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un racconto/a tale – il diamante e la patata

ottobre 28, 2015

Mentre sono alla ricerca di un nuovo filone per verificare il mio metodo, mi diverto con altri due giochi presi dai banchi di scuola dei miei figli. 

While I am looking for a new way to verify my method, I amuse myself with other games taken from the school desks of my sons.

 7. gioco del diamante 8 gioco della patata

Gioco del “diamante ” e della “patata” tra due scolari Olivia e Federico V elementare

Uno è il gioco del diamante: si prende un foglio bianco e si tracciano sopra dei punti a caso, poi ogni giocatore alternativamente traccia una linea colorata tra un punto e l’altro tentando di chiudere dei triangoli. Ogni volta che si conquista un triangolo lo si riempie con il proprio colore: vince chi conquista più triangoli. La sintesi della partita è una immagine a due colori, suddivisa in triangoli dalle forme più svariate e dai rapporti più imprevedibili. Due campi, due immagini, non una positiva e una negativa, ma entrambe positive.

One was the Diamond game: you take a white page, you trace a few dots here and there on it, then each player in turn traces a coloured line between one dot and another in an attempt to complete the triangles. Every time you win a triangle you fill it with your own colour. The player with the most triangles wins. The synthesis of the game is an image with two colours, subdivided in triangles of the most varied forms and the most unexpected relationships. Two fields, two images , not one positive and one negative but both positive

9 diamante per blog

dalla serie “diamante” 1978 collage 50×50

L’altro si chiama la patata. Dentro uno schema quadrettato, di solito un esagono, i due giocatori sempre con un colore ciascuno tentano di chiudere a turno più quadrati possibili mettendo poi il loro colore su quelli conquistati. Più rigida come immagine di sintesi ma piacevolmente colorata. Gli spazi compatti del vincitore e del perdente formano ritmi diversi ma anche questi sempre positivi.

The other game is called the Potato Game. Inside a squared shape, usually a hexagon, the two players, each with his own colour , try in turn to complete the most squares possible putting their own colour in those won. As the synthesis of an image this is more rigid but pleasantly coloured. The compact spaces of the winner and loser form different rhythms but these too are always positive.

patata per blog

dalla serie “patata” 1978 tempera su cartoncino 50×50

il gioco degli scacchi

giugno 9, 2008

Mestre Venezia bianco Canal vince nero Vecsey, mosse 27, 1977

Torri, re, regine, alfieri, pedoni, cavalli: un via vai multiforme e multidirezionale, una folla che appare e scompare lasciando comunque dietro di sé una traccia. Traccia che, nata nell’arco di una partita modello, ho reso visibile.

Armoniose architetture che richiamano di più i momenti della costruzione, le impalcature piuttosto che gli edifici, l’atto del “costruire” più che l’opera finita.

Le impalcature con il trascorrere del tempo sono diventate strani graticci, lungo i quali altri pensieri, altre immagini si sono fissate.

Pentagrammi bizzarri sui quali posso scrivere suoni, parole e immagini, creare coreografie per una danza che si evolve e va, oltre i confini del tempo e dello spazio.

Penso all’intera vita di Duchamp vissuta come una grande partita a scacchi. L’importanza dell’apertura, la presa di coscienza di un “inizio”, lo svolgersi della lotta alla quotidianità lungo tutta la partita-vita e il finale, l’importanza della sua stessa conclusione. Un finale dove non si vuole essere né vincitori né vinti ma uscire dalla scena con dignità, una chiusura patta.

E mi sovviene un’altra disciplina: lo yo-ha-kiu del teatro No di Zeami, simile alla gestualità dei miei segni: concentrazione e inizio del segno, percorso deciso e incisivo, chiusura elegante. Potrebbe essere anche uno spartito musicale.

Grazie al preziosissimo dialogo che Calvino intesse tra il Gran Kan e Marco Polo nelle sue Città invisibili, viaggio dentro una partita di scacchi. Incontro vari personaggi e vari oggetti che mi raccontano vite che si intersecano, si sovrappongono, scompaiono. Sotto i miei piedi il pavimento a scacchiera pulsa, respira, vive. Lisci quadri di ebano e acero parlano a chi sa ascoltare, della loro origine di alberi, di chi ha vissuto nei loro tessuti o fra i rami, di come tronchi abbiano viaggiato lungo i fiumi incontrando e vedendo il mondo intero.

