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un racconto/a tale – la didattica

novembre 4, 2015

In parallelo con la ricerca artistica, avendo sempre amato trasmettere ai giovani tutto ciò che apprendevo, nel 1978 aprii alla didattica il mio Laboratorio artistico di Monza con la collaborazione di Beba Restelli incontrata al Castello Sforzesco di Milano nel gruppo di Giocare con l’arte condotto da Bruno Munari. Adottammo come base le tecniche ispirate al metodo di Munari per proseguire poi con le ricerche abbinate al suono e alla parola che io andavo sperimentando nei miei lavori. Avevo anche scoperto che Tutti gli scritti – Punto e linea nel piano Articoli teorici I corsi inediti al Bauhaus di Kandinsky potevano aiutarci a sviluppare e coltivare nei bambini il disegno astratto, che loro già intuiscono spontaneamente. Mentre, con le lezioni di Klee, estrapolate dalla Teoria della forma e della Figurazione – Storia naturale infinita, potevamo indirizzare i nostri piccoli allievi ad una nuova e più creativa figurazione dei loro racconti.
Nel novembre del 1979 mi invitarono a Roma per una mostra alla Galleria Bagutta, organizzata da Donnarte di cui facevo parte, dal titolo “per filo, per segno, …per suono”.
Non mi parve vero di poter far vedere la ricerca fatta con i bambini del laboratorio. Facendomi aiutare da Beba Restelli presentammo i cartelloni con i disegni dei bambini appendendoli uno alla volta alle pareti seguendo la sequenza della registrazione dei suoni che avevamo adottato per gli esercizi. Fu una istruttiva performance seguita da un vivace dibattito.

21 disegni bambini 1984

pagine di suoni musicali degli allievi del laboratorio Grimani Restelli Monza
estratto da Casaviva ottobre 1984 A scuola di fantasia di Laura Bosio

Nella scheda di presentazione dicevo fra l’altro: “E’ a questa sequenza, musica, gesto, segno che noi abbiamo affidato l’insegnamento del punto e della linea e le loro variazioni, senza fare una traduzione tecnico-visiva del suono, ma ispirandoci emozionalmente e istintivamente per arrivare ad una maggiore conoscenza e padronanza del segno e delle sue possibilità di comunicazione… Gli incontri di punti e linee nello spazio sono diventati i loro racconti inconsci delle loro angosce, paure, dolcezze e amori.

22 incontri di lineepagine di suoni musicali degli allievi del laboratorio Grimani Restelli Monza 

A riprova che l’insegnamento è uno scambio reciproco tra maestro e allievo queste lezioni sul suono furono per me una palestra dove dare inizio al mio gesto, comprenderne le potenzialità pur nella complessità degli stimoli.

In parallel with my artistic research, having always loved transmitting to young people everything I learned, in 1978 I opened my workshop in Monza to teaching with the help of Beba Restelli who I had met at Castello Sforzesco in Milan in the group ‘Giocare con l’arte’ conducted by Bruno Munari. We adopted as a base the techniques inspired by the method of Munari and then continued with the combined research on sound and word which I had been experimenting in my work. I had also discovered that ‘Tutti Scritti and Punto e linea nel piano Articoli teorici I Corsi inediti al Bauhaus’ of Kandinsky could help us to develop and cultivate abstract design in children, which they instinctively recognized. While with the lessons of Klee taken from ‘Teoria della forma e della Figurazione – Storia Naturale infinita’ we could direct our young pupils to a new and more creative representation of their stories.
In November 1979 I was invited to Rome to an exhibition in Galleria Bagutta by Donnarte of which I was a member. The title was ‘per filo, per segno …per suono’. I could hardly believe that I could see the research carried out with the children in the workshop. With the help of Beba Restelli we presented the posters with the children’s drawings, hanging them up one at a time on the wall following the sequence of the registration of the sounds we had used for the exercises. It was an instructive performance followed by a lively debate.
In the presentation sheet I said among other things ‘It is on this sequence music, gesture, sign that we have based our teaching of dot and line and their variations, without making a technical-visual translation of the sound but by being inspired emotionally and instinctively in order to reach a better understanding and command of the sign and its possibilities of communication. The meeting of dots and lines in space become their stories without their anxieties, fears, pleasures, and loves.’ As evidence that teaching is a reciprocal exchange between teacher and student, these lessons were for me a practice ground where I might begin my work on gestuality and understand its potential even in the complexity of the stimuli.

