Posts Tagged ‘filosofia’

finestra

aprile 7, 2015

 

Marisa, la curiosa, è andata a cercare la poesia di Pessoa
citata da Sarima quando parla della sua inquietudine,
poi l’ha tradotta in immagine.

finestra blog

finestra 2014

 

Non basta aprire la finestra (Fernando Pessoa)

Non basta aprire la finestra
per vedere la campagna e il fiume.

Non basta non essere ciechi
per vedere gli alberi e i fiori.

Bisogna anche non aver nessuna filosofia.
Con la filosofia non vi sono alberi:
vi sono solo idee.

Vi è soltanto ognuno di noi,
simile ad una spelonca.

C’è solo una finestra chiusa
e tutto il mondo fuori;
e un sogno di ciò che potrebbe esser visto

se la finestra si aprisse,
che mai è quello che si vede
quando la finestra si apre.

l’inquietudine di marisa

marzo 21, 2015

marisa al parco 1

Marisa al parco. 2014

 

Mi fa piacere, cara Sarima, riconoscere che non ti sei nascosta tra le pieghe del programma di Second Life per puro divertimento o per curiosità. La tua inquietudine è salutare, specialmente se è avulsa dalla paura.
Recentemente Umberto Eco ci ricorda che Kant ha proposto di stabilire  il fondamento della conoscenza nel soggetto che conosce e non nell’oggetto conosciuto. Molte volte, tu ed io abbiamo parlato di intuizione, proprio nei momenti più creativi della nostra esistenza, rendendoci ben conto che per noi era un continuo tradurre tutto ciò che vedevamo attorno a noi, rifletterci sopra con la nostra sensibilità affinché anche noi potessimo trovare l’occasione di esprimere un’idea personale. “Le forme trascendentali della conoscenza agiscono sui dati dell’intuizione” ci chiarisce ancora Eco nel suo articolo su Repubblica del 13 marzo scorso. Sono subito andata a scovare la parola trascendentale e il suo significato: tralasciando quello più antico medievale, quello che fa scuola è sempre il pensiero kantiano : “le strutture del pensiero  esistono anteriormente all’esperienza e  condizionano e permettono la conoscenza”, il che sembrerebbe quasi contraddire quanto affermato sopra. Se poi ci chiedessimo la differenza tra una esperienza diretta di vita ed una esperienza fatta attraverso la lettura di  avventure reali o immaginarie di altri personaggi, puoi ben capire che il discorso sarebbe molto lungo e intrigante.
La conoscenza di qualsiasi cosa può essere anche inganno, qualcosa di prefabbricato dalle nostre menti sempre pronte come dici tu a crearsi delle gabbie dalle quali è complicato uscire. Tu ci inviti a parlarne perché hai compreso che ancora oggi l’umanità continua a farsi  le stesse domande ed è affascinante scoprire le affinità che ci accomunano e le diversità che ci incalzano a nuovi pensieri, a nuove soluzioni.
Vorrei comunque invitarti a soffermarti e riflettere su una parola che da oggi in poi sentiremo sempre più spesso: la paura.
Tu hai dimostrato coraggio avventurandoti in un mondo nuovo senza temere  la stanchezza, il silenzio, la solitudine ed hai viaggiato, ponendoti sì delle domande esistenziali, ma anche affrontando le varie difficoltà dei tuoi viaggi  in modo positivo.
Io qui, nel mondo reale, devo combattere contro qualcosa di veramente nuovo, che non è la guerra, con tutti suoi dolori e sciagure, ma è qualcosa di più subdolo, rarefatto anche se concreto, il male. Un male che si intrufola in tutti noi e che in alcuni esplode con violenza inaudita. E dobbiamo combatterlo a tutti i costi con la fede che ci sostiene e confidando in quella parte di umanità che  è ancora prevalente e crede nel bene e nella solidarietà. Continuiamo a viaggiare, cara Sarima, con la mente, con l’anima, con le nostre qualità di donne.

sarima e il mare
Sarima al mare-sotto ovviamente. 2011

 