In una scacchiera si srotola il mondo intero dei ricordi, delle apparenze. Esso appare e scompare come pulsazione, virtù del virtuale, tappeto verde della mia immaginazione.

Ed in questo gioco qualcosa rimane sempre in me e mi consolano le immagini del mio “finito” che si ripete e varia all’infinito. 1994

Rotterdam, bianco Portisch vince nero Larsen, mosse 30, 1977

bianco Carls nero Suchting vince, mosse 33, 1977

La mossa del cavallo

Mag 31, 2008

Mestre Venezia bianco Canal vince nero Vecsey, mosse 27, 1977

Lavoravo verso la fine degli anni settanta nello Studio di A G Fronzoni, dal quale stavo imparando quanto fossero importanti l’esercizio critico e il rigore formale nel design.

Devo probabilmente alla combinazione tra questa “scuola” e il caso la svolta personale che andavo cercando nel mio lavoro e che si rivelò la prima volta che osservai con particolare attenzione una partita di scacchi.

Ricordo che guardando con attenzione i due avversari, mi chiedevo quanto sarebbe stato interessante vedere la trama delle loro mosse se non addirittura la sintesi della loro partita.

La rappresentazione di una partita di scacchi era lì davanti a me: due giocatori, una scacchiera e i diversi pezzi, i re, le regine, i cavalli, gli alfieri, le torri, i pedoni.

Ogni giocatore ha una strategia, applica una tattica, studia aperture e finali, commette errori, inventa mosse geniali e imprevedibili. Ogni mossa è la testimonianza di un complesso lavorio mentale. Ed ero consapevole che man mano che la partita avanzava e i pezzi sparivano dalla scacchiera, nasceva un invisibile tracciato.

Era questo che volevo interpretare poiché ero convinta, ancor prima di renderlo visivo, che sarebbe apparso come una costruzione armoniosa, equilibrata, originale.

Decisivo si è rivelato il tradurre in immagine la mossa del cavallo: invece di tracciare una linea ad L come indicato nelle regole del gioco usai la diagonale che la mano esperta del giocatore traccia trasportando direttamente il pezzo da una casella all’altra. Una diagonale diversa da quella dell’alfiere, che dava dinamicità all’intero tracciato creando nuove linee di forza. Partite brevi, con poche mosse, erano le più efficaci.

Approfondendo questa ricerca sugli scacchi, (due mie partite furono pubblicate da Bruno Munari nel suo libro “La scoperta del quadrato” edito da Zanichelli, 1977) mi accorsi che nel prendere nota di tutti i movimenti dei due giocatori applicavo un metodo analitico, mentre, nel ricostruire tutti i movimenti in un’unica immagine, cercavo e trovavo la sintesi.

Nella mossa del cavallo avevo scoperto una leva del momento creativo: questo movimento a “salto” diventò per me il simbolo visivo di come si possa uscire dagli schemi e trovare per intuizione i propri personali collegamenti.

Il privilegiare partite di campionato con poche mosse e con soluzioni eleganti mi insegnò a fare scelte chiare risolvendo i problemi uno alla volta. Ottenevo così di arrivare all’essenza delle cose rimanendo il più possibile aderente al mio pensiero.

L’elaborazione di una strategia e la sua traduzione in tattica diventarono per me la scelta del percorso e della tecnica giusta per realizzare le mie opere.

A questo punto mi accorsi di aver trovato un metodo di lavoro che potevo applicare, adattandolo di volta in volta, ai diversi studi sulla natura, ai linguaggi visivi della poesia, alla trascrizione della musica e della danza.

Un metodo, non statico o definitivo,maun procedimento snello e apertoalle varianti che nuove idee, nuove situazioni possono suggerire.

