Posts Tagged ‘danza’

un racconto/a tale – il gestuale (3)

novembre 10, 2015

Ma mentre l’immagine di questo lontano mondo orientale prendeva corpo nei miei pensieri e si andava affinando in gesti lenti, rarefatti, onirici, l’esplosione della nuova danza moderna americana ed europea non poteva lasciarmi indifferente. Ai gesti antichi potevo contrapporre lo studio dei gesti quotidiani esasperati dalla danza innovativa di Pina Bausch o dall’eleganza della gestualità legata alla natura di Carolyn Carlson di cui vidi al teatro Nazionale la prima rappresentazione de  undici onde. Ebbi poi l’occasione di conoscerla e di scambiare con lei alcune opinioni. Al Teatro Lirico di Milano, seguii tutte le prove dello spettacolo dal titolo The blue lady.
Ricordo ancora con piacere l’emozione provata nel disegnare, chiusa in un palco con i miei strumenti di pittura, segni ispirati alla sua danza: in particolare alla musica di Tree song e di Walk the reeds di René Aubry.

MINOLTA DIGITAL CAMERA

Blue lady 1 di 2  1990

Testimonianza di questi brevi incontri è uno scambio di lettere che ci scrivemmo, pubblicate poi sul catalogo della mia mostra a Lisbona, presso l’Istituto Italiano di Cultura nel 1990, dal titolo Il vuoto meraviglioso, con la presentazione di  Paolo Biscottini.
Scelsi questo titolo ispirandomi alla lettura del libro di Alan W. Watts La via dello Zen in particolare a questa fase: “La forma così intimamente connessa al suo spazio vuoto suscita il sentimento del vuoto meraviglioso dal quale improvvisamente l’evento si manifesta”.
Ho avuto da sempre la sensazione che qualsiasi pagina, foglio, tela bianca non fosse uno spazio delimitato ma fosse parte di un qualcosa di infinito e profondo.
Quando ascolto una musica, quando seguo una danza, quando osservo lo scorrere delle acque o sento il vento tra gli alberi, mi prende il desiderio di cogliere l’attimo in cui i gesti, i movimenti, i ritmi sembrano fondersi con la mia natura.
Nascono così segni che danzano, che si rincorrono, si incrociano nello spazio vuoto e profondo. Accidenti controllati che si collocano in modo dialettico con le altre mie ricerche su poesia, colore, luce e forma.
Il mio lavoro non è la rappresentazione dei movimenti della danzatrice o della coreografia, ma il percorrere un’ipotetica linea lungo il fianco di chi danza e l’interiorizzare un movimento che sento anche mio.
Una tappa importante fu Il giardino dei segni, 1994, una mostra realizzata su invito del Festival della danza Oriente Occidente di Rovereto, a palazzo Alberti, dove riuscii ad esporre tutta la gamma dei miei segni ispirati alla musica, alla danza, alla natura, con un piccolo angolo dedicato al vivaio che racchiudeva pagine di sperimentazione.

particolare Danza del giunco 1990

But while the image of this far oriental world gains space in my thoughts and was refining itself in slow rare dreamlike movements, the explosion of a new American and European dance could not leave me indifferent. To the antique gestures I could counterbalance the study of the everyday gestures of the innovative dance of Pina Bausch and the elegance of the gestuality connected to the nature of Carolyn Carlson whose first representation of Undici onde saw at the Teatro Nazionale. At the Teatro Lirico of Milan I followed all the rehearsals of the show with the title ‘Blue Lady’. I still remember the emotion I felt, shut in the box with my painting equipment drawing the signs inspired by her dance. Above all the music of the Tree Song and Walk the Reeds by René Aubry.
A witness of these brief encounters is an exchange of letters that we wrote to each other published in the catalogue of my exhibition in Lisbon, at the Italian Institute of Culture in 1990, with the title Il Vuoto Meraviglioso with the presentation of Paolo Biscottini. I chose the title inspired as I was by the book of Alan W Watts La Via del Zen in particular by the phrase “The form so closely connected to its empty space arouses the sentiment of a wonderful emptiness from which the happening suddenly manifests itself”’.
I have always had the sensation that any page, sheet or white canvas was not a limited space but was part of something infinite and profound. When I listen to music , when I watch a dance, when I observe water flowing or hear the wind in the trees, I long to catch the moment when the gestures, the movements, the rhythms seem to become one with my nature. Signs which dance, which chase each other , which intersect in the deep empty space are born in this way. Controlled chances which fall into place dialectally with my other research into poetry, colour , light and form.
My work is not a representation of the movements of the dancers or the choreography but the following of a hypothetical line alongside the dancer which internalises a movement I also feel mine. An important step was ‘Il Giardino dei Segni’ an exhibition organised at the invitation of the East West Dance Festival in Rovereto in Palazzo Alberti where I managed to exhibit the whole range of my signs inspired by music, dance, nature and had a small corner for use as a workshop where I satisfied my whims experimenting.