Dear Sarima, I am pleased to acknowledge that you have not hidden yourself into the folds of Second Life program for fun or out of curiosity. Your anxiety is healthy, especially if it is divorced from fear.
Recently Umberto Eco reminded us that Kant proposed us to establish the foundation of knowledge in the subject who knows and not in the object known.  Many times, you and I have talked about intuition, right in the most creative moments of our existence. We are well aware that our work is a continuous translation of everything we see around us: a very detailed work done with our own sensitivity to catch the opportunity of expressing a personal opinion at the same time. “The transcendental forms of knowledge act on the data of intuition” clarifies Eco in his article on the Italian
newspaper la Repubblica March 13th  I quickly went to look into the word “transcendental” : omitting the oldest medieval one, the present meaning follows the Kantian thought: “the structures of thought exist before the experience and bind and allow the knowledge”, which would almost seem to contradict what was stated above. And if we were to ask ourselves what is the difference between a direct experience of life and an experience of reading about somebody else’s real or imaginary adventures, you could well understand that the speech would be very long and intriguing.
The knowledge of anything can be even deceptive, preconceived by our minds always ready, as you say, to create cages from which it is difficult to get out. You invite us to talk about it because you understand that human beings continue to ask almost the same questions. To find out the similarities that unite us and the diversity that suggest us new thoughts and new solutions is fascinating.
However, I want to invite you to linger and reflect on a word that from now on we will hear more and more often: fear.
You have shown courage in your venturing into a new world without fear of fatigue, silence, solitude and have travelled, not just by asking existential questions, but also to face up to the various difficulties of your trips in a positive way.
In my real world I have to fight against something actually new, that is not a war with all its sorrows and misfortunes, but something more subtle, rarefied although concrete, the evil that sneaks in all of us and that in some of us explodes with unprecedented violence . And we have to fight against it at all costs with the faith that sustains us and trust that part of humanity that thankfully is still prevailing, who believes in goodness and solidarity. Let us continue to travel, dear Sarima, with the mind, the soul, with our qualities of women.

l’ inquietudine di sarima giha

marzo 11, 2015

L’inquietudine di Sarima Giha

Ci sono diversi modi per viaggiare e vedere il mondo ed è raro che non sia la meraviglia il primo sentimento che ci sorprende. Poi arriva la riflessione, la coscienza del nostro far parte, più o meno consapevolmente, della creazione. Se abbiamo in mente le parole di Bernardo Soares, uno dei molti eteronimi di Fernando Pessoa, “Ciò che vediamo non è ciò che vediamo ma ciò che siamo”, sembrerebbe che non solo la consapevolezza dell’esistenza stessa delle cose è in forse, ma tutto ciò che vediamo non ci dà la garanzia della sua esistenza. Vedo ciò che voglio vedere, sento ciò che voglio sentire, esiste solo ciò di cui ho la percezione. Tutto passa attraverso la nostra mente e la nostra personale sensibilità.I viaggi sono i viaggiatori” e non ha importanza se si parla del mondo reale in cui viviamo o del mondo fantastico che ci costruiamo in virtù di una tecnica che ci permette di realizzare il sogno. Non mi consola, anzi mi atterrisce l’idea che “c’è solo una finestra chiusa e tutto il mondo fuori; e un sogno di ciò che potrebbe essere visto se la finestra si aprisse” come dice Pessoa. Eppure qualcosa di vero c’è:l’inquietudine che tutti, prima o poi, sentiamo vagabondando alla ricerca della verità. Io e la mia solitudine, io e l’incomunicabilità, io e le forme mentali prefabbricate che mi porto sulle spalle come guscio di lumaca. Forse basterebbe ascoltare le parole di S. Agostino:”E gli uomini se ne vanno a contemplare le vette delle montagne, e i flutti vasti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri, e passano accanto a se stessi senza meravigliarsi”, per uscire dall’inquietudine, parlandoci.
Sarima Giha a.k.a. Maria Luisa Grimani

 

 

 

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Sarima Giha’s disquiet

There are several ways to travel and see the world and it is rare that it is not the wonder the first feeling that surprises us.
Then the reflection comes, the awareness of being part, more or less consciously, of the creation.
If we have in mind the words of Bernardo Soares, one of the many heteronyms of Fernando Pessoa, “What we see is not what we see but what we are”, it would seem to us that not only the awareness of the existence of things is doubtful, but all that we see does not give us the guarantee of its existence.
I see what I see, feel what I feel, there is just what I perceived. Everything goes through our mind and our own sensibility.
” Travels are travelers” and it does not matter whether we talk about the real world in which we live or the fantasy world that we build on the basis of a technique that allows us to realize the dream.
The idea that “there is only one window closed and all the world outside; and a dream of what could be seen if the window is opened”, as Pessoa says, does not console me, in fact it terrifies me.
Yet there is something true in it: the disquiet that everyone feels, sooner or later, when wandering in search of the truth.
Me and my solitude, I and the lack of communication, me and my mental cages that I carry on my shoulders like snail shell.
Perhaps the words of St. Augustine would be effective to quit disquiet by talking among ourselves: “And men wander to contemplate the mountain peaks, and the vast waves of the sea, the large currents of the rivers, the immensity of the ocean,the course of the stars, and pass beside themselves without wondering”.

