Posts Tagged ‘Carolyn Carlson’

un racconto/a tale – il gestuale (3)

novembre 10, 2015

Ma mentre l’immagine di questo lontano mondo orientale prendeva corpo nei miei pensieri e si andava affinando in gesti lenti, rarefatti, onirici, l’esplosione della nuova danza moderna americana ed europea non poteva lasciarmi indifferente. Ai gesti antichi potevo contrapporre lo studio dei gesti quotidiani esasperati dalla danza innovativa di Pina Bausch o dall’eleganza della gestualità legata alla natura di Carolyn Carlson di cui vidi al teatro Nazionale la prima rappresentazione de  undici onde. Ebbi poi l’occasione di conoscerla e di scambiare con lei alcune opinioni. Al Teatro Lirico di Milano, seguii tutte le prove dello spettacolo dal titolo The blue lady.
Ricordo ancora con piacere l’emozione provata nel disegnare, chiusa in un palco con i miei strumenti di pittura, segni ispirati alla sua danza: in particolare alla musica di Tree song e di Walk the reeds di René Aubry.

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Blue lady 1 di 2  1990

Testimonianza di questi brevi incontri è uno scambio di lettere che ci scrivemmo, pubblicate poi sul catalogo della mia mostra a Lisbona, presso l’Istituto Italiano di Cultura nel 1990, dal titolo Il vuoto meraviglioso, con la presentazione di  Paolo Biscottini.
Scelsi questo titolo ispirandomi alla lettura del libro di Alan W. Watts La via dello Zen in particolare a questa fase: “La forma così intimamente connessa al suo spazio vuoto suscita il sentimento del vuoto meraviglioso dal quale improvvisamente l’evento si manifesta”.
Ho avuto da sempre la sensazione che qualsiasi pagina, foglio, tela bianca non fosse uno spazio delimitato ma fosse parte di un qualcosa di infinito e profondo.
Quando ascolto una musica, quando seguo una danza, quando osservo lo scorrere delle acque o sento il vento tra gli alberi, mi prende il desiderio di cogliere l’attimo in cui i gesti, i movimenti, i ritmi sembrano fondersi con la mia natura.
Nascono così segni che danzano, che si rincorrono, si incrociano nello spazio vuoto e profondo. Accidenti controllati che si collocano in modo dialettico con le altre mie ricerche su poesia, colore, luce e forma.
Il mio lavoro non è la rappresentazione dei movimenti della danzatrice o della coreografia, ma il percorrere un’ipotetica linea lungo il fianco di chi danza e l’interiorizzare un movimento che sento anche mio.
Una tappa importante fu Il giardino dei segni, 1994, una mostra realizzata su invito del Festival della danza Oriente Occidente di Rovereto, a palazzo Alberti, dove riuscii ad esporre tutta la gamma dei miei segni ispirati alla musica, alla danza, alla natura, con un piccolo angolo dedicato al vivaio che racchiudeva pagine di sperimentazione.

particolare Danza del giunco 1990

But while the image of this far oriental world gains space in my thoughts and was refining itself in slow rare dreamlike movements, the explosion of a new American and European dance could not leave me indifferent. To the antique gestures I could counterbalance the study of the everyday gestures of the innovative dance of Pina Bausch and the elegance of the gestuality connected to the nature of Carolyn Carlson whose first representation of Undici onde saw at the Teatro Nazionale. At the Teatro Lirico of Milan I followed all the rehearsals of the show with the title ‘Blue Lady’. I still remember the emotion I felt, shut in the box with my painting equipment drawing the signs inspired by her dance. Above all the music of the Tree Song and Walk the Reeds by René Aubry.
A witness of these brief encounters is an exchange of letters that we wrote to each other published in the catalogue of my exhibition in Lisbon, at the Italian Institute of Culture in 1990, with the title Il Vuoto Meraviglioso with the presentation of Paolo Biscottini. I chose the title inspired as I was by the book of Alan W Watts La Via del Zen in particular by the phrase “The form so closely connected to its empty space arouses the sentiment of a wonderful emptiness from which the happening suddenly manifests itself”’.
I have always had the sensation that any page, sheet or white canvas was not a limited space but was part of something infinite and profound. When I listen to music , when I watch a dance, when I observe water flowing or hear the wind in the trees, I long to catch the moment when the gestures, the movements, the rhythms seem to become one with my nature. Signs which dance, which chase each other , which intersect in the deep empty space are born in this way. Controlled chances which fall into place dialectally with my other research into poetry, colour , light and form.
My work is not a representation of the movements of the dancers or the choreography but the following of a hypothetical line alongside the dancer which internalises a movement I also feel mine. An important step was ‘Il Giardino dei Segni’ an exhibition organised at the invitation of the East West Dance Festival in Rovereto in Palazzo Alberti where I managed to exhibit the whole range of my signs inspired by music, dance, nature and had a small corner for use as a workshop where I satisfied my whims experimenting.