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bianco e nero e non solo

aprile 19, 2013

Nel fissare per iscritto alcune mie memorie, mi accorgo che  esse mi riportano a pensieri e cose che rinsaldano quello che allora sentivo e  ancora oggi riscopro.

Nella mia ricerca sul segno legato al suono e alla danza, mi torna in mente il fugace video di Isadora Duncan, la cui scioltezza e improvvisazione è tutta concentrata in pochi potenti fotogrammi.

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una rosa per Isadora Duncan- 1989

acrilico su carta

E mi assale di nuovo lo sconcerto e il  fascino provato nell’ammirare per la prima volta la perfetta  sincronia nel teatro-danza di Pina Baush, tra una esasperata gestualità  e il ritmo musicale che l’ accompagna.  Movimenti che rispecchiano in modo parossistico la ripetitività dei gesti quotidiani,  fatti di irrequietezza e di  solitudine.

la compagnia di Pina Baush

E ritrovo ancora  la poesia segnica delle coreografie di Carolyn Carlson, che ho avuto il piacere di conoscere personalmente, di seguire le prove del suo balletto “Blue Lady”  e di aver potuto parlare con lei, ad una cena con il suo gruppo di ballerini dopo lo spettacolo al Lirico di Milano, delle nostre reciproche passioni.

 

  carolyn blue lady

tutto in un attimo,  ecco una sintesi di Blue Lady

acrilico su carta – 1990

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circolarità e immobilismo nei movimenti di  “Se fossi un albero”

acrilico su carta 1990

dialoghi visionari – presentazione

maggio 5, 2010

Questo il comunicato stampa della mostra:

Una ricerca sulla danza, una lettera ad un’amica, la visione di un soffitto che si apre al cielo verso il sole, sono gli ingredienti di un lavoro dove i linguaggi sono usati con disinvoltura per arrivare ad una grande libertà formale.
Un dialogo perché?  Sicuramente per ricominciare, con gli strumenti di sempre (colori, segni, carte, tele) senza modestia ma con grande umiltà il Grande Gioco dell’Arte. Gioco che qui é scambio di esperienze per oltrepassare le mode, per riscoprire la voglia di creare.

Due artiste che hanno in comune l’amore per la danza, per la musica, per la poesia hanno  iniziato rimescolando forme, disegnando tracciati, scambiandosi frammenti di idee per arrivare ad una composizione dove sono rappresentate visivamente “due voci”.

Un teatro dell’immaginazione dove i suoni si “ascoltano” con gli occhi, le parole e i soffitti “danzano”, le danzatrici scompaiono e non sono più le vere protagoniste. Nulla resta al proprio posto. E la danza? La danza é l’ andirivieni mentale, la fantasia, la libertà di appropriarsi  delle cose, dei suoni, dei gesti, delle forme e ricomporli in un concerto infinito.
“Dialoghi visionari” quindi che attraversano il nostro sguardo e si annidano nella memoria.

danzano i soffitti delle stanze di Laura – maria luisa grimani

danzano i soffitti delle stanze di Laura – maria luisa grimani

particolare della “danzatrice” – laura pitscheider

particolare “ver sacrum – danza” – laura pitschieder

danza delle vele – maria luisa grimani

ver sacrum – laura pitscheider

“il sacrificio” – laura pitscheider

“la felicità comincia dal soffitto” – maria luisa grimani

“la felicità comincia dal soffitto” – maria luisa grimani

“Nello spazio scenico le vele del soffitto si muovono creando una ipotetica coreografia , mentre la danzatrice appare e scompare in una danza di segni che si rincorrono graffianti e potenti verso una danza sacrale. Magia e  fascino del segno pittorico di Laura Pitscheider, eleganza della geometria in movimento di Maria Luisa Grimani”

L’allestimento della mostra è stato realizzato da Tommaso Correale Santacroce. ed un suo video testimonia l’impegno di tutti noi per questa avventura artistica: con un clic sul riquadro qui sotto, il video!

