Archive for the ‘storie di scacchi’ Category

La mossa del cavallo

maggio 31, 2008

Mestre Venezia bianco Canal vince nero Vecsey, mosse 27, 1977

Lavoravo verso la fine degli anni settanta nello Studio di A G Fronzoni, dal quale stavo imparando quanto fossero importanti l’esercizio critico e il rigore formale nel design.

Devo probabilmente alla combinazione tra questa “scuola” e il caso la svolta personale che andavo cercando nel mio lavoro e che si rivelò la prima volta che osservai con particolare attenzione una partita di scacchi.

Ricordo che guardando con attenzione i due avversari, mi chiedevo quanto sarebbe stato interessante vedere la trama delle loro mosse se non addirittura la sintesi della loro partita.

La rappresentazione di una partita di scacchi era lì davanti a me: due giocatori, una scacchiera e i diversi pezzi, i re, le regine, i cavalli, gli alfieri, le torri, i pedoni.

Ogni giocatore ha una strategia, applica una tattica, studia aperture e finali, commette errori, inventa mosse geniali e imprevedibili. Ogni mossa è la testimonianza di un complesso lavorio mentale. Ed ero consapevole che man mano che la partita avanzava e i pezzi sparivano dalla scacchiera, nasceva un invisibile tracciato.

Era questo che volevo interpretare poiché ero convinta, ancor prima di renderlo visivo, che sarebbe apparso come una costruzione armoniosa, equilibrata, originale.

Decisivo si è rivelato il tradurre in immagine la mossa del cavallo: invece di tracciare una linea ad L come indicato nelle regole del gioco usai la diagonale che la mano esperta del giocatore traccia trasportando direttamente il pezzo da una casella all’altra. Una diagonale diversa da quella dell’alfiere, che dava dinamicità all’intero tracciato creando nuove linee di forza. Partite brevi, con poche mosse, erano le più efficaci.

Approfondendo questa ricerca sugli scacchi, (due mie partite furono pubblicate da Bruno Munari nel suo libro “La scoperta del quadrato” edito da Zanichelli, 1977) mi accorsi che nel prendere nota di tutti i movimenti dei due giocatori applicavo un metodo analitico, mentre, nel ricostruire tutti i movimenti in un’unica immagine, cercavo e trovavo la sintesi.

Nella mossa del cavallo avevo scoperto una leva del momento creativo: questo movimento a “salto” diventò per me il simbolo visivo di come si possa uscire dagli schemi e trovare per intuizione i propri personali collegamenti.

Il privilegiare partite di campionato con poche mosse e con soluzioni eleganti mi insegnò a fare scelte chiare risolvendo i problemi uno alla volta. Ottenevo così di arrivare all’essenza delle cose rimanendo il più possibile aderente al mio pensiero.

L’elaborazione di una strategia e la sua traduzione in tattica diventarono per me la scelta del percorso e della tecnica giusta per realizzare le mie opere.

A questo punto mi accorsi di aver trovato un metodo di lavoro che potevo applicare, adattandolo di volta in volta, ai diversi studi sulla natura, ai linguaggi visivi della poesia, alla trascrizione della musica e della danza.

Un metodo, non statico o definitivo,maun procedimento snello e apertoalle varianti che nuove idee, nuove situazioni possono suggerire.

Monza 1987

Buenos Airesbianco Capablanca nero Alekhine vince, mosse 43,1927

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sono sulla strada giusta

maggio 26, 2008

Mentre sto disegnando le mie partite di scacchi, ecco, arriva a Milano una bellissima mostra:

Il Werkbund – 1907

Alle origini del design

La Permanente

Novembre-Dicembre 1976

Tra gli oggetti presentati noto una scacchiera con scacchi stilizzati disegnati da Josef Hartwig nel 1923. E mi viene un tuffo al cuore. Sembrano dirmi, sei sulla strada giusta, vai avanti e così ho fatto.

scacchi disegnati da Josef Hartwig 1923

in primo piano da sinistra cavallo, pedina, alfiere, regina

il manuale

maggio 25, 2008

GLI SCACCHI

di Giuseppe Padulli

3a edizione riveduta e aumentata da

Stefano Rosselli del Turco

Casa editrice A.Corticelli Milano

Anno 1940

Introduzione

….Una partita a scacchi è una piccola opera d’arte!