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La partita di Duchamp

giugno 16, 2008

Un libro prezioso per chi vede nel gioco degli scacchi una vena di creatività a getto continuo.

“La perfezione dell’edificio mentale che il giocatore neoromantico cerca di raggiungere è minacciata ad ogni momento da ciò che l’avversario fa. Sta a quest’ultimo concedere o negare, in ultima istanza, il sommo piacere, non della vittoria, ma dell’opera d’arte” Ferruccio Pezzato

La partita di Duchamp
edizione Messaggerie Scacchistiche 1994
stralci dal saggio di Ferruccio Pezzato

O bouche l’homme est à la recherche d’un nouveau langage/Auquel le grammairien d’aucune langue n’aura rien à dire. (O bocca l’uomo è alla ricerca d’ un nuovo linguaggio/Al quale il grammatico di nessuna lingua avrà nulla da dire), scriveva Apollinaire esprimendo concisamente quell’anelito di rinnovamento che infiammò un’intera generazione d’artisti d’avanguardia d’inizio Novecento. La Tour Eiffel ed i primi grattacieli di Manhattan si stagliavano già da tempo nel cielo reclamando per il nuovo mondo in rapida avanzata un nuovo linguaggio, una nuova estetica. Ma questi tardavano a venire, trovando ad ingombrare il campo una tradizione che si rispecchiava in logori canoni di una classicità edulcorata e di maniera. Ad essa si opposero movimenti d’avanguardia che misero in discussione i dogmi imperanti. Al “naturalismo” nell’arte si contrapposero il cubismo e l’astrattismo. Nella musica, Schonberg con la dodecafonia e Bartok con le sue ricerche fondate sulla dissonanza proposero un’alternativa all’armonia tradizionale.

Nessun campo della cultura e delle scienze era destinato a passare indenne attraverso quel periodo. Anche per gli scacchi era in arrivo una rivoluzione, rappresentata dall’ ipermodernismo, destinata a mutare profondamente le concezioni teoriche ed il costume di quel piccolo mondo.

Marcel Duchamp, figura chiave nella storia dell’arte del Novecento, fu tra i protagonisti di quella stagione delle avanguardie.. E, in modo singolarmente intrecciato, recitò un ruolo di rilievo anche nelle vicende legate all’ipermodernismo scacchistico.. E’ noto infatti che egli, dopo essere approdato ad una sorta di nichilismo artistico che lo portò a negare ogni qualità estetica oggettiva all’opera d’arte, nel 1923 abbandonò completamente la pittura, nei confronti della quale non mancò in seguito di esprimere pubblicamente anche disprezzo. Da quel momento e per i successivi dieci anni non fu il linguaggio dell’arte ad essergli familiare, ma quello degli scacchi, una passione risalente all’infanzia. Questo richiama in qualche modo alla mente la metafora di “Novella degli scacchi” di Stefan Zweig, in cui il misterioso sfidante del campione, il dottor B., diventa giocatore per incomunicabilità. Ed ancora ci ricorda un altro famoso romanzo di argomento scacchistico, “La difesa” di Nabokov, il cui protagonista Loujine smette di parlare allorché scopre gli scacchi, che così divengono una sorta di strumento di comunicazione con il mondo, il suo linguaggio.

Arthur Kostler trova parole convincenti per mettere in risalto come gli scacchi contengano tali potenzialità espressive , in quanto fondono creatività e poesia, intesa in senso astratto, con la logica, “in un balletto di figure simboliche su un mosaico di 64 caselle”.

Naturalmente, di fronte ad una personalità complessa e poliedrica come Duchamp, le suggestioni letterarie vanno subito neutralizzate. Per comprendere il personaggio bisogna ripercorrerne i passi, prestarsi a seguirne la vicenda artistica senza sorprendersi dei suoi numerosi cambiamenti di costume.