Questa mostra é stata allestita anche nel Chiostro di S. Agostino a Pietrasanta nel 1998 con la presentazione  di Francesca Mellone:

“…….Nella lettera all’amica, Maria Luisa fa d’altro canto un esplicito riferimento al labirinto e, attratta dalla molteplici possibilità che esso apre, lo eleva a simbolo della stessa ricerca esistenziale e artistica. Sulla spinta di un sogno ad occhi aperti, Laura svolge dal canto suo un’indagine sul corpo femminile proprio tramite l’incremento del gioco ossessivo della danza…..”

la lettera di marisa

aprile 27, 2010

Errand into the Maze

Arco, 1 luglio 1996

Cara Laura,

ci siamo recate a Palazzo Todeschi tu avendo nelle orecchie la Sagra della Primavera di Stravinsky e inseguendo una fantomatica “danzatrice”, io la musica di Menotti “Errand into the maze“, persa nel Labirinto del Minotauro, alla ricerca di un legame con Helios.
Ci siamo dirette, tu istintivamente a destra, nelle stanze affrescate, io a sinistra, quasi dentro le volte bianco-candide; ambedue affascinate dalle belle forme settecentesche del palazzo.
Il mio sguardo non riusciva a staccarsi dai soffitti delle “mie”  stanze ma gi… invidiavo gli stucchi, gli affreschi verde-azzurro e giallo-oro delle “tue” stanze. Presi allora la decisione che mi sarei impadronita delle stanze bianche ma avrei lavorato con i tuoi soffitti. Non mi rimproverare il comportamento da “asso piglia tutto”, ti conosco generosa.
Passato il momento euforico, ho tentato di capire le radici di questa mia passione per i soffitti. Passione che riscopro ogni volta che entro in una stanza antica.
Stento a crederci, ma dopo pochi giorni dalla visita a Rovereto, leggo su Repubblica parte della relazione dello psicanalista junghiano americano James Hillman che ha come titolo “Città, anima, natura” e scopro che “La felicità comincia dal soffitto”.
“Mentre i nostri piedi sono ben piantati al terreno, la sommità della nostra testa penetra nel cielo… Non vi é separazione naturale verso l’alto tra l’umano e il divino “.Anche il soffitto era vissuto come una copertura che ci metteva comunque in relazione con lo spazio sopra di noi.
“Oggi negli ambienti in cui viviamo, uffici, alberghi, officine, aeroporti, condomini  ciò che sta lassù nei soffitti é deprimente, misero…Ciò che sta lassù ha a che fare con il fuoco, il fumo, l’aria insalubre, il rumore, il furto, gli incidenti e la manutenzione” Gli occhi degli uomini sono sempre abbassati, rivolti al terreno. “Che cosa affermano questi soffitti? Che cosa dicono del nostro interno psichico? Se alzare gli occhi é quel gesto di aspirazione e di orientamento verso l’ordine superiore del cosmo, una fantasia che si apre verso le stelle, i nostri soffitti riflettono una visione prettamente secolare-miope, utilitaristica, inestetica.” Ma nel passato non era così: ciò che stava sopra il capo, dal baldacchino, alla cupola  degli antichi Re e Faraoni ai soffitti con travi intarsiate, stucchi, gessi, affreschi, alle volute, agli archi di imponenti cattedrali “L’occhio attraversava un modello affascinante di rapporti ritmici e inerenti, dove la funzione e la bellezza erano inseparabili… Il soffitto metteva in relazione l’uomo con il cielo e gli Dei”.
Ma non é finita, quasi contemporaneamente leggo questa frase ne “Il Padiglione d’oro” di Yuko Mishima:
“Quando guardavo in sù verso il Padiglione d’oro, mi pareva che esso mi penetrasse freneticamente non solo per gli occhi ma anche attraverso la cute della testa: allo stesso modo che il sole, toccandola con i suoi raggi, la riscaldava, e la brezza della sera la rinfrescava d’improvviso”.
Poi la tua lettera con la dedica di un pensiero di Rainer Maria Rilke azzeccatissima e rivelatrice della tua forte sensibilità. Si domanda il poeta, danzare é riempire un vuoto, é tacere l’essenza di un grido, é la vita dei nostri astri presa al rallentatore?
Tutto, proprio tutto, converge nel mio sogno di realizzare una trilogia dello spazio, terra-luna-sole.
Afferro il filo di Arianna e guardo verso l’alto. Mi ritrovo agli albori del mondo, alla nascita del suono, al big bang della danza, ai colori caldi della vita, ai soffitti delle stanze di Laura che danzano.
Brindiamo ai nostri “dialoghi visionari”.
Marisa