Monza 1987

Buenos Airesbianco Capablanca nero Alekhine vince, mosse 43,1927

il manuale

Mag 25, 2008

GLI SCACCHI

di Giuseppe Padulli

3a edizione riveduta e aumentata da

Stefano Rosselli del Turco

Casa editrice A.Corticelli Milano

Anno 1940

Introduzione

….Una partita a scacchi è una piccola opera d’arte!

Piccola, ma che sta meravigliosamente a sé stessa, come cosa completa ed organica, tal quale come è piccolo un bambino, ma non per questo men proporzionato e, in certo modo, meno artistico ed interessante.

Osservi così il lettore quei punti della nostra trattazione che interessano quello che invece si potrebbe definire il patrimonio artistico ed ogni volta mutevole del nobile gioco, ed avendo, con profondo studio, meditato su di esso (attraverso la particolare esemplificazione) s’accorgerà, di volta in volta, che noi non gli abbiamo messo sotto gli occhi quadri e filastrocche da dover mandare a memoria, ma idee e concetti che gli rimarranno facilmente impressi, e che pur richiedendo poco spazio per essere enunciati e poca memoria per essere ritenuti, potrebbero costituire ad uno ad uno, titolo di un libro e tema da sviluppare.

Ed infatti molte varianti e molte aperture oggi di moda e relativamente corrette, non avranno forse domani, non diciamo neppure un seguace, ma nemmeno l’onore di un crisantemo sulla loro fossa; ma quelli che sono cardini sostenitori del nobile gioco, i principi informativi, la tecnica, la “posizione madre”, l’indirizzo strategico e tattico delle differenti situazioni, in una parola quel particolare raziocinio che si potrebbe definire “logica scacchistica” non conoscerà l’ultimo dei suoi giorni, perché avrà vita fin che il gioco avrà cultori, o fin che i pezzi avranno quel movimento.

Così, per esempio, nella parte che tratterà del mezzo della partita, il lettore troverà esposti in una sintesi, forse troppo stringata, ma ancora comprensibile, come la teoria della catena dei pedoni e dei punti deboli per dirne una, abbia trattazione e considerazione nuova ed organica; nuova intendiamo dire didatticamente, perché quella disciplina non l’abbiamo certo inventata noi, ma essa ci è stata resa famigliare dall’attenta e minuziosa ricerca dei vari perché che s’affacciano ad ogni posizione, e che esigono l’esauriente risposta.

Così i nostri apprendisti (che vorremmo fossero miriadi) impareranno, con buona larghezza di idee, quel complesso di nozioni che costituiscono il canevaccio del nobile gioco, e su di esso ricameranno a loro piacere secondo lo stile ed il talento di ognuno, fatti certi però di una cosa: che stile e talento possono produrre ottime opere, solo quando siano saldamente basati su quell’indeformabile piattaforma di cognizioni, che il gioco stesso ha creato, con “sua” logica ferrea, e con sovrana armonia!

Premesso ciò, iniziamo senz’altro il nostro elementare insegnamento.

L’Autore

Milano, 10 settembre 1928-VI

premessa a “storie di scacchi”

Mag 25, 2008

Rifare il percorso dagli esordi sta diventando fondamentale per me.

Con il passare del tempo ci si accorge che tutti i fervori, i rigori giovanili si sfilacciano, perdono vigore.

L’esperienza ti spinge a smussare gli spigoli del tuo pensiero per accettare e comprendere il pensiero antagonista o comunque tutto ciò che è diverso da te.

E’ senz’altro qualcosa di positivo ma così facendo si rischia di diluire troppo la propria “visione”.

Allora conviene ripercorrere i sentieri battuti, per certificare il senso del proprio cammino.

Ricomincio dalla mia prima ricerca, gli scacchi.

Qualcuno mi fece notare che il concetto “io non cerco trovo” è un’affermazione vincente rispetto al semplice cercare.

Io mi accontento, anche perché penso alla ricerca come ad un percorso avventuroso che mi appaga man mano che lo svolgo senza preoccuparmi della meta.

la scacchiera jugoslava di casa mia, foto scattata il 21/1/2003

L’osservazione di una partita di scacchi, una sera, nell’ambito famigliare.

Scatta un’intuizione e prendo in mano un vecchio manuale trovato tra i libri di Giacomo.