bianco e nero e non solo

aprile 19, 2013

Nel fissare per iscritto alcune mie memorie, mi accorgo che  esse mi riportano a pensieri e cose che rinsaldano quello che allora sentivo e  ancora oggi riscopro.

Nella mia ricerca sul segno legato al suono e alla danza, mi torna in mente il fugace video di Isadora Duncan, la cui scioltezza e improvvisazione è tutta concentrata in pochi potenti fotogrammi.

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una rosa per Isadora Duncan- 1989

acrilico su carta

E mi assale di nuovo lo sconcerto e il  fascino provato nell’ammirare per la prima volta la perfetta  sincronia nel teatro-danza di Pina Baush, tra una esasperata gestualità  e il ritmo musicale che l’ accompagna.  Movimenti che rispecchiano in modo parossistico la ripetitività dei gesti quotidiani,  fatti di irrequietezza e di  solitudine.

la compagnia di Pina Baush

E ritrovo ancora  la poesia segnica delle coreografie di Carolyn Carlson, che ho avuto il piacere di conoscere personalmente, di seguire le prove del suo balletto “Blue Lady”  e di aver potuto parlare con lei, ad una cena con il suo gruppo di ballerini dopo lo spettacolo al Lirico di Milano, delle nostre reciproche passioni.

 

  carolyn blue lady

tutto in un attimo,  ecco una sintesi di Blue Lady

acrilico su carta – 1990

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circolarità e immobilismo nei movimenti di  “Se fossi un albero”

acrilico su carta 1990

la danza

giugno 11, 2008

“Il segreto del teatro Nō” di Zeami Motokiyo mi svelò la ferrea disciplina degli attori. Per mia fortuna, nel 1983, potei seguire tutte le manifestazioni teatrali dal titolo “Alle radici del sole, forme e figure della scena giapponese”alla Triennale di Milano e in seguito gli spettacoli all’Arsenale, la danza Kabuki e il racconto mimato Kyogen, e gli splendidi pezzi del Nō dei Fuochi al Castello Sforzesconell’estate del 1989.

foto dal catalogo “ il Nō dei fuochi” 1989

“ il Nō dei fuochi” 1990

Ma mentre l’immagine di questo lontano mondo orientale, che prendeva corpo nei miei pensieri, si andava affinando in gesti lenti, rarefatti, onirici, l’esplosione della nuova danza moderna americana ed europea non poteva lasciarmi indifferente. Ai gesti antichi potevo contrapporre lo studio dei gesti quotidiani esasperati dalla danza innovativa di Pina Bausch e dall’eleganza della gestualità legata alla natura di Carolyn Carlson di cui vidi al teatro Nazionale la prima rappresentazione de “Le undici onde” Ebbi poi l’occasione di conoscerla e di scambiare con lei alcune opinioni. Al Teatro Lirico di Milano, seguii tutte le prove dello spettacolo dal titolo “The blue lady”. Ricordo ancora con piacere l’emozione provata nel disegnare, chiusa in un palco con i miei strumenti di pittura, segni ispirati alla sua danza: in particolare alla musica di “tree song” e di ”walk the reeds” di Rene Aubry.Testimonianza di questi brevi incontri uno scambio di lettere che ci scrivemmo in seguito, pubblicate sul catalogo della mia mostra allestita a Lisbona, presso l’Istituto Italiano di Cultura nel 1990, dal titolo “Il vuoto meraviglioso”.

Il mio lavoro non è la rappresentazione dei movimenti, della coreografia, ma il percorrere un’ipotetica linea lungo il fianco di chi danza o l’interiorizzare un movimento che sento anche mio.

“blue lady” 1990

If I were a tree