Palazzo Todeschi: i soffitti delle stanze di Laura

C’è stato un contrordine. Non saremo più a palazzo Todeschi ma al MART di via Rosmini. La sede è molto prestigiosa ma sopratutto ..impegnativa! In questa mia lettera a Laura ancora non so nulla del nuovo spazio che ospiterà la nostra  mostra, ma non cambierò il tema, rimarrò fedele alla lettera. Lavorerò scenograficamente con i soffitti.

la lettera di laura

aprile 21, 2010

Proseguono i nostri dialoghi. Saremo a Rovereto per il festival della danza Oriente Occidente  settembre 1996! Hanno accettato. Il curatore della mostra sarà Mario Cossali. Decidiamo in questo modo: lavoreremo con tonalità calde, Laura sulla figura della danzatrice, io sullo spazio scenico e sulla coreografia. Come d’accordo ci scriviamo una lettera.

Laura Pitscheider “concerto muto” 1994

Cara Marisa,

sono sicura che non é stato il caso ma la fede infinita nella musica a farci incontrare davanti al mio lavoro “Concerto muto”.  Se ricordi l’ultima frase che ho scritto nella dedica dice:
“Dedicato a chi non sa cantare ma con la presenza del suo essere sa restare nella nostra Musica”.
Sono certa che i linguaggi non risiedono soltanto nelle parole e so che le persone “suonano”, così col tempo ho imparato ad ascoltarle e ad accorgermi subito di chi é “stridente” o “stonato”.
Era naturale che con una persona musicale come te entrassi in sintonia, così quando mi hai proposto d’iniziare un lavoro che fosse un dialogo visivo intorno alla danza, ho accettato subito.
Ma dal giorno in cui é cominciato il nostro “dialogo attorno alla danza” non siamo state più sole. Tu mi parlavi di Martha Graham, mi descrivevi il tuo Giardino dei Segni, io ti raccontavo le mie impressioni dopo l’incontro con Ismael Ivo.
Insieme guardavamo video, ci scambiavamo notizie, emozioni, ma io avvertivo sempre più la presenza di Lei: la Danzatrice. Prima, un silenzioso disagio, poi un’ombra fuggente, un volto velato di rosso, infine una presenza palpitante.
La danzatrice ritagliava giorno dopo giorno uno spazio nella mia immaginazione, chiedeva con urgenza un luogo dove esistere: abitava dentro di me.
Mi possedeva, appariva e scompariva, effimera e muta come la Bellezza, pronta a ripetere il suo rito, consapevole che ogni rito richiede un sacrificio. Nasceva dall’ombra, moriva nel Sole, muoveva passi, lasciando segni imperscrutabili: semplicemente danzava.
Mi ricordava che nulla si rinnova nella consuetudine, che ogni atto creativo richiede “una piccola morte” così come lo richiedono il Pensiero, la Storia , l’Amore.
La Danzatrice che tutto sa, conosce il Grande Mistero, muore e rinasce ora uomo ora donna: essa é la Vita, il Sacro, la forma infinita dell’Essere.
Ho cominciato ad ascoltarla, a muovere qualche passo con Lei, così nel trascinarti in questa Danza e pensando al movimento delle tue Lune e dei tuoi Soli, ti dedico un pensiero di Rainer Maria Rilke, sapendo che lo gradirai moltissimo.