wandering mlg

wandering mlg

   

tintacce tintine

dicembre 3, 2008

“La filosofia muore più volte” e “c’era una volta un bel colore rosso…” due libri d’artista ispirati al film “Uccellacci Uccellini” di Pier Paolo Pasolini

La filosofia muore più volte

Tre pagine che si sovrappongono e si snodano a somiglianza di ali nere e bianche.

Tutto si muove eppure tutto sembra immobile.

Il pensiero umano più alto, la filosofia, non è bistrattata solo dai sempliciotti, ma spesso viene tradita, strumentalizzata, uccisa anche da chi dovrebbe difenderla.

Ed il finale del film con le piume dell’uccello con i pochi resti del corpo lasciano inorriditi e sgomenti, ma sappiamo che possono preannunciare anche una rinascita: finché l’uomo vivrà anche il suo pensiero libero vivrà.

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la filosofia muore più volte… 2008


C’era una volta un bel colore rosso…

In queste due pagine traspare il pessimismo di Pier Paolo Pasolini. Le parole del corvo filosofo: “il cammino incomincia e il viaggio è già finito” ci rammentano la caducità della vita. E ricordo un altro poeta, Ungaretti, che scrisse: “Si sta come d’autunno – sugli alberi – le foglie”. E l’uomo pur sapendo che la sua vita avrà una fine, come si comporta?

Nella sceneggiatura creata per il corvo esiste anche un richiamo ai colori e mi sembrava appropriato, dato il titolo della mostra, “Tintacce – Tintine”, introdurre questo tema. In realtà Pasolini non nomina alcun colore ma esclusivamente il rosso.

“La vita ha i suoi colori! Il colore dell’aridità, il colore dell’abiezione, il colore della paura, il colore dell’ironia, il colore della mancanza di ogni colore! E c’era una volta un bel colore rosso…”

Un elenco di tintacce, dei difetti più abbietti dell’uomo. chiuso in se stesso. che si preoccupa, a scapito degli altri, della sua sopravvivenza e non s’accorge che così facendo accelera il processo della sua morte, tanto da non avere più alcun colore lungo il suo percorso terreno.

Gli uomini tendono inevitabilmente al male e devono lottare tutta la vita per conquistarsi il bene nei valori della pace, della giustizia e della libertà e un filo di speranza Pasolini lo vede nel colore rosso.

Di solito quando si parla di speranza l’abbinamento è con il verde. Perciò ne traggo la conclusione che ogni colore ha in sé l’aspetto positivo e l’aspetto negativo, il rosso simbolo dell’allegria, della gioia può diventare simbolo di guerra, del sangue sparso sul terreno, della violenza,

I valori stanno dentro ognuno di noi, coltivarli e farli crescere è un dovere, non dobbiamo aspettarci che altri decidano per noi cosa è bene e cosa è male, scegliamo pure il nostro colore positivo e sono sicura che si armonizzerà anche con altri colori positivi nel simbolo dell’arcobaleno.

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c’era una volta un bel colore rosso… 2008

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c’era una volta un bel colore rosso… 2008


il vuoto meraviglioso

giugno 28, 2008

“oggetto spaziale ” 1993

Quando iniziai la ricerca sul segno-gesto avevo paura del buio e del vuoto. Il solo pensiero di spazio e di tempo infinito mi causava un sottile atavico senso di terrore.

Poi, prendere coscienza dello spazio che circonda il mio gesto, vedere il foglio davanti a me non più come un oggetto bidimensionale ma scoprire la sua dimensione più profonda e paragonarla ad una porzione di cielo, furono passaggi essenziali alla mia formazione.

Se potevo immaginare un vuoto assoluto ed avere la percezione di assenza del tempo, nello stesso istante avevo la consapevolezza di vivere in un palcoscenico dove tutto poteva accadere.