Piccola, ma che sta meravigliosamente a sé stessa, come cosa completa ed organica, tal quale come è piccolo un bambino, ma non per questo men proporzionato e, in certo modo, meno artistico ed interessante.

Osservi così il lettore quei punti della nostra trattazione che interessano quello che invece si potrebbe definire il patrimonio artistico ed ogni volta mutevole del nobile gioco, ed avendo, con profondo studio, meditato su di esso (attraverso la particolare esemplificazione) s’accorgerà, di volta in volta, che noi non gli abbiamo messo sotto gli occhi quadri e filastrocche da dover mandare a memoria, ma idee e concetti che gli rimarranno facilmente impressi, e che pur richiedendo poco spazio per essere enunciati e poca memoria per essere ritenuti, potrebbero costituire ad uno ad uno, titolo di un libro e tema da sviluppare.

Ed infatti molte varianti e molte aperture oggi di moda e relativamente corrette, non avranno forse domani, non diciamo neppure un seguace, ma nemmeno l’onore di un crisantemo sulla loro fossa; ma quelli che sono cardini sostenitori del nobile gioco, i principi informativi, la tecnica, la “posizione madre”, l’indirizzo strategico e tattico delle differenti situazioni, in una parola quel particolare raziocinio che si potrebbe definire “logica scacchistica” non conoscerà l’ultimo dei suoi giorni, perché avrà vita fin che il gioco avrà cultori, o fin che i pezzi avranno quel movimento.

Così, per esempio, nella parte che tratterà del mezzo della partita, il lettore troverà esposti in una sintesi, forse troppo stringata, ma ancora comprensibile, come la teoria della catena dei pedoni e dei punti deboli per dirne una, abbia trattazione e considerazione nuova ed organica; nuova intendiamo dire didatticamente, perché quella disciplina non l’abbiamo certo inventata noi, ma essa ci è stata resa famigliare dall’attenta e minuziosa ricerca dei vari perché che s’affacciano ad ogni posizione, e che esigono l’esauriente risposta.

Così i nostri apprendisti (che vorremmo fossero miriadi) impareranno, con buona larghezza di idee, quel complesso di nozioni che costituiscono il canevaccio del nobile gioco, e su di esso ricameranno a loro piacere secondo lo stile ed il talento di ognuno, fatti certi però di una cosa: che stile e talento possono produrre ottime opere, solo quando siano saldamente basati su quell’indeformabile piattaforma di cognizioni, che il gioco stesso ha creato, con “sua” logica ferrea, e con sovrana armonia!

Premesso ciò, iniziamo senz’altro il nostro elementare insegnamento.

L’Autore

Milano, 10 settembre 1928-VI

premessa a “storie di scacchi”

maggio 25, 2008

Rifare il percorso dagli esordi sta diventando fondamentale per me.

Con il passare del tempo ci si accorge che tutti i fervori, i rigori giovanili si sfilacciano, perdono vigore.

L’esperienza ti spinge a smussare gli spigoli del tuo pensiero per accettare e comprendere il pensiero antagonista o comunque tutto ciò che è diverso da te.

E’ senz’altro qualcosa di positivo ma così facendo si rischia di diluire troppo la propria “visione”.

Allora conviene ripercorrere i sentieri battuti, per certificare il senso del proprio cammino.

Ricomincio dalla mia prima ricerca, gli scacchi.

Qualcuno mi fece notare che il concetto “io non cerco trovo” è un’affermazione vincente rispetto al semplice cercare.

Io mi accontento, anche perché penso alla ricerca come ad un percorso avventuroso che mi appaga man mano che lo svolgo senza preoccuparmi della meta.

la scacchiera jugoslava di casa mia, foto scattata il 21/1/2003

L’osservazione di una partita di scacchi, una sera, nell’ambito famigliare.

Scatta un’intuizione e prendo in mano un vecchio manuale trovato tra i libri di Giacomo.