“Danzare é forse riempire un vuoto,
E’ tacere l’essenza di un grido?
E’ la vita dei nostri astri rapidi,
presa al rallentatore.”

Laura Pitscheider

Milano, 10 giugno 1996

la scelta

aprile 16, 2010

Con questo scritto decidiamo di lavorare sulla danza e di proporre una mostra al Festival  Oriente Occidente di Rovereto. Io avevo già avuto una prima esperienza con  “Il giardino dei segni” che aveva ricevuto una buona recensione da Mario Cossali. Conoscevo Lanfranco Cis e Paolo Manfrini, i direttori artistici del Festival, che accettano le iniziative esclusivamente se coerenti con il loro pensiero e con il loro rigore professionale. Avevamo qualche speranza.

Quando una scrittura è già Danza

“Comporre, scomporre, leggere, rileggere, trascrivere, osservare, riflettere. Scrutare tra un gesto e un altro gesto, quante variabili , quanti tracciati ci sono. Tra un colore e un colore, tra un suono e un segno, tra un testo e il foglio su cui è trascritto. Spostarsi da una materia all’altra. Cambiare i tempi della trascrizione, seguire la velocità dell’intuizione, inserire una pausa di meditazione. In questa metaforica danza tra i segni, il linguaggio si semplifica attraverso il dialogo . Non si “rappresentano” più idee o concetti, ma si fa dell’arte attraverso i suoi processi e si è interdisciplinari non nell’uso di altri mezzi, ma attraverso la rilettura dei mezzi. Così quante sono le possibilità di lettura, tante saranno le possibilità di ricrearne il significato. Inoltre abbiamo voluto inserire il “nostro” dialogo attorno alla danza, come testo immaginario, che scriveremo insieme.” mlg/lp marzo 1996

Inizia la fase di studio e di visione di video sulla danza.

Le letture di Laura da “Il diario di Nijinsky”,  al “Discorso sulla danza e sul balletto” di Alberto Testa, a “Pensare la danza” di Josè Sasporter, e poi uno stage da osservatrice  con Ismael Ivo.

Gli approfondimenti miei con la danzatrice Carolyn Carlson, di cui vidi per la prima volta a Milano “undici onde”. Ebbi la fortuna poi di conoscerla personalmente e di poter seguire  le prove del balletto “blue lady”, da cui nacquero una serie di immagini sul segno, con uno scambio di lettere che pubblicai nel catalogo “Il vuoto meraviglioso”, mostra presentata all’Istituto  Italiano di Cultura di Lisbona nel 1990.

I testi su Pina Bausch di Elisa Vaccarino, sempre presente con i suoi video, i suoi corsi e le conferenze al Festival di Rovereto, gli aggiornamenti con Maratona d’estate curata da Vittoria Ottlenghi, che riuscì ad avvicinare  alla danza milioni di spettatori e che rimpiango ancora oggi, e posso ben  dire “bei tempi passati ” dove la cultura ancora entrava in quella terribile scatola chiamata tv. Ricordo anche di aver visto negli anni 90 a Milano un balletto con Nacho Duato e di averlo seguito per due sere di seguito tanto mi era piaciuto, ma non ho trovato più alcuna documentazione di quel spettacolo. E non posso dimenticare Isadora Duncan,  primo spirito libero della danza.


E’ difficile ricostruire tutto, ricordo tuttavia perfettamente l’entusiasmo che mettavamo nelle nostre ricerche fino ad arrivare ad una decisione , concludere  il nostro dialogo scrivendoci una lettera. E così facemmo.



una poesia di Aura Maria Vidales

gennaio 20, 2009

Password è una comunità internazionale composta da poeti e da artisti che si collegano on line, gli uni per scrivere testi, gli altri per tradurre le loro poesie in immagine. Il suo link è tra i blogroll qui accanto.

Aura Maria Vidales è una poetessa che fa parte del gruppo Password.