E’ in questo teatro carico di sospensione che i miei segni nascono e si consolidano. Il vuoto che li circonda ne accentua la corposità e tutto acquista valenza, una valenza armonica, in uno spazio e in un tempo ben definibile, quello del momento in cui l’azione si compie ed appare.

Così facendo mi ritrovo perfettamente nella concezione universale del foglio-mondo del filosofo Carlo Sini secondo il quale “il foglio di carta esibisce il suo pieno traendo partito dal nulla in cui incide i suoi margini”1

Questo per me è l’attimo in cui il vuoto si fa meraviglioso.

“Uno dei tratti più notevoli del paesaggio Sung, come del sumi-e in genere, è il vuoto relativo del disegno, un vuoto che appare tuttavia come parte della pittura, e non come sfondo non dipinto. Colmando solo un angolo, l’artista rende viva l’intera area del disegno.

Ma-yüan, in particolare era maestro in questa tecnica, che risulta quasi un “dipingere non dipingendo” o quello che lo zen talvolta definisce “suonare il liuto senza corde.”

Il segreto sta nel saper equilibrare la forma con il vuoto, e soprattutto, nel sapere quando si è “detto” abbastanza. Poiché lo zen non guasta né l’emozione estetica né l’emozione del satori gravandola di spiegazioni, di secondi pensieri e di commenti intellettuali. Inoltre, la figura così intimamente connessa al suo spazio vuoto suscita il sentimento del “vuoto meraviglioso” dal quale, d’improvviso, l’evento si manifesta.”2

Più è prezioso il foglio, più cresce il rispetto di quel vuoto pieno di valenze, già bello al tatto, nella filigrana, nei diversi bianchi da quello candido al colore grezzo, naturalmente neutro.

Il mio gesto ha una breve sospensione poi ogni timore sparisce dalla mente e con determinazione inizia la mia danza.

Come per incanto vedo apparire sul foglio immacolato l’impronta fugace del mio passaggio. Astrazione somma tra mente, corpo e determinazione.

Un gesto, tracciato nel foglio, nella sua estrema semplicità, potrebbe sembrare a molti molto facile, casuale, e quindi sfuggire a un giudizio di valore. Al contrario la fragilità del suo equilibrio, l’accentuata visibilità della sua naturalezza o della sua forzatura, l’impossibilità di correggerlo, ne fanno un esempio di come si può facilmente sbagliare.

Anche oggi, ogni volta che intraprendo un nuovo lavoro, mi torna alla mente la lezione di Kandinsky sulla tela vuota:

“Tela vuota. In apparenza: veramente vuota, permeata di silenzio, indifferente. Quasi inebetita. In verità: piena di tensioni, con mille voci basse, sospese. Un po’ timorosa che la si possa violare. Ma docile. Un po’ timorosa che si voglia qualcosa da lei, chiede solo grazia. Essa può portare tutto, ma non può tutto sopportare. Essa esalta il vero, ma anche l’errore. E smaschera l’errore senza pietà. Essa amplifica la voce dell’errore fino a trasformarla in un grido acuto, insopportabile.

La tela vuota è meravigliosa, più bella di certi quadri.”1

e le parole di Sini:

“Il bianco (del foglio-mondo) significa nessun colore, nessun disturbo, e così allude efficacemente alla nullità del luogo di raffigurazione. Il foglio bianco è la trapassabilità pura, la pura assenza e la pura potenzialità.”

Tuttavia può avvenire tutto e il contrario di tutto.

Quando le caratteristiche del foglio sono particolari per l’impasto, nel chiaro e scuro delle carte fatte a mano, nella carta lavorata internamente con altri materiali eccetera, allora per me il foglio perde la valenza di foglio bianco. Il foglio stesso mi parla, vuole emergere con le sue qualità intrinseche e mi chiede di tradurre in immagine il suo messaggio.

I miei fogli parlanti vivono in un cassetto del mio studio. A volte li porto con me nei miei spostamenti e insieme cerchiamo una musica, un gesto, un sospiro di vento che metta in sintonia la mia natura con la natura stessa del prezioso foglio.

Molto spesso li ho riposti nel cassetto, per anni, senza fare nulla.

Altre volte, con intensa emozione, raggiungo l’intesa, e mi faccio interprete con una creazione rispettosa delle varie nature.


1 “Teoria e Pratica del Foglio-Mondo” Carlo Sini, Biblioteca di Cultura Moderna Laterza 1997

1Tutti gli scritti Punto e linea nel piano” editore Feltrinelli 1973