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Walter Arensberg, il quale una volta disse che tutta l’evoluzione artistica di Duchamp gli ricordava da vicino una partita a scacchi, ogni opera corrispondente ad una mossa. E Duchamp, con lo humour che sempre lo contraddistinse, a questi rispose: “Il tuo paragone tra l’ordine cronologico delle mie opere ed una partita di scacchi è giustissimo…..Ma quale ne sarà l’esito finale? Riuscirò a dare scacco matto o dovrò subirlo?” Mettendosi già allora nei panni di un futuro biografo, il protagonista gli regala quel tanto di suspense necessaria per tenere desta l’attenzione del lettore. Ed al lettore da un suggerimento prezioso: pensa alla mia arte, ed alla mia vita stessa, come ad un gioco. Un suggerimento che richiede, o almeno auspica, nel lettore una reazione particolare: chi si vuole avvicinare alla sua opera dovrebbe trasformarsi in “spettatore”, termine che Duchamp intendeva in un’accezione totalmente innovativa per i suoi tempi. Dallo spettatore egli si attendeva un certo atteggiamento della mente, una sorta di intelligenza duttile e coraggiosa, che riuscisse ad afferrare situazioni complesse, non si arroccasse su posizioni precostituite, cercando di cogliere il senso del nonsenso e viceversa. Spettatore come sinonimo di artista, quindi, e, cosa più importante, di pensatore.

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San Sebastiano bianco Maroczy nero Marshall patta, mosse 24, 1977

le fonti

maggio 27, 2008

La mia ricerca sugli scacchi è vicina ad un certo filone strutturalista sia per il metodo applicato sia per l’insieme degli elementi fondamentali che formano l’immagine. Perché non applicare questa stessa logica alla parola?

Questa domanda me la sono posta negli anni in cui una nuova scienza veniva affinata ed approfondita e diventava materia di studio nelle facoltà di lettere e filosofia: la semiotica.

Ebbi l’occasione di ascoltare una conferenza della prof. Maria Vailati a proposito dell’interpretazione semiotica del testo poetico e le parlai in una lettera della mia ricerca sugli scacchi e del mio desiderio di lavorare sulla parola. Da quel momento la seguii per un paio d’anni, nelle sue lezioni, ed incominciai ad elaborare alcune tabelle per la sua didattica.

Testimonianze

di >per

un’esperienza

semiotica poetica didattica

di Maria Vailati

Casa editrice Pietro Cairoli

Volume n. 1 anno 1976, volume n.2 anno 1978

Acquisito un metodo durante il lavoro sugli scacchi, come applicarlo alla parola?

Mi rendo conto che già nell’analisi e nella sintesi sono valide le parole di Maria Vailati, Il computer umano subisce modificazioni anche nel metodo. I dati raccolti lo condizionano nella modalità stessa della raccolta.

Ogni ricerca porta in sé regole e dinamiche che vanno scoperte e puntualizzate. La creatività nasce ancor prima di rielaborare ciò che si è scelto, proprio nell’atto stesso di cogliere od eliminare ciò che più ci aggrada.

Penso che Maria Vailati abbia definitivamente indirizzato la mia passione di dipingere verso la poesia.

“La semiotica può essere una tecnica/aiuto… Con il nome di semiotica si intende oggi la scienza dei segni, ossia la disciplina che si impegna ad approfondire i dati dell’espresso in quanto espresso. Al di là delle intenzioni. Uno scaltrirsi nel cogliere il messaggio dell’altro, ma una volontà di coglierlo, un impegno perché non troppo si disperda, perché l’entropia non sia dominante.”

Io ho giocato con la tecnicalità della semiotica.

Per analizzare un testo potevo scomporlo in grafemi, in fonemi, cercavo in ogni vocabolo la sua denotazione e connotazione, mi immergevo attraverso i dati sensoriali (visivi, olfattivi, uditivi, gustativi, tattili) nelle scelte del poeta, scoprivo le metafore, analizzavo l’asse paradigmatico ossia il ventaglio lessicale, o l’asse sintagmatico che è il processo combinatorio del testo.

Un divertimento da “prendere con le pinze”, in tutti i sensi, visto che ho usato lettere trasferibili e lettere a rilievo nelle mie immagini.

Nel frattempo leggevo incuriosita i calligrammi di Apollinaire, poesie nelle quali le parole seguono un percorso che disegna l’oggetto descritto nel testo. Avevo compreso che era una via importante ma nello stesso tempo temevo e rifuggivo il modello.

Volevo trovare immagini che fossero la sintesi di un verso o di un’idea del poeta e non la sua rappresentazione pittorica.