il gioco degli scacchi

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Mestre Venezia bianco Canal vince nero Vecsey, mosse 27, 1977

Torri, re, regine, alfieri, pedoni, cavalli: un via vai multiforme e multidirezionale, una folla che appare e scompare lasciando comunque dietro di sé una traccia. Traccia che, nata nell’arco di una partita modello, ho reso visibile.

Armoniose architetture che richiamano di più i momenti della costruzione, le impalcature piuttosto che gli edifici, l’atto del “costruire” più che l’opera finita.

Le impalcature con il trascorrere del tempo sono diventate strani graticci, lungo i quali altri pensieri, altre immagini si sono fissate.

Pentagrammi bizzarri sui quali posso scrivere suoni, parole e immagini, creare coreografie per una danza che si evolve e va, oltre i confini del tempo e dello spazio.

Penso all’intera vita di Duchamp vissuta come una grande partita a scacchi. L’importanza dell’apertura, la presa di coscienza di un “inizio”, lo svolgersi della lotta alla quotidianità lungo tutta la partita-vita e il finale, l’importanza della sua stessa conclusione. Un finale dove non si vuole essere né vincitori né vinti ma uscire dalla scena con dignità, una chiusura patta.

E mi sovviene un’altra disciplina: lo yo-ha-kiu del teatro No di Zeami, simile alla gestualità dei miei segni: concentrazione e inizio del segno, percorso deciso e incisivo, chiusura elegante. Potrebbe essere anche uno spartito musicale.

Grazie al preziosissimo dialogo che Calvino intesse tra il Gran Kan e Marco Polo nelle sue Città invisibili, viaggio dentro una partita di scacchi. Incontro vari personaggi e vari oggetti che mi raccontano vite che si intersecano, si sovrappongono, scompaiono. Sotto i miei piedi il pavimento a scacchiera pulsa, respira, vive. Lisci quadri di ebano e acero parlano a chi sa ascoltare, della loro origine di alberi, di chi ha vissuto nei loro tessuti o fra i rami, di come tronchi abbiano viaggiato lungo i fiumi incontrando e vedendo il mondo intero.

In una scacchiera si srotola il mondo intero dei ricordi, delle apparenze. Esso appare e scompare come pulsazione, virtù del virtuale, tappeto verde della mia immaginazione.

Ed in questo gioco qualcosa rimane sempre in me e mi consolano le immagini del mio “finito” che si ripete e varia all’infinito. 1994

Rotterdam, bianco Portisch vince nero Larsen, mosse 30, 1977

bianco Carls nero Suchting vince, mosse 33, 1977

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