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il vuoto meraviglioso

giugno 28, 2008

“oggetto spaziale ” 1993

Quando iniziai la ricerca sul segno-gesto avevo paura del buio e del vuoto. Il solo pensiero di spazio e di tempo infinito mi causava un sottile atavico senso di terrore.

Poi, prendere coscienza dello spazio che circonda il mio gesto, vedere il foglio davanti a me non più come un oggetto bidimensionale ma scoprire la sua dimensione più profonda e paragonarla ad una porzione di cielo, furono passaggi essenziali alla mia formazione.

Se potevo immaginare un vuoto assoluto ed avere la percezione di assenza del tempo, nello stesso istante avevo la consapevolezza di vivere in un palcoscenico dove tutto poteva accadere.

E’ in questo teatro carico di sospensione che i miei segni nascono e si consolidano. Il vuoto che li circonda ne accentua la corposità e tutto acquista valenza, una valenza armonica, in uno spazio e in un tempo ben definibile, quello del momento in cui l’azione si compie ed appare.

Così facendo mi ritrovo perfettamente nella concezione universale del foglio-mondo del filosofo Carlo Sini secondo il quale “il foglio di carta esibisce il suo pieno traendo partito dal nulla in cui incide i suoi margini”1

Questo per me è l’attimo in cui il vuoto si fa meraviglioso.

“Uno dei tratti più notevoli del paesaggio Sung, come del sumi-e in genere, è il vuoto relativo del disegno, un vuoto che appare tuttavia come parte della pittura, e non come sfondo non dipinto. Colmando solo un angolo, l’artista rende viva l’intera area del disegno.

Ma-yüan, in particolare era maestro in questa tecnica, che risulta quasi un “dipingere non dipingendo” o quello che lo zen talvolta definisce “suonare il liuto senza corde.”

Il segreto sta nel saper equilibrare la forma con il vuoto, e soprattutto, nel sapere quando si è “detto” abbastanza. Poiché lo zen non guasta né l’emozione estetica né l’emozione del satori gravandola di spiegazioni, di secondi pensieri e di commenti intellettuali. Inoltre, la figura così intimamente connessa al suo spazio vuoto suscita il sentimento del “vuoto meraviglioso” dal quale, d’improvviso, l’evento si manifesta.”2

Più è prezioso il foglio, più cresce il rispetto di quel vuoto pieno di valenze, già bello al tatto, nella filigrana, nei diversi bianchi da quello candido al colore grezzo, naturalmente neutro.

Il mio gesto ha una breve sospensione poi ogni timore sparisce dalla mente e con determinazione inizia la mia danza.

Come per incanto vedo apparire sul foglio immacolato l’impronta fugace del mio passaggio. Astrazione somma tra mente, corpo e determinazione.

Un gesto, tracciato nel foglio, nella sua estrema semplicità, potrebbe sembrare a molti molto facile, casuale, e quindi sfuggire a un giudizio di valore. Al contrario la fragilità del suo equilibrio, l’accentuata visibilità della sua naturalezza o della sua forzatura, l’impossibilità di correggerlo, ne fanno un esempio di come si può facilmente sbagliare.

Anche oggi, ogni volta che intraprendo un nuovo lavoro, mi torna alla mente la lezione di Kandinsky sulla tela vuota:

“Tela vuota. In apparenza: veramente vuota, permeata di silenzio, indifferente. Quasi inebetita. In verità: piena di tensioni, con mille voci basse, sospese. Un po’ timorosa che la si possa violare. Ma docile. Un po’ timorosa che si voglia qualcosa da lei, chiede solo grazia. Essa può portare tutto, ma non può tutto sopportare. Essa esalta il vero, ma anche l’errore. E smaschera l’errore senza pietà. Essa amplifica la voce dell’errore fino a trasformarla in un grido acuto, insopportabile.

La tela vuota è meravigliosa, più bella di certi quadri.”1

e le parole di Sini:

“Il bianco (del foglio-mondo) significa nessun colore, nessun disturbo, e così allude efficacemente alla nullità del luogo di raffigurazione. Il foglio bianco è la trapassabilità pura, la pura assenza e la pura potenzialità.”

Tuttavia può avvenire tutto e il contrario di tutto.

Quando le caratteristiche del foglio sono particolari per l’impasto, nel chiaro e scuro delle carte fatte a mano, nella carta lavorata internamente con altri materiali eccetera, allora per me il foglio perde la valenza di foglio bianco. Il foglio stesso mi parla, vuole emergere con le sue qualità intrinseche e mi chiede di tradurre in immagine il suo messaggio.

I miei fogli parlanti vivono in un cassetto del mio studio. A volte li porto con me nei miei spostamenti e insieme cerchiamo una musica, un gesto, un sospiro di vento che metta in sintonia la mia natura con la natura stessa del prezioso foglio.

Molto spesso li ho riposti nel cassetto, per anni, senza fare nulla.

Altre volte, con intensa emozione, raggiungo l’intesa, e mi faccio interprete con una creazione rispettosa delle varie nature.


1 “Teoria e Pratica del Foglio-Mondo” Carlo Sini, Biblioteca di Cultura Moderna Laterza 1997

1Tutti gli scritti Punto e linea nel piano” editore Feltrinelli 1973

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