistici che potrebbero portarlo alla rovina.

Forse anche nella vita di Camilleri romanziere “La mossa del cavallo” si è rivelata essenziale alla sua arte per narrarci le avventure del commissario Montalbano e non solo.

Dal romanzo di Andrea Camilleri

La mossa del cavallo

edizione Rizzoli 1999

“Il cavallo è l’unico pezzo del gioco che può scavalcare gli altri. Si muove in un modo davvero speciale, disegnando una ‘L’: prima di due caselle in orizzontale o in verticale, come una torre, e poi di una casella a destra o a sinistra. Un particolare da non dimenticare: un cavallo che muove da una casella nera arriva sempre in una casella bianca. Al contrario, un cavallo che muove da una casella bianca arriva sempre in una casella nera. Il cavallo può scavalcare qualunque pezzo.” A: Karpov, Il manuale degli scacchi

Sabato 1 settembre 1877

….

Lo “scrafaglio merdarolo” di nome scientifico si viene a chiamare “scarabeus sacer”, ma di sacro non ha proprio niente, tiene l’abitudine di fare pallottuzze di merda, d’omo o d’armàlo non ha importanza, che poi se le rotola infino alla tana, gli servono per mangiarsele mentre che c’è l’invernata. I montelusani, che avevano la particolarità d’assegnare la giusta ‘ngiuria a ogni persona che gli veniva a tiro, avevano di subito chiamato “scrafaglio merdarolo” l’intendente di Finanza La Pergola commendator Felice il quale, a stare a quanto si contava, appena gli veniva passata la mazzetta, rapidamente l’appallotolava e se la metteva in sacchetta per andarsela a nascondere in casa, dato che non risultava avesse deposito di dinaro in nisciuna delle due banche di città. Tra le tante pallottuzze di merda che l’intendente si era intanato nei cinque anni di servizio a Montelusa, le più grosse e sostanziose erano state quelle fornite prima dall’ispettore capo ai mulini Tuttobene Gerlando, scomparso in mare durante una solitaria partita di pesca e mai più ritornato a riva, e doppo dal suo successore Bendicò Filiberto, questo sì ritrovato, ma dintra a un vallone e mezzo mangiato dai cani.

In seguito a questi luttuosi eventi, assai restìo chi avrebbe dovuto succedere ai due ex ad occuparne il posto, il direttore generale che stava a Roma aveva deciso di spedire a Montelusa un ispettore capo dotato di tutti gli attributi per rimettere le cose a posto.

Al solo vederselo davanti questo nuovo ispettore capo, lo scrafaglio merdarolo capì subito due cose. La prima era che si stava avvicinando una grandissima carestia di merda e la seconda era che con quell’omo bisognava procedere con cautela, attento a misurare la parola.

Giovanni Bovara, più che un impiegato della pubblica amministrazione, pareva un militare di carriera in borghese. Era un quarantino coi capelli a spazzola e baffi lunghi curatissimi, abito scuro di stoffa bona, dritto nel personale. Aveva occhi cilestri, chiari chiari. Al commendator La Pergola fece ‘ntipatia. Calò gli occhi sulle carte che aveva davanti tenendo con una mano il pince-nez.

“Un sorcio cieco” lo qualificò Bovara che ignorava l’altra ‘ngiuria.

“Lei risulta essere nato a Vigàta, a pochi chilometri da qui”

“sì””

“Dalle note perdonatisi evince che lei, di tre mesi appena, è stato portato a Genova dove suo padre aveva trovato lavoro.”

“Sì”

“E’ scapolo?”

“Sì”

………..

“Lei c’è già stato in Sicilia? Da adulto intendo.”

“No”

“Come certamente saprà, per svolgere il suo lavoro ispettivo, lei ha diritto a una carrozza con relativo gnuri.”

“Prego?”

“Lei non parla il nostro dialetto?”

“L’ ho quasi del tutto dimenticato”

“Allora lei è un siciliano che parla genovese” disse l’intendente stringendo gli occhietti e facendo una risatella che alle orecchie di Bovara suonò come uno squittio.

“E’ proprio un sorcio cieco” pensò. E non rispose.

“Gnuri da noi significa cocchiere” spiegò l’intendente. E continuò….

………..

Faldone B

…….…..