Ho scelto e tradotto una sua breve composizione, utilizzando una mia opera sulla pioggia, realizzata su carta con tecnica mista, e manipolando la sua riproduzione fotografica con photoshop.

pioggia-2-per-web

Cesa el viento

Cesa el viento, la voz nace

y como fruto se abre a la llovizna.

La sombra viva, de fuego, danza.

Aura Maria Vidales

Cessa il vento, nasce una voce

e come frutto si apre alla pioggerella

L’ombra viva, del fuoco, danza

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Questa seconda trascrizione nasce dalla fotografia di un altro mio lavoro sempre sulla pioggia

il giardino dei segni

agosto 15, 2008

Nel palazzo Alberti di Rovereto, di fronte al teatro Zandonai dove ogni anno si svolge il festival della danza Oriente-Occidente, ebbi l’occasione di presentare i miei lavori sul segno, Mi venne naturale intitolare questa mostra “Il giardino dei segni”. Era il 1994.

Il “giardinoè l’esempio per eccellenza della simbiosi uomo-natura, dell’annullamento dei confini tra artificio e naturalità.

Ad Oriente e ad Occidente, in ogni cultura, il giardino è espressione della ricerca del bello.

“…Un giardino ideale deve assomigliare a un componimento poetico di pochi versi, scelti in base alla rima, e alla tonalità, che ci renda coscienti del fatto che la scarsità supera in bellezza la profusione e che ci suggerisca piuttosto che esprimere compiutamente, sottolineando il senso di incompiutezza della composizione; allo stesso modo, in poesia bastano poche frasi a suggerire il tutto e in musica il suono pizzicato delle corde vibra nello strumento …”1

Nel mio fantastico “giardino dei segni” la varietà delle opere ispirate alla musica, alla danza, ai ritmi della natura, alle parole dei poeti presenta molte analogie con il giardino reale dove il giardiniere pazientemente seleziona, sceglie la composizione architettonica, dialoga, si circonda di suoni, di colori, di profumi.

crescita di un albero 1994

particolare

Mi fa piacere ricordare alcune parole che Mario Cossali scrisse commentando la mia mostra:

“.la Grimani stessa parla dei suoi gesti pittorici come “gesti ispirati a danze, a suoni, a voci, gesti che stanno tra le persone e le cose, come movimentate pause, silenzi sonori, corpose ombre”. Ma a mio avviso c’è di più: infatti l’artista insegue i segni più trascurati, più dimenticati, rimossi, o meglio coglie un mondo di segni là dove la maggior parte delle persone coglie altre cose. Maria Luisa Grimani costruisce un immenso schedario, un infinito archivio dei segni che riesce a cogliere con una sensibilità che è distesa a rete sui luoghi del suo ascolto e questo ascolto vive la duplice vita, inscindibile ma distinta, della mente e del corpo.

Il tema dei segni è strettamente correlato alla ricerca della danza contemporanea e non per niente questa è spesso legata ad un flusso di ricerche creative e immaginative, tipico della pittura e della scultura del nostro secolo. La mostra di Maria Luisa Grimani ci ha fatto scoprire la tela più vera della danza, di cui spesso non comprendiamo l’intima struttura, ma nello stesso tempo ci ha introdotti una volta di più in un “giardino” che crediamo di conoscere, quello dei segni, e che invece ci rivela ogni volta nuove piste di creatività e di intelligenza.”1

Nel mio giardino amo coltivare l’angolo del vivaio, una via aperta alla sperimentazione, alla lettura, all’ascolto. Sono piccole pagine a me molto care nelle quali semino forse anche un futuro nuovo giardino.

la voce dell’agrifoglio 1994

la voce dell’abete 1994

Scopro il libro “Di che giardino sei?” di Duccio Demetrio, un filosofo che avevo avuto occasione di apprezzare in alcuni incontri presso la Casa della Cultura di Milano. Ho deciso di aprire questo libretto con la dedica “ai giardini impossibili e da reinventare” che mi scrisse nel 2003 sul frontespizio del suo libro e chiudo con queste sue parole:

“Raccontarsi, in un monologo segreto; ricordarsi di persone, cose e situazioni, è fonte di benessere – ormai a detta di tanti – perché quella sospensione, quel ritrovamento degli indizi di tracce immortali, ci riconduce in quella casa soltanto nostra e non scrutabile da nessuno, che siamo soliti chiamare interiorità. Ebbene quella casa ha sempre un giardino ad attorniarla. Non basta una vita a coltivarlo e a fare in modo che gli dei, almeno quelli minori, abbiano voglia di visitarlo. Infatti i giardini sono e furono invenzione tutta umana per invogliare gli dei al ritorno, nel bisogno di dialogare con la loro immortalità di cui siamo invidiosi.”1


1 Di che giardino sei? Duccio Demetrio – casa editrice Meltemi 2001


1L’arte dei giardini cinesi” Chen Congzhou Arcana editrice 1987

1 Stralcio dell’articolo di Mario Cossali apparso su Alto Adige 11 settembre 1994

una recita

agosto 13, 2008


Otto personaggi, otto colori, otto copioni, una danza, una filastrocca onomatopeica, nata da una catena di suoni infantili nei diversi vernacoli degli attori, sono gli ingredienti di Ottetto, uno spettacolo teatrale realizzato nella sala dei Fiorentini, dagli allievi del DAMS di Bologna, Dipartimento Arte Musica Spettacolo, sotto la guida del professor Giuliano Scabia, nel 1985.

Personaggi:

Pitti uu, Mejerreni, Giargianese, Pteto, Akimuglikià, Cri, Cocali, Il Mago.

Filastrocca:

“Ntru vuosku greoti veoj sboteotu,

acielli cu pinni ranni ntru ciedu

s’ajummata. E pu santa Mejerreni…

Mejerreni la mupurrucu

U caunti e l’autu ma duocchi

Ammucchiati caopa vasciata

E gnura Akimuglikià…

Akimuglikià

Virga intruppata

Corchia Pteto

Pteto

Ti queodi a cantari Cri

Cri

Ntru vuosku sungignava Pitti uu…

Pitti uu

Morgia Fattanza Mejerreni…

Mejerreni la mupurrucu

Vutu natari Cocali…

Cocali

Caminu caminu Giargianese skiovetta

Giargianese!

Hhha!

Ottetto 1985

la danza

giugno 11, 2008

“Il segreto del teatro Nō” di Zeami Motokiyo mi svelò la ferrea disciplina degli attori. Per mia fortuna, nel 1983, potei seguire tutte le manifestazioni teatrali dal titolo “Alle radici del sole, forme e figure della scena giapponese”alla Triennale di Milano e in seguito gli spettacoli all’Arsenale, la danza Kabuki e il racconto mimato Kyogen, e gli splendidi pezzi del Nō dei Fuochi al Castello Sforzesconell’estate del 1989.

foto dal catalogo “ il Nō dei fuochi” 1989

“ il Nō dei fuochi” 1990

Ma mentre l’immagine di questo lontano mondo orientale, che prendeva corpo nei miei pensieri, si andava affinando in gesti lenti, rarefatti, onirici, l’esplosione della nuova danza moderna americana ed europea non poteva lasciarmi indifferente. Ai gesti antichi potevo contrapporre lo studio dei gesti quotidiani esasperati dalla danza innovativa di Pina Bausch e dall’eleganza della gestualità legata alla natura di Carolyn Carlson di cui vidi al teatro Nazionale la prima rappresentazione de “Le undici onde” Ebbi poi l’occasione di conoscerla e di scambiare con lei alcune opinioni. Al Teatro Lirico di Milano, seguii tutte le prove dello spettacolo dal titolo “The blue lady”. Ricordo ancora con piacere l’emozione provata nel disegnare, chiusa in un palco con i miei strumenti di pittura, segni ispirati alla sua danza: in particolare alla musica di “tree song” e di ”walk the reeds” di Rene Aubry.Testimonianza di questi brevi incontri uno scambio di lettere che ci scrivemmo in seguito, pubblicate sul catalogo della mia mostra allestita a Lisbona, presso l’Istituto Italiano di Cultura nel 1990, dal titolo “Il vuoto meraviglioso”.

Il mio lavoro non è la rappresentazione dei movimenti, della coreografia, ma il percorrere un’ipotetica linea lungo il fianco di chi danza o l’interiorizzare un movimento che sento anche mio.

“blue lady” 1990

If I were a tree