REGIO TRIBUNALE DI MONTELUSA

A S.E. Ill.ma

Il Presidente

Montelusa, lì 5 ottobre 1877

Recatosi presso la Delegazione di P.S. di Montelusa ove trovasi provvisoriamente ristretto Bovara Giovanni per procedere al di lui interrogatorio per il reato di omicidio ascrittogli nella persona di don Artemio Carnazza, il sottoscritto constatava essere il sopradetto Bovara in stato di totale confusione mentale e in preda a manifesta turbativa. Alla mia domanda ove egli fosse nato, rispondeva una volta a Genova e un’altra volta a Vigàta, ma che erasi ravveduto, propendendosi a considerarsi, al momento attuale, nato decisamente a Vigàta.

Alla stranezza di questa asserzione, dopo aver premesso di essere stato un buon giocatore di scacchi sia pur un poco fuor d’esercizio, aggiungeva che, nel corso dell’insonne notte trascorsa nella cella della Delegazione, aveva a lungo meditato sullo schema di gioco e che stimava perciò vincente la mossa del cavallo.

Almeno credo che così si sia espresso, non intendendosi il sottoscritto del gioco degli scacchi.

Faccio presente che questo sproloquio venne fatto in dialetto siciliano, rifiutandosi il Bovara di parlare l’italiano asserendo essere il siciliano l’unica lingua per lui più sicura per non commettere errori.

Alle mie successive domande ha opposto uno smarrito silenzio.

Il dottor Ernesto Lojacono, dal sottoscritto espressamente convocato, ha espresso l’opinione che non sarà possibile procedere all’interrogatorio del Bovara prima di una settimana.

Con osservanza

Giosuè Pintacuda Giudice Istruttore

Lunedì 15 ottobre 1877

Signor Bovara, quando il cancelliere ed io l’abbiamo salutata, lei ha ricambiato dicendo: baciamulimani. Perché ci ha risposto in dialetto?

Pirchì fino a quanno mi trovu in chista situazioni penserò e parlerò accussì.

Guardi che la cosa, ai fini dell’interrogatorio, dato che tanto io quanto il cancelliere siamo siciliani, non ha nessuna importanza

Questo lo dice vossia.

Va bene, andiamo avanti: Lei ha qualcosa da modificare del racconto fatto al delegato Spampinato sul ritrovamento del cadavere?

Nonsi, quanno che lo ritrovai io, ancora non era cadavere. Stava per divintarlo.

Dunque lei in sostanza conferma il ritrovamento di padre Carnazza sulla trazzera poco dopo il bivio Montelusa-Vigàta?

Sissignori.

E come spiega allora che il corpo è stato ritrovato a casa sua?

Se me lo spiega prima vossia, è meglio.

Guardi, ragioniere, che qui quello che deve dare spiegazioni è lei.

Seconno mia, ce lo portarono a casa mia, il morto. Lo misero là pirchì io l’arritrovassi tornando. Accussi mi pigliavano nei lacci: avendo in matinata dichiarato che u parrinu l’avevo trovato in un posto, non potevo la sira stissa tornare in diligazioni dicennu ca inveci u parrinu era a me’ casa. Pigliato di scanto, mi sarei trovato necessitato ad andare ad ammucchiarlo io stesso. E accussì sarebbe stato cchiù facile darmi la corpa dell’omicidio. Ci pari ragiunatu?

Più che ragionato, mi pare romanzesco. Lei avrebbe nemici così intelligenti da inventarsi un piano siffatto?

Vossia pensa di no? Gliela hanno mai contata la storia del molino che prima c’era e doppo non c’era cchiù?

Non le pare una bella alzata d’ingegno per fàrimi crìdiri pazzo? E’ tutta una pinsata per levarmi di mezzo. A Tuttobene l’annegarono, a Bendicò gli spararono e a mia stanno tentando di fàrimi morìri in càrzaru o in manicomiu.

Cambiamo per il momento argomento. Lei conosce la signora Teresina Cìcero, dalla quale ha affittato la casa dove abita?

Sissignori.

Ha avuto con lei una relazione intima?

Nonsì. Io la signora Trìsina la vitti una vota sola, la domìnica istissa che andai alla casa di Vìgata. Arrivò nel doppopranzo, in carrozza, c’era macari un picciotteddru, Michilinu. Mi portò il cavaddru, che m’abbisognava e macari du’ para di linzòla che in casa non ce n’erano. Doppo non l’ho cchiù veduta.

Questi lenzuoli erano quelli con ricamate le iniziali di padre Carnazza?

Lei mi disse che quelle iniziali erano di so’ marito.

Infatti le iniziali dei due uomini combaciano. E quando vi siete rivisti? La donna, a ogni incontro, le portava qualcosa di nuovo?

Signor Giudice, a mia vossia in castagna non mi ci piglia. Io a quella fimmina la vitti solamente una vota. Le altre cose le arritrovai sul tavolino della càmmara di mangiari qualichi jorno appresso.

Anche i due candelabri d’argento?

Macari quelli attrovai una sira tornando.

Non lo stupì il fatto che quella donna, senza motivo alcuno, a sentir lei, abbia fatto un regalo di tanto valore?

Sì, me lo spiai. Ma mi spiegai la cosa. Lei i regali non li faceva a mia, ma a la casa. La voleva fari graziosa, macari per affittarla meglio doppo di mia. Ma pirchì non lo spiate macari a lei?

Non è reperibile: Lei ha idea dove possa essersi nascosta?

Io non saccio manco ondosi che sta di casa a Montelusa.

Che motivo poteva avere la signora Cìcero per rendersi irreperibile? Se non quello d’essere complice del delitto da lei commesso?

Se veramente non si trova, cosa che io saccio ora, ci può essere qualichi altra scascione.

Me ne dica qualcuna.

L’ hanno ammazzata. Opuro l’ hanno fatta scappare sotto minazza di morti.

E perché?

Signor giudice, se vossia la poteva interrogari, quella le contava la verità. E tutto chistu strumento che hanno studiato per fàrimi crìdiri un assassinu non funzionava cchiù.

Lei sapeva che la signora Cìcero era l’amante di padre Carnazza?

Sissi: Me lo disse un barbèri di Montelusa, che po’ è me’ cuscinu. Mi fece l’elenco completu.

Di cosa?

Degli amanti che la signora Cìcero aveva avuto.

Lei l’ ha conosciuto di persona padre Carnazza?

Mi fu presentato da un collega mentre traversavo un corridoru dell’Intendenza. U parrinu era venuto pi una facenna di tasse. Lo vitti quella vota e basta.

Perché è scoppiato in singhiozzi?

Quanno?

Quando, tornando a casa sua al buio, è inciampato nel cadavere.

La raggia.

Si spieghi meglio

Quanno che inciampicai, capii di subito in che cosa ero inciampicato. Ero inciampicato in un mortu, ma soprattutto in un tranello, uno sfondapiede, un lacciolo che m’avrebbe fatto morìri assufficato. Capii subito che quel corpo era quello del parrino e mi misi a chiàngiri. Di raggia, di disperazione.

Il delegato Spampanato ha scritto che lei avrebbe dichiarato d’aver scambiato qualche parola con padre Carnazza prima che morisse.

Veru è.

E che lei alcune parole non le capì, altre invece sì?

Veru è.

Lei ha dichiarato che il moribondo disse, in modo comprensibile: fu Moro cugino.

Nonsi, la cosa non successe accussì. Io, sintendo dire la parola cuscinu, pinsai che volesse un cuscinu per la testa. Però nun saccio dire se in quel momento u parrinu diceva cuscinu ca viene a dire cusscinu o cuscinu ca viene a dire cuginu. La differenzia di pronunzia me la spiegò il signor la Manta, il vicediligatu. Io pinsai che cuscinu fosse cuginu in quanto che sapìva che il signor Moro era cuginu del parrinu e conoscevo macari che tra il parrinu e il signor Moro c’era una grossa lite per una facenna d’eredità. Sapivi macari che il signor Moro ce l’aveva giurata a patre Carnazza. Accussì, mentre corriva a cavaddru verso la diligazione, feci due cchiù due fa quattro. E inveci non faciva quattro, come spiegò il vicediligatu La Manta.

Perché secondo La Manta due più due non faceva quattro?

In prìmisi, mi spiegò che una cosa è dire “fu moro” tutto attaccato e un’autra è dire “fu” puntini puntini “moro”.

In secùndisi, mi fece persuaso che “moro”, in dialettu siciliano, prima significa omo scuro di capelli, doppo significa africanu, doppo ancora significa voce di verbo e doppo doppo ancora cognomi. E’ per scansare il pericolo che una parola venga pigliata pi un’àutra ca io ora parlu sulu in dialetu.

E perciò lei si è convinto che dicendo “moro” il prete intendesse significare “sto morendo”? In altre parole: conferma o ritratta la sua accusa al signor Moro?

Ma quannu mai! Confermo. U parrinu disse chiarimenti che a spararlo era stato so’ cuscinu Moro. Mi deve accrìdiri, signor giudice: in tuttu chistu tempu passato ccà dintra, non haiu fattu chi pinsari alle paroli del parrinu mentre ca muriva….E sulamenti ora pozzo dichiarare che lui fu chiaru e iu inveci non capii. Tant’è veru ca pinsai, all’ultimu, ca m’avesse mannato a fare in culu, rispetto parlanno, dispiratu pirchì non lo capivo. E inveci non mi mannò a fare in culu.

Non la mandò a fare in culo?

Nonsi.

E che le disse allora?

Un mumentu e ci arrivu. Principiamu dal principiu. Quannu il parrinu si adunò ca io gli stavo allato, murmuriò una parola che mi sonò, allura, comu “spaiatu”. Che veniva a significari? Nenti. E quindi pinsai che avesse malamente detto “sparatu”. Ma che bisogno aveva di farimìllo sapìri quanno si vedeva benissimo che era stato sparatu? U parrinu non disse né spaiatu né sparatu. Fece un nome.

Ah sì, Quale?

Spampinatu

Spampinato?

La manu sul foco. Vangelo. Spampinatu.

Il delegato?!

Nun lu sacciu se il diligatu opuro so’ frati Gnaziu.

Il delegato ha un fratello di nome Ignazio?

Sissignori. E il nome so’ era macari nella lista. Me lo fece me’ cuscinu il barbèri.

Quale lista?

Quella degli amanti della signora Cìcero. S’informasse.

Secondo lei dunque il prete avrebbe fatto i nomi di Spampanato e Moro?

Di Spampinatu, di Moru e di…

Vada avanti. Perché si è fermato?

Pirchì ora veni u bottu grossu. Una bumma. Una cannonata. U parrinu fici un terzu nomu, non mi mandò a fare ‘n culu.

Faccia questo nome.

Fasùlo. Non “fa’ ‘n culo”.

Suvvia non scherziamo.

Non sto babbianno, signor giudice. Ci ho ragionato sopra doppo che il signor La Manta m’ebbe spiegatu come funziona u nostru dialettu. Chiarissimamente patre Carnazza disse “ulo” . Cognome. Se avesse voluto dire culu, avrebbe detto “ulu”. E semplici.

Si rende conto di quello che dice? Lei vuole alludere all’avvocato Fasùlo?

Io non alludo, riferisco. E a pinsàricci bonu, nun è una pazzia ca il parrinu facissi questo nome. Abbisogna calcolari che macari lui è nella lista.

Quale lista? Sempre quella degli amanti della signora Cìcero che le fornì suo cugino il barbiere?

Sissignori. In quella lista c’è l’avvocatu. S’informasse. S’appattàrono.

Si spieghi meglio.

Si misero d’accordu, Spampinatu e Fasùlo, per ammazzare il parrinu che gli aveva livàta la femmina e li aveva fatti cornuti.

Anche il signor Moro era nella lista?

Moro non c’era. Ma aviva centomila ragioni per sparari al parrinu. S’accodò. Ficiro una specie di consorziu.

Senta, Bovara, mi pare di ricordare che lei ha dichiarato al delegato Spampanato d’aver visto una sola persona che s’allontanava a cavallo dal luogo del delitto.

Chistu non veni a diri nenti. A sparari sarà stato solamenti unu, macari se lo sono giocato a paro e sparo chi doveva ammazzarlo, ma il parrinu aveva accanito tuttu e lo disse.

Lei non ha riconosciuto l’uomo che scappava?

Quindi lei sostiene che Spampanato, Moro e l’avvocato Fasùlo fecero un patto scellerato per uccidere don Carnazza?

Precisamente. Però…

Continui.

Però continuanno a passarmi la mano supra la coscienza…

Ebbene?

Lu sapi com’è ca succedi, signor giudice. Ca unu parla e riparla sempri l’ istissa cosa e cchiù la cosa si acclarisce dintra di lui. A mia sta capitando accussì. Forsi il signor La Mantìa havi raggione. Quannu u parrinu disse “moro” voleva solamenti significari “staiu murennu” Sissignuri.

Quindi lei restringerebbe il campo ai soli Spampanato e Fasùlo?

Proprio accussì.…..

Mosca, bianco Capablanca vince nero Marshall, mosse 